LA VIOLENZA NASCOSTA NELLE CARCERI, TRA SILENZI E NUMERI DA MONITORARE. Di Yuleisy Cruz Lezcano

LA VIOLENZA NASCOSTA NELLE CARCERI, TRA SILENZI E NUMERI DA MONITORARE. Di Yuleisy Cruz Lezcano

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LA VIOLENZA NASCOSTA NELLE CARCERI, TRA SILENZI E NUMERI DA MONITORARE
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)
Dentro le mura del carcere, la violenza è una realtà di cui si parla poco, spesso solo quando un caso eclatante rompe il silenzio mediatico. Eppure il fenomeno, in Italia come all’estero, rappresenta una questione strutturale che interroga il sistema penitenziario, la tenuta delle istituzioni e il rispetto dei diritti fondamentali. Per comprendere la portata del problema è necessario partire da una definizione chiara. La violenza, nel senso più immediato, è l’uso della forza fisica per ferire, abusare, sottomettere, danneggiare o uccidere. Ma la nozione è più ampia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce come l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o effettivo, contro sé stessi, un’altra persona o un gruppo, con conseguenze o alta probabilità di conseguenze in termini di lesioni, morte, danni psicologici o privazione. In questa prospettiva, la violenza non coincide solo con il danno corporeo: può essere psicologica, verbale, fondata su minacce, ricatti, intimidazioni o imposizioni d’autorità che oltrepassano la volontà del soggetto.
Le dinamiche di controllo e coercizione studiate da studiosi come Albert Biderman, analizzando i meccanismi di pressione psicologica sui prigionieri di guerra, mostrano come il silenzio della vittima non equivalga a consenso. In contesti chiusi e gerarchici, la paura e il plagio possono generare forme di adattamento forzato che rendono difficile denunciare gli abusi subiti. È una chiave di lettura che trova riscontro anche nella realtà carceraria contemporanea.
In Italia, uno dei casi che ha riportato l’attenzione pubblica sul tema è quello del Carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove le indagini avviate nel 2020 hanno fatto emergere episodi di pestaggi e trattamenti degradanti ai danni di detenuti. All’estero, situazioni analoghe sono state oggetto di inchieste e rapporti ufficiali: negli Stati Uniti il Federal Bureau of Prisons è finito sotto scrutinio per presunte carenze sistemiche e abusi in diversi istituti, mentre nel Regno Unito relazioni ispettive su carceri come HMP Wandsworth hanno documentato livelli preoccupanti di aggressioni e degrado. Questi episodi, pur diversi per contesto e responsabilità, mostrano come la violenza in ambiente carcerario non sia un’anomalia isolata ma un rischio concreto nei sistemi penitenziari sovraffollati o scarsamente monitorati.
Particolarmente delicata è la condizione di chi entra in carcere per reati minori. Persone condannate per piccoli furti, violazioni legate agli stupefacenti o altri reati non violenti possono trovarsi improvvisamente immerse in un ambiente segnato da tensioni, gerarchie informali e rapporti di forza. In istituti sovraffollati, dove le risorse sono limitate e il personale è sotto pressione, la vulnerabilità aumenta. La violenza può manifestarsi attraverso aggressioni fisiche tra detenuti, estorsioni, minacce, ma anche sotto forma di pressioni psicologiche e abusi sessuali. Proprio la violenza sessuale rappresenta uno degli aspetti più sommersi e difficili da quantificare, perché le vittime temono ritorsioni o stigmatizzazione e spesso non trovano canali sicuri per denunciare.
I dati ufficiali italiani, raccolti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e analizzati anche dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, segnalano ogni anno un numero significativo di aggressioni tra detenuti e nei confronti del personale, oltre a un quadro allarmante di autolesionismo e suicidi. Il sovraffollamento rimane un indicatore cruciale: quando il numero dei detenuti supera la capienza regolamentare, la conflittualità aumenta e la capacità di prevenire e intercettare episodi di violenza diminuisce. Monitorare i numeri non significa soltanto contare le denunce, ma valutare la trasparenza delle procedure, l’efficacia dei protocolli di prevenzione e l’accesso reale a misure alternative per chi ha commesso reati di minore gravità.
Il carcere, per sua natura, è un luogo sottratto allo sguardo pubblico. Questa distanza contribuisce a rendere marginale il tema della violenza interna, che raramente occupa stabilmente il dibattito politico. Eppure la Costituzione italiana stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Se all’interno degli istituti si consumano abusi, fisici o psicologici, questo principio viene compromesso. Non si tratta di negare la funzione della pena, ma di affermare che la privazione della libertà non può trasformarsi in una sospensione della dignità.
Un seguito a quanto già raccontato deve confrontarsi anche con le critiche profonde al sistema carcerario che arrivano da voci autorevoli nel campo della psichiatria e della criminologia. Il professor Vittorino Andreoli, psichiatra di fama internazionale, ha più volte osservato che il carcere rischia di rimanere una “costosa inutilità”: non tanto perché manchino le motivazioni legittime alla detenzione, ma perché nella pratica l’istituzione penitenziaria non svolge efficacemente la funzione rieducativa e di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione italiana. Secondo Andreoli, chi entra in carcere con l’obiettivo di elaborare il proprio senso di colpa può finire per sentirsi vittima di un sistema che non offre strumenti reali di cambiamento, alimentando invece un senso di marginalizzazione e conflitto interiore che ostacola la trasformazione personale.
Questa critica non è isolata e si intreccia con le evidenze giudiziarie che mostrano come la violenza nelle carceri non sia solo un fenomeno teorico o marginale, ma si manifesti in casi concreti documentati dalle autorità. Un esempio recente e significativo in Italia è quello emerso dal carcere di Brissogne, in Valle d’Aosta: nel 2025 il tribunale di Aosta ha condannato un detenuto a due anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di un altro ristretto, accusato di averlo molestato nelle docce della struttura. La vicenda è stata ricostruita attraverso la denuncia della vittima alla madre e alla psicologa del carcere, circostanze che hanno poi portato la polizia penitenziaria a identificare e processare l’autore delle molestie. Casi come questo, pur rappresentando una frazione dell’universo penitenziario, gettano luce su una realtà spesso ignorata o sottovalutata: dentro le mura carcerarie possono verificarsi abusi sessuali, molestie e dinamiche di potere che sfuggono alle statistiche ufficiali. Le istituzioni giudiziarie e la magistratura penale sono chiamate a intervenire quando emergono denunce, ma il problema è che molte situazioni restano sommerse, non denunciate per timore di ritorsioni o per sfiducia nella possibilità stessa di ottenere giustizia.

mariapellino

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