“Il Tempo”, di Massimo Vito Avantaggiato – III° poesia classificata, della sezione a tema libero, della II° edizione del Premio Letterario internazionale “Arte e Poesia nella Notte”, dedicato alla figura di G.Pascoli – commento critico a cura di Curzi James, da Firenze
“Il Tempo” – di Massimo Vito Avantaggiato
Il mio tempo
è quello del pensiero
e della scrittura
ma anche quello della loro distanza.
È il tempo delle parole
e dello spazio tra di esse;
è l’intervallo tra punti
che posso unire con delle linee
o solo con l’immaginazione;
è l’esercizio, a tratti anche
singhiozzante, della punteggiatura;
e, financo,
la sospensione di tutto ciò.
Commento critico, a cura di Curzi James.
La Temporalità – come affermava Heidegger [1] –, vera essenza del Dasein (l’esserci), in quanto unico luogo possibile della cura, viene indubbiamente esperita, con consapevolezza, tramite il pensiero; dunque questo diviene il recipiente ultimo dell’esistenza, o quantomeno della sua concepibilità tramite uno stato di coscienza, di presenza attiva. Come il principio virile (il Padre) che conferisce forma alla materia dominata dal principio materno: della mera vita che diviene, tramite l’unione con il suo polo complementare maschile – differenziatore, gerarchizzante, conferendo questo, appunto, la forma al mero aggregato vitale – qualcosa che procede nella direzione – come piaceva affermare al Maestro Evola – di un “più che vita”.
È il pensiero che si scandisce nel tempo, o meglio, derivante da una temporizzazione procedente da una temporalità originaria, a racchiudere tutto il senso dell’esserci. È il pensiero che informa la scrittura, è dunque il nostro essere che conferisce luogo e forma – principio maschile – al nostro scrivere; con le sue pause, date per esempio da un certo utilizzo dei segni di interpunzione, da una scelta di accostamenti fonetici, aperti alla possibilità di dar luogo a determinate demarcazioni ritmiche (cesure meno evidenti), strutture morfo-sintattiche, e quant’altro.
«… nel pensiero l’essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora.» [2]
Massimo Vito Avvantaggiato, da compositore/musicista quale è, conosce bene l’importanza della scansione del tempo, e non solo per lui risulta rilevante a livello ontologico esistenziale, bensì anche in termini pratici, determinando perfino parte della propria vita sociale.
Una scrittura estremamente semplice, dove l’autore mantiene sempre un certo distacco, quasi come spettatore di sé stesso e del suo tempo che si scandisce – in tal caso tramite la scrittura –, come per ognuno di noi, in modalità non sempre regolari, con indecisioni –“singhiozzante”, ci suggerisce il poeta – , proprio come sovente lo è la volontà con cui riusciamo a viverlo. E dove l’autore non si esime dall’indicare – “Il mio tempo / è quello del pensiero / e della scrittura / ma anche quello della loro distanza” – la possibilità di essere agiti dagli spettri che dimorano nell’inconscio, potendo così scadere lo scrivere in un agire coatto. Oppure, vi è da considerare l’evenienza di una schisi del soggetto: tra un Io pensante, incorporeo, interno, “reale”, e uno corporeo (di mera rappresentanza) avviluppato nel sistema del “falso io”. [3]
O, eventualità più semplice e ancor più comune – e tuttavia, non disgiunta dalle due possibilità sopramenzionate, bensì plausibile causa di esse –, uno scrivere che diviene abitudine, scadimento esistenziale inautentico dell’esserci: la dimensione inautentica del “Si”. [4]
Resta da specificare che ci siamo riferiti al concetto di temporalità di Heidegger in quanto, in tal senso, risultava il più calzante: trattandosi qui di un tempo esistentivo, iscrivibile dunque nella dimensione ontica. Naturalmente, non resta esclusa la sua estensione e ricollocazione, a fini speculativi, su orizzonti ontologici (come noi stessi abbiamo appena fatto), benché pur sempre su di un piano esistenziale immanente al Dasein, non ricongiungibile a una struttura dialettica di tipo hegeliano. Ovvero, non ascrivibile a un asse trascendente, appartenente al divenire universale dello Spirito; dove il tempo troverebbe il suo significato nell’Assoluto, venendo “superato” nell’eterno. Così come la visione de “Il tempo” cade al di fuori di una concezione metafisica tradizionale.
Questo è “Il tempo” di Massimo Vito Avvantaggiato, da cui noi possiamo estrarre una cornice in cui far rientrare l’uomo, ma, pur sempre del “suo” – di Massimo – tempo stiamo trattando; restando, dunque, almeno da questo testo, esclusa ogni possibile prospettiva di trascendenza in senso lato. Un tempo il cui sguardo terminale è, “financo, la sospensione di tutto ciò”.
Note Bibliografiche
[1] <<La cura si fonda ontologicamente nella temporalità. (…) La temporalità è il senso d’essere della cura>> – M.Heidegger – “Essere e Tempo” – Parte seconda – terzo capitolo – §65 – anno 1927]
[2] M.Heidegger, Über den »Humanismus« (1947), in GA 9, p. 313; trad. di F. Volpi, Lettera sull’”umanismo”, Milano, Adelphi, 1995, pag. 31
[3] R.D. Laing – “L’Io Diviso” – 1955
[4] “Si”, nell’esistenzialismo di Heidegger (in tedesco “das Man”) è una modalità dell’esistenza che ci condiziona senza che noi si possa rendersene conto. Una dimensione nella quale “si fa” quel che tutti fanno, ciò che è consuetudine… Ci si lascia trasportare dal flusso, ecc.ecc. E tale aspetto della filosofia dell’esistenzialista tedesco ci risulta particolarmente calzante, come chiave esegetica del componimento di Massimo Vito Avvantaggiato; per il quale, risulta utile ribadire, la “scrittura” rappresenta anche parte del proprio lavoro.
