Leopardi il bello
Disgiungere l’aspetto dalla poetica significa fare una falso storico, di Mauro Montanari
Non ho visto lo sceneggiato televisivo, né lo vedrò perché vivo all’estero, quindi non posso giudicare l’opera, ma una cosa la so di sicuro: Giacomo Leopardi non era bello, anzi aveva un aspetto ripugnante; era alto un metro e quarantacinque, soffriva di lupus, il che dava al suo aspetto un’ombra sinistra e un odore rivoltante, ed aveva una gobba grottesca. So anche che questo suo aspetto ha avuto un legame stretto con la sua poetica; fosse stato bello, Leopardi sarebbe stato Foscolo; fosse stato ricco, nobile e cattolico, sarebbe stato Manzoni, ma Leopardi era Leopardi, e disgiungere la sua poetica, la sua visione desolata e disperatissima del mondo, così intimamente legata a quella di Schopenhauer, dal suo aspetto, è semplicemente un falso storico. Allora perché il regista, signor Pinco Pallino, ha voluto dipingere un Leopardi che non c’è? La risposta non mi sembra complicata: mettere in scena il brutto è difficile, rischioso e foriero di insuccesso, anche alla cassa. Quindi il regista Pinco Pallino ed i produttori Tizio, Caio e Sempronio non se lo possono permettere.
Ma c’è qualcuno che ci ha provato, in passato, a mettere in scena il Brutto? Mi vengono in mente due esempi. Il primo è il sontuoso, affascinante Nosferatu, di Werner Herzog, girato ai tempi in cui la Germania dettava ancora legge in campo culturale, e produceva menti come Habermas o Marcuse. Che Werner Herzog non sia Pinco Pallino, non lo devo certo dimostrare io qui, quindi vado avanti. Il secondo esempio che mi viene in mente è Elefant Man, del 1980, di un ancor giovane David Lynch. Qui vorrei dire due parole. Si tratta della storia (vera) di John Merrick, un bambino nato da una famiglia povera con una orribile deformazione alla testa, che la rendeva gigantesca e simile alla testa di un elefante. Il bambino, se non ricordo male, venne venduto dalla famiglia affinché si guadagnasse la vita mostrandosi come Elefant Man, per sollazzare il popolo nelle birrerie, per fare il clown, tra una pernacchia e un lancio di cetrioli.
John però era un ragazzo sensibile, anzi, oserei dire che aveva una sensibilità estrema, quasi leopardiana, ma il brutto della vergogna, quando ci si vergogna di se stessi, è che, prima o poi, si comincia a credere che gli altri abbiano ragione. Non a caso, l’ultimo desiderio che il giovane John manifesta al medico che cerca di aiutarlo, è di poter morire in un letto come un essere umano.
In quelle parole, che ho lasciato volutamente in corsivo, c’è tutta l’angoscia di quel ragazzo, ed avrebbero potuto essere parole di Leopardi stesso, senonché io intravedo tra i due una grande differenza, che si chiama “istruzione”. A differenza di John Merrick, il giovane Giacomo veniva da una casa in cui l’istruzione era considerata importante. Di Monaldo si può dire il peggio possibile, e spesso a ragione, ma lui diede al giovane Giacomo l’unica via di uscita possibile dal suo dolore esistenziale: la possibilità di esprimersi, di mettere a nudo la sua anima, di diventare Leopardi. Altrimenti sarebbe rimasto un John Merrick come ce ne sono purtroppo tanti.
Mauro Montanari, Ph. D.