Vivere pericolosamente: tra filosofia ed etimologia dell’esperienza – James Curzi da Firenze

Vivere pericolosamente: tra filosofia ed etimologia dell’esperienza
«Vivere pericolosamente» è una delle espressioni più celebri di Friedrich Nietzsche, che la scolpisce nel §283 de “La Gaia Scienza” (Die fröhliche Wissenschaft). In essa risuona un invito a vivere come esploratori dell’esistenza, a costruire città “ai piedi del Vesuvio”¹, a stare sempre sul limite del caos, nel rischio che rende la vita degna di essere vissuta. Questa tensione eroica è stata raccolta, in chiave tradizionalista e trascendente, da pensatori come Julius Evola, che nella sua opera ha più volte ribadito la necessità di un’esistenza aristocratica, pronta a “sfidare” il destino in un cammino di ascesi interiore; e a suo modo, pur con le dovute variazioni, anche dal D’Annunzio con il noto motto: «Memento audere semper».
Se vogliamo evitare banalizzazioni, interpretando la frase come un’esortazione a “cercare guai” — degenerazione che effettivamente si è vista, soprattutto nel ventennio fascista — dobbiamo concentrarci su come questa idea di vivere pericolosamente trovi un legame profondo anche nel significato etimologico di una parola chiave per tutto il funzionamento dell’Io: esperienza.
In quanto l’Io, nella sua dimensione più essenziale, non è tanto conoscenza, bensì esperienza.
Il termine esperienza deriva dal latino experientia, a sua volta da experiri, che significa tentare, provare, sperimentare. Il prefisso ex- indica un ‘uscire fuori’, un mettersi oltre una soglia, mentre la radice per- è la stessa di periculum — da cui deriva pericolo.
Infatti, periculum in latino indicava la prova, il tentativo, l’atto del rischiare: non a caso peritus è colui che, avendo affrontato prove e rischi, ha esperienza. Nel verbo latino experiri, la dimensione del rischio è intrinseca: fare esperienza significa letteralmente esporsi a un pericolo, superare una prova, attraversare una soglia incerta.
Questa risonanza antica ci mostra come il pericolo non sia un accidente dell’esperienza, ma la sua sostanza profonda. Vivere significa esperire, ed esperire significa sempre mettere alla prova sé stessi nell’ignoto, rischiando di perdere certezze e sicurezze.
In questo senso, l’invito nietzscheano — e, soprattutto, a noi interessa quello in chiave eroico-tradizionale, evoliano — a vivere pericolosamente non è uno slogan: è un richiamo a riscoprire la natura autentica dell’esperienza come periculum, prova che trasforma, come percorso inevitabile per un “trapasso”. Un incentivo che, in una certa misura, poneva anche Hegel indicando come la vita dello Spirito si mantenesse prossima alla morte, non distante:
«La vita dello Spirito non è quella che si riempie d’orrore dinanzi alla morte e si preserva integra dal disfacimento e dalla devastazione, ma è quella vita che sopporta la morte e si mantiene in essa… Lo Spirito è questa potenza solo quando guarda in faccia il negativo e soggiorna presso di esso. Tale soggiorno è il potere magico che converte il negativo nell’essere.»
[G.W.F. Hegel – “Fenomenologia dello spirito”(1807), P.87 – Giunti editore, edizioni Bompiani 2017]
Per quanto ci riguarda è utile fissare alla memoria il concetto chiave che non vi è un esistere che non comporti il rischio, e non solo sul piano materiale, bensì perfino, e soprattutto, su quello spirituale e intellettuale, in quanto ogni atto di coscienza, passivo o attivo, altro non è che un’esperienza: un trapasso in un’altra dimensione avvenuto sotto il segno del pericolo, sotto l’abbandono di una sicurezza, nella tensione che provoca la rottura di uno stato di omeostasi dell’Io — sotto l’ombra nera di una morte simbolica.
Dunque, se ciò che a noi preme — e a noi preme senz’altro — è di raggiungere l’apice della nostra essenza, dobbiamo intendere tale essenza come essere, ricordando Heidegger, che ci esortava a riconoscerci essenzialmente più vicini all’Essere² — nonostante all’uomo moderno sembri quanto vi sia di più distante — piuttosto che al semplice aspetto biologico (che anch’esso è parte dell’Essere). Noi dobbiamo far sì di dimorare nella dimensione dell’Essere, di ciò che tutto è benché con il tutto non possa esaurirsi: quella potenza assolutamente libera di cui più volte abbiamo trattato nei nostri articoli — il Sacro, l’Assoluto.
Per pervenire a tale scopo, ribadiamo, occorre correre dei rischi: il rischio del trapasso che comporta l’abbandono dello stato di coscienza dell’Io più prossimo alla sfera quotidiana dell’uomo comune, per abbracciare quella trascendente; non escludendo i bisogni umani, ma raccogliendoli da una prospettiva più elevata, in direzione di un moto anagogico. Dunque, riprendere dall’alto il nostro essere semplicemente umani, per condurlo verso l’alto.
Rassicuriamo subito gli scettici: il fatto che il centro della persona non sia nella carne non significa che essa venga svilita con forme di inconscienza inutili o di masochismo nevrotico.
Ritornando invece al nostro soggiornare nella casa dell’essere, la conoscenza che si ottiene tramite il pensiero, soprattutto per noi occidentali — anche se l’Oriente sembrerebbe che ci stia seguendo a ruota — è ormai priva del contatto originario con la sua dimensione più elementare. Essa è soltanto un atto preparatorio dell’esperienza dell’Essere, di quella che Heidegger chiamava la discesa nella radura dell’Essere³. Ma per il punto di vista che ci proponiamo di seguire, noi non ci accontenteremo di discendere nella radura dell’Essere sperimentandoci come una parte di esso: vorremo accedere all’esperienza spirituale necessaria a esserne parte attiva, coinvolta, nelle forze eoniche del cosmo.
Per quanto concerne il rischio, qui ci riferiamo, come si intende, principalmente al fronte interno, ma non solo. Poiché la forza dello Spirito è quella capace di “sopportare la morte”, di accettare il proprio “essere-per-la-morte” (l’Heidegger di “Essere e tempo”), questa forza di sopportazione del carico ovviamente si può asserire di averla superata esclusivamente se si è capaci di rinunciare realmente alla vita; altrimenti è destinata a restare nell’ambito del puro onanismo psicologico. Il trapasso, la rottura ontologica, passa dal cimento con la morte: vera pietra di paragone per misurare la propria forza interiore. Dunque, il pericolo del trapasso non deve avvenire per la morte, ma essa non può essere esclusa a priori. Tra l’altro, che la finitudine del nostro tempo sia la vera prova di ogni uomo ce lo conferma anche la famosa psicoanalista Melanie Klein, che nei suoi scritti del 1921-58 pone al centro dell’angoscia umana il timore dell’annientamento.
Come ogni esistenza che si sviluppi, essa è nel suo profondo nient’altro che potenza, che nel linguaggio spinoziano è sinonimo di realtà, cupidità e virtù⁴. È chiaro dunque che la volontà di vivere pericolosamente in senso trascendente deve seguire da una volontà che sia autenticamente potenza, ovvero esente da passioni; e come ogni volontà realmente indistruttibile si deve fondare su una fides, da non intendersi con il semplice e banale termine “Fede”. Qui ci risulta utile riportare alla memoria alcune parole del maestro Evola:
«In latino il senso di questo termine non è la “fede”, è soprattutto la fedeltà: ad un impegno, ad un giuramento, ad un patto, alla parola data, ad un vincolo liberamente accettato. Di là dal mondo soltanto umano, la fides diviene “fede” e si estende alle relazioni con potenze superiori, ed allora essa fonda la religio, termine che in origine significava “collegamento”: collegamento fra l’individuo e il divino. Il presupposto esistenziale della fides nel primo senso e, nel contempo, ciò di cui essa è la manifestazione, è la virtus, non nella sua accezione moralistica o addirittura sessuale, ma in quella di fermezza interiore, di drittura.»⁵
Dunque, il nostro vivere pericolosamente deve fondarsi su una fides che non sorge da un’imposizione eteronoma, bensì autonoma, e che non necessariamente deve rivolgersi a qualcosa di esterno — da intendersi come un legame con una particolare struttura sociale o istituzione, se questa non si dimostra all’altezza di meritare la nostra fedeltà.
Il legame è innanzitutto con una parola data all’interno di sé stessi; così dev’essere anche nei contesti comunitari sani, dovendo la dedizione nascere come conseguenza di una libera scelta in coerenza con la propria idea, di cui l’oggetto esterno non è che estensione e completamento. Tutto ciò comporta la necessità di essere effettivamente disposti a morire per la parola data a sé stessi, ma morire non è lo scopo, né è necessariamente richiesto. Il fine è vivere pericolosamente: vivere, non perire infaustamente. Ed è proprio qui che si annida l’errore, quando il centro di una scelta autonoma si sposta verso un esterno soggettivamente idealizzato e non si riconosce più sé stessi nella propria volontà, che, ipostatizzata, diviene altro da noi, finendo per trasformarsi in un vitello d’oro da adulare, in cui perdersi anziché temprare e innalzare la propria potenza — condizione tipica del fanatismo e dell’alienazione.
Essere disposti a sacrificare la vita non significa desiderare di perderla, né metterla in gioco quando non vi siano reali possibilità di successo… In tal caso, anziché combattere inutilmente, si può sempre scegliere di Cavalcare la Tigre.
Note bibliografiche
¹ F.Nietzsche, “La Gaia Scienza”(1887): «il segreto per raccogliere la massima fecondità e il massimo godimento dell’esistenza sta nel vivere pericolosamente! Costruite le vostre case sul Vesuvio!»
² M.Heidegger – “Lettera sull’umanesimo” (1949)
³ Ibid.
⁴ Spinoza – “Etica”, parte III e IV
⁵ J.Evola estratto di un articolo uscito su Il Conciliatore”, XXI, 2, febbraio 1972, pp. 66-6