“Se giuri, non giurare il falso!”. Giulietta e la natura dell’Angelo
“Ciò che chiamiamo rosa, con un altro nome avrebbe lo stesso profumo”. Noi e il Femminile dell’amore.
Giulietta è sul balcone. Vuole una decisione da Romeo: “Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome”- gli dice. “Se non vuoi farlo, giurami amore, ed io non sarò più una Capuleti”. Ma Romeo non dà una risposta. O, almeno, la sua non è una risposta vera. Giulietta insiste. “La maschera della notte copre il mio viso, perché una ragazza potrebbe arrossire per ciò che hai sentito da me. Mi ami? So che dirai di sì e mi affiderò a te. Tuttavia, se giuri, non giurare il falso. Dicono che Zeus rida al giuramento degli innamorati.”. “Se mi ami, dillo con fiducia (pronounce it faithfully). Ma se pensi che io sia stata una vittoria troppo facile (too quickly won), io cambierò il mio sguardo, mi farò perversa e ti dirò: no!”
Più avanti, Giulietta insiste. “Tre parole soltanto mio caro Romeo, e poi una buona notte. Se il tuo amore è sincero e vuoi sposarmi, mandami un messaggio domani con l’ora e il luogo dove celebrare il rito, ed io verrò da te. Allora la mia fortuna sarà ai tuoi piedi ed io ti seguirò in tutto il mondo, mio signore!”.
Per buona parte del dramma, Giulietta rimane sospesa, tra la terra e il cielo. La porta del balcone si apre e di chiude. La domestica la chiama e lei va e ritorna. È in mezzo, tra l’interno e l’esterno, tra il cuore e il corpo, tra la vita e la morte. Vuole vicinanza e fedeltà e dona amore senza condizione. Secondo Jung, l’archetipo dell’Angelo è l’anima che offre sé stessa tanto da rischiare di uscire dal sé e di non ritrovarsi mai più. L’Angelo dona anche sbagliando, anche sapendo di sbagliare, anche a costo di continuare a sbagliare, perché quella è la sua natura. L’Angelo non tradisce mai, neppure di fronte alla morte.
Romeo è il suo controcanto terreno. Giovane, generoso, impulsivo, ma terreno. Romeo non vola neppure nei suoi momenti migliori. Già il frate che dovrà celebrare il matrimonio segreto, pensa dapprima che si tratti della sua precedente ragazza, Rosalinda, e, quando impara come stanno le cose, gliene dice quattro: “Per San Francesco, che cambiamento! Rosalinda, tu l’amavi tanto e l’hai già abbandonata? L’amore dei giovani non è dunque nei loro cuori, ma nei loro occhi? Gesù Maria! Quanta acqua salata ha lavato le tue guance pallide per Rosalinda? Quante lacrime gettate al vento per una stagione d’amore che non si avverte più? Il sole non ha ancora asciugato i tuoi sospiri, i tuoi gemiti ce li ho ancora nelle orecchie, sulle tue guance c’è ancora traccia di una lacrima non lavata, ed ora tu sei cambiato così tanto?”.
Ma Romeo non è cambiato; è il giovane generoso e impulsivo di sempre, ma è terreno. È sincero, ma non vola. Poco dopo il matrimonio segreto, esce e si fa coinvolgere in una lite tra le famiglie rivali, nella quale, sia pur per motivi generosi e cavallereschi, uccide il cugino di Giulietta. È costretto quindi a fuggire ed è condannato all’esilio dall’autorità cittadina.
Se fosse un mio paziente, gli chiederei: perché, Romeo? Perché, poche ore dopo avere sposato la ragazza che ami, ti fai trascinare in un duello? Lei è venuta verso di te, ti ha donato se stessa, perché è il tuo Angelo. È uscita dal suo corpo anche a rischio di non ritrovarsi mai più, anche sbagliando, anche sapendo di sbagliare, anche a costo di continuare a sbagliare! Perché, Romeo?
Lui mi ripeterebbe le ragioni di generosità cavalleresca che sostiene anche nel dramma, ma la verità è che lui è terreno. Non esce mai da se stesso. Nobile e generoso fin che vuoi, ma appartiene alla terra. È da lì che guarda Giulietta; lei sospesa, invece, tra la terra e il cielo.
Intanto i genitori hanno promesso Giulietta ad un altro. Quando lei cerca di rifiutare, il padre la ingiuria in malo modo: “Se sei mia figlia, ti darò al mio amico! Se non lo sei, impiccati, mendica, crepa di fame per strada! (If you be not, hang, beg, starve, die in the streets!).
Giulietta chiede quindi consiglio al frate che l’ha sposata. Costui le dà una pozione per una morte apparente, intanto manda a chiamare Romeo dall’esilio, in modo che, risvegliandosi, Giulietta lo possa trovare accanto a lei.
Ricevuta la pozione dal frate, Giulietta, proclama uno dei più grandi monologhi shakespeariani sulla Morte, dove Eros lascia via via il posto al suo gemello Thanatos: “ … Se mi svegliassi prima che Romeo venga a salvarmi? Una idea spaventosa. Non morirò strangolata in quella tomba, dalla cui fetida bocca arriva aria insalubre? … Oppure, se vivessi, non mi farebbe impazzire il terribile pensiero della morte, mescolato all’orrore del luogo dove sono state ammucchiate le ossa di tutti i mei avi, dove gli spiriti tornano in certe ore della notte? Non impazzirei mettendomi a giocare come una pazza con le ossa dei morti, nell’udire quelle urla come quelle delle mandragore strappate dalla terra? ”.
L’Angelo, nel suo cuore, conosce il futuro. “Oh Dio, la mia anima ha brutti presagi, Romeo! Ti vedo giù, in basso, pallido come un morto in fondo a una tomba.”
Infatti, nel piano del frate, qualcosa va storto. Romeo non riceve la sua lettera e crede Giulietta davvero morta, quindi si suicida avvelenandosi accanto a lei e, quando Giulietta si risveglia dal suo torpore, vedendolo morto, si suicida a sua volta baciandogli le labbra ancora calde, in modo da assorbirne il veleno.
L’Angelo, dice Jung, “offre se stesso per amore, perché quella è la sua natura”. L’Angelo esce da sé anche a rischio di non trovarsi mai più, anche a rischio di sbagliare, anche sbagliando e sapendo di sbagliare. Nel suo linguaggio ci sono migliaia di parole d’amore, tutte per gli altri, che spesso gli altri non riescono a sentire. Romeo le ascolta, sì, e le ripete a modo suo, nella sua generosità di ragazzo, ma è lei l’immagine eterna. Di lei si parla ancora oggi e a lei scrivono, ancora oggi, migliaia di ragazzi da tutto il mondo. Il fatto è che, quando un Angelo viene da noi, spesso lo riconosciamo soltanto quando se n’è andato. Il nucleo del dramma, in fondo, è tutto qui.
Mauro Montanari, Ph. D.
N. B. La traduzione è mia sui testi originali shakespeariani nella edizione a cura di Barbara Mowat e Paul Werstine.
