L’odio di Caino, di Mauro Montanari

L’odio di Caino, di Mauro Montanari

Per un’analisi psicologica dell’invidia

Dopo aver letto il mio articolo precedente, Dalla parte dei morti, un amico, artista e studioso del mondo ebraico, Paolo, mi invia un video che tratta della cacciata degli ebrei da molti territori arabi già dagli inizi del secolo XX. Gli rispondo: geniale, perché conferma ciò che scrivevo nell’articolo citato, e cioè che i fratelli semiti si odiano fin dall’inizio dei tempi e il loro odio proseguirà fino alla distruzione di uno dei due, con intervalli più o meno lunghi per riprendere fiato. Questo per introdurre il dibattere odierno, cioè la questione palestinese. Molti si meravigliarono quando gli arabi rifiutarono la risoluzione Onu 181 del 1947, nominata dei Due Stati. Ora, con encomiabile ingenuità, e proprio mentre è in corso l’eccidio di Gaza, tra il sangue, la polvere e gli stracci; tra le sirene e le maschere del dolore umano, l’Onu ripropone la stessa cosa, quasi che da allora non fosse cambiato niente. Non può funzionare neppure adesso, si capisce! Ma ciò mostra quanto poco la politica sappia delle emozioni dei popoli. Allora vediamo di capirci qualcosa noi e, anzi, per dirla meglio, visto che non ci capiamo nulla, proviamo a ricorrere agli archetipi e ai miti, per vedere se, almeno quelli, possono illuminarci e, nella fattispecie, andiamoci a vedere quello veterotestamentario relativo alla prima lotta mortale tra due fratelli semiti: Caino e Abele.

Massimo Recalcati, in una sua conferenza, nella sua meravigliosa affabulazione, ci propone una traccia, per così dire, lacaniana. Cioè, lui dice, e spero di ricordare bene, perché cito a memoria; lui dice, dicevo, che Caino uccide Abele perché incapace di accettare l’alterità della Altro, chiuso com’è nel suo narcisismo egotico. D’accordo! Tuttavia, a me pare che la questione non sia a due, bensì a tre, e che debbano entrarci emozioni fondamentali, come lo scandalo per un’ingiustizia subita e l’invidia. Vediamo i fatti e vediamo anche qual è la loro attualità nel conflitto tra i due citati popoli fratelli. Siamo in Genesi 4, versione CEI. Caino è il primogenito, figlio biologico di Eva, la quale poi “partorì ancora suo fratello Abele. Ora, Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo”. Già qui vediamo che le parti sono invertite. Caino passa al secondo posto nella lista dei nomi e, chi conosce l’Antico Testamento, sa che questo non è casuale. I nomi sono sempre citati nel loro stretto ordine temporale e gerarchico. Possiamo immaginare che così fosse anche la loro infanzia? Che Abele, da subito, avesse scavalcato Caino nell’amore dei genitori? Il racconto biblico non ci dice niente della loro infanzia, quindi facciamo attenzione ai loro mestieri adulti. Caino è agricoltore, cioè abituato a possedere suolo e ad avere un rapporto simbiotico con esso, perché dal suolo ricava il suo sostentamento. Abele è pastore, cioè uno che per mestiere utilizza il suolo altrui. E anche questa e una traccia. Ma il bello viene subito dopo, quando i due fratelli offrono in sacrificio al Padre il frutto del loro lavoro. “Dopo un certo tempo, Caino offrì i frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.” (Gen 4, 3-5).

Ora, perché il Padre rifiuti l’offerta (l’amore) di Caino, non è dato sapere. È semplicemente così, punto! Il Padre decide! E basta! Certo, Caino avrebbe potuto reagire, come più tardi farà Abramo, con la  fiducia (la fede) assoluta nel Padre. Invece Caino reagisce come farebbe il novantanove virgola nove per cento dell’umanità, cioè con l’invidia e, visto che il Padre è troppo potente, se la prende con suo fratello e l’uccide.

Va bene, ma cos’è, in soldoni, l’invidia? Sigmund Freud, com’è noto, l’aveva come espressione dell’Istinto di morte, il Todestrieb, che citavo l’ultima volta, ma non ne parla in maniera distinta, a parte nella questione dell’invidia del pene, che è però altra cosa. Melanie Klein è più specifica e identifica l’invidia nel sentimento che il bambino sviluppa di fronte all’abbondanza vitale del seno materno. L’invidia, dice Klein, è un “motore fondamentalmente distruttivo e qualitativamente immutabile della mente, perché acquisito biologicamente”. Insomma, una vera e propria Bestia dormiente dentro ciascuno di noi, pronta a svegliarsi in ogni momento, soprattutto di fronte a stimoli negativi come, ad esempio, la sensazione di svantaggio dopo avere subito un’ingiustizia. La presenza della Bestia dentro di noi è inquietante, ci angoscia e ci costringe a strategie specifiche per affrontarla. In questo senso, interessante è anche la definizione che ne dà lo psichiatra Paolo Roccato in un suo saggio dal titolo Invidia e assetto mentale invidioso: “L’invidia, dice Roccato, è lo specifico dolore mentale, la specifica emozione dolorosa, che è adeguato alla percezione che noi non siamo o non abbiamo qualcosa di buono, ammirato, desiderabile o desiderato che altre persone sono o hanno”. Cioè, in soldoni, dicevo, l’invidia è la percezione dolorosa del nostro svantaggio. Aggiunge Roccato: “La questione dell’invidia risiede principalmente nella gestione del dolore mentale invidioso. Molti sono i modi […]; il più dannoso e il più studiato è quello di distruggere o danneggiare la cosa o la persona che lo suscita”. Eccolo, ci siamo! L’invidia di Caino ha la sua causa nell’atto ingiusto del Padre e il suo scopo è quello di distruggere l’oggetto invidiato. Spazziamo via dall’invidia, quindi, ogni ipotesi patologica o moralistica. Il sentimento di Caino, almeno fino all’omicidio, è, piuttosto, un comune, starei per dire comunissimo, dolore mentale invidioso. (Sarebbe penalmente rilevante oggi, invece, il comportamento di Abramo, rubricabile in Tentato omicidio.)

Ora, qui non voglio giustificare l’invidia, non me ne potrebbe fregar di meno; voglio però, per capire meglio cosa succede, inquadrarla in uno schema corretto, dal punto di vista della psicologia del profondo. Il Padre compie un atto di ingiustizia e provoca (o risveglia) in uno dei suoi figli un dolore mentale insopportabile che viene abreagito con l’omicidio. E qui torniamo alla piena attualità, il cui schema archetipico ritroviamo, appunto, già nella Torah, nell’undicesimo secolo avanti Cristo.

Mauro Montanari, Ph. D.

mauromontanari2910

Mi sono laureato col massimo dei voti al Magistero di Bologna con una tesi di laurea in psicanalisi sul tema “I sogni ad occhi aperti”. Quindi ho lasciato per varie ragioni la psicologia per dedicarmi al giornalismo (premio Asti 2001, insieme ad Enzo Biagi; Premio St. Vincent per il giornalismo internazionale nel 2007). Man mano che abbandonavo la professione giornalistica, mi riavvicinavo alla psicologia, con un dottorato di specializzazione alla università di Bochum, nel 2012, con una tesi dal titolo: "Die Ätiologie der Neurose und ihre Verbindung zum familiären Umfeld" . Nel 2019/20, ho conseguito un diploma di specializzazione biennale alla Klett-Akademie di Amburgo, dove ho approfondito i temi di psicologia del profondo e ipnosi. Ho frequentato e tenuto numerosi seminari a Berlino e a Francoforte. Nel 2009, il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha voluto insignirmi del titolo di Grande Ufficiale della Repubblica. Dal 2014/15 ho svolto a Francoforte sul Meno libera attività di coaching e terapia in una equipe di medici e psicologi. Dal 2021 vivo come autore tra Francoforte, Bologna, Tunisi e Casablanca. Sono legalmeente autorizzato ad inserire accanto al mio nome il titolo academico di Ph. D.

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