«Panico 38» di Andrea Sapienza: un romanzo che dà voce a chi lotta contro il proprio dolore. A cura di Ely Gocce di Rugiada.

«Panico 38» di Andrea Sapienza: un romanzo che dà voce a chi lotta contro il proprio dolore. A cura di Ely Gocce di Rugiada.

Non tutti i libri sono per tutti. Alcuni parlano solo a chi ha attraversato certi territori interiori. A chi sa cosa significa convivere con una parte di sé che fa paura. Con quella zona d’ombra che si nasconde dietro i gesti quotidiani e che torna a farsi sentire quando ci si ritrova soli, quando si abbassa la voce e il rumore del mondo si spegne.

«Panico 38» di Andrea Sapienza non è un romanzo da leggere per distrarsi. Non è una storia pensata per chi cerca leggerezza o evasione. È una narrazione che si rivolge a chi ha imparato cosa significa convivere con le proprie fragilità. A chi ha conosciuto il panico, l’ansia, la notte che non passa. A chi porta dentro di sé una parte che non si lascia addomesticare.

Tamara Milani, la protagonista del libro, vive esattamente questa realtà. Da fuori la sua vita sembra normale. Un lavoro come autrice di libri per bambini, un gatto come compagno di giornate silenziose, una quotidianità fatta di relazioni brevi e di solitudine. Ma dietro questa apparente normalità c’è una lotta costante. Ci sono attacchi di panico che la immobilizzano, che le tolgono il respiro, che la fanno temere di morire da un momento all’altro.

Quando il suo psicologo le propone di scrivere un racconto per dare forma a quello che prova, Tamara accetta. Non per pubblicare un libro, non per piacere a qualcuno, ma per provare a mettere ordine nel caos che ha dentro. Scrivere diventa il mezzo per affrontare ciò che non si riesce a dire ad alta voce. Ma ben presto si accorge che quel racconto non segue il percorso che aveva immaginato. Le parole non obbediscono, le pagine si riempiono di una storia che sembra prendere il sopravvento.

La trama che si sviluppa sotto la sua penna non è soltanto una narrazione di fantasia. È un terreno dove si mescolano scelte autodistruttive, percorsi che portano verso il fondo, presenze oscure che non si lasciano controllare. Intorno a questo racconto si muove anche una serie di lettere inquietanti inviate da un serial killer ai quotidiani, con dettagli precisi su dove trovare le vittime. Questo elemento non è solo parte della storia. È il simbolo di qualcosa che scava più a fondo. Una presenza che si insinua tra le righe e che rende sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che appartiene al racconto.

Chi ha mai provato a scrivere per affrontare il proprio dolore sa quanto sia facile pensare di avere il controllo sulle parole. Ma sa anche quanto sia sottile il confine tra raccontare e lasciarsi trascinare da quello che emerge. Quando si decide di scrivere con onestà, senza sconti, senza cercare di addolcire quello che si ha dentro, spesso ci si ritrova a confrontarsi con parti di sé che non si pensava di voler vedere.

«Panico 38» parla proprio di questo. Non della scrittura come pratica che consola o che guarisce. Ma della scrittura come atto di coraggio. Come gesto di chi accetta di restare nella propria zona d’ombra e di darle una voce, senza cercare scorciatoie.

Tamara non trova la pace mentre scrive. Non trova nemmeno la guarigione nel senso facile e rassicurante del termine. Quello che trova è la possibilità di guardare in faccia il proprio dolore. La possibilità di restare nel mezzo della tempesta senza più fingere di non sentirla.

Questo romanzo non insegna tecniche di scrittura terapeutica. Non offre ricette. Non promette soluzioni rapide. Mostra invece cosa succede quando si sceglie di raccontarsi davvero. Quando si rinuncia a costruire una storia piacevole per lasciare spazio a ciò che emerge da dentro, anche quando fa male.

Ecco perché questo libro parla a chi porta dentro una parte di buio. A chi conosce il peso delle notti in cui il cuore batte troppo forte, delle mattine in cui alzarsi dal letto sembra una battaglia. A chi ha cercato di mettere distanza tra sé e il proprio dolore, ma ha capito che l’unico modo per non esserne sopraffatti è guardarlo in faccia.

In queste pagine la scrittura non è rifugio. È esposizione. È il luogo dove si racconta quello che spesso si preferirebbe tenere nascosto. È il gesto di chi, pur tremando, decide di restare. Di chi sceglie di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola.

«Panico 38» non consola. Non accarezza. Non offre facili speranze. Ma per chi ha attraversato certe esperienze, per chi porta dentro cicatrici invisibili, questo romanzo può diventare uno spazio dove riconoscersi. Dove trovare la lingua giusta per nominare ciò che si prova. Dove scoprire che non si è soli, nemmeno quando si è convinti di esserlo.

Perché a volte il primo passo per non cedere è proprio questo. Smettere di tacere. Scrivere. Leggere chi ha trovato il coraggio di farlo.

Elisa Rubini

Le tue riflessioni arricchiranno la nostra comunità su Alessandria today e italianewsmedia.com e offriranno nuove prospettive. Non vediamo l'ora di leggere i tuoi pensieri! Lascia un commento e condividi la tua esperienza. Grazie per il tuo contributo!. Pier Carlo Lava

Scopri di più da Alessandria Today Italia News Media

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere