EMOZIONI? NO GRAZIE, SONO A DIETA!, di Cinzia Rota. Milano

EMOZIONI? NO GRAZIE, SONO A DIETA!, di Cinzia Rota. Milano

Ci ricaschiamo sempre. C’è una certa poesia nella ripetizione del dolore, una fedeltà patologica alla delusione. Come se rimanere feriti fosse il modo più concreto per ricordarci che siamo vivi. E non per ingenuità, ma per coerenza emotiva. Come se ogni delusione fosse una conferma: sì, sentiamo ancora. La ripetizione del dolore, per certi versi, è una forma di resilienza… un esercizio estremo di speranza. E allora torniamo lì, impavidi e stanchi, con l’anima tra le mani, sperando che stavolta qualcuno la guardi davvero. Siamo poveri illusi, sognatori incalliti con il cuore formato bagaglio a mano, lo offriamo sempre, sperando che stavolta qualcuno lo prenda davvero sul serio e non lo dimentichi in qualche deposito smarrimenti.

Puntualmente arriva il gelo. Non da parte degli estranei… loro, paradossalmente, sanno commuoversi, e ci commuovono: li vediamo piangere per un gesto sincero, per una verità sussurrata tra le righe d’un silenzio. Accogliere l’emotività con quella sacralità che solo chi è esterno riesce a riconoscere. Ma chi ci è vicino? Loro no di certo… Sembra quasi che siano vaccinati contro il sentimento. Reagiscono come se l’affetto fosse una malattia da evitare, una debolezza da nascondere dietro lo scudo del “SONO FATTO COSÌ!”.

Sembra quasi la storia dei tre cavalieri dell’emozione repressa:

Il primo dice:

– Che bisogno c’era di dirlo così?

Detto con quella inflessione tra l’amministrativo e il passivo-aggressivo. Come se ci fosse un modulo da compilare, una trafila corretta per dire “mi fa male”, “ti voglio bene”, “mi hai ferito”. Il bisogno di dirlo? Non c’è. E proprio per questo lo si dice. Per squarciare l’ordinario. Per urlare nel mezzo del condominio della reticenza.

Il secondo:

– È troppo… personale.

Con l’eleganza dell’offesa non detta. “Personale” come sinonimo di “inopportuno”. Il cuore non ha permessi di soggiorno in queste terre gelide. Troppe emozioni e si rischia una crisi diplomatica tra il sé autentico e il sé socialmente accettabile. Meglio l’emozione “generica”, quella che si può postare senza compromettere il decoro.

Il terzo, e sicuramente il più comune:

– Stai esagerando, dai…!

La battuta che chiude ogni discussione sull’intensità. Esagerare, in fondo, è il peccato originale di chi prova ancora qualcosa. Ma il mondo non ama gli eccessi, al contrario, li teme. Perché dove c’è intensità, c’è pericolo. E dove c’è pericolo… c’è cambiamento.

E così, mentre loro recitano questo copione con disinvoltura da attori consumati, tu resti lì, con un nodo in gola e un dubbio che pesa: sono io che sento troppo, o loro che sentono troppo poco?

Ma il vero problema non è chi nega l’affettività. È il sistema che la tratta come un virus, da contenere con misure igieniche relazionali. Siamo diventati esperti di distanziamento emotivo, ben prima della pandemia. Evitiamo il contatto, mettiamo in quarantena la vulnerabilità, usiamo mascherine anche quando nessuno ci guarda.

Per gestire le emozioni, ci dicono, bisogna controllarle. Ma forse bisogna semplicemente non tradirle.

Bisogna dare loro un nome, un posto a tavola, una voce nel coro. Anche se stonano. Anche se sono scomode. Anche se non ricevono l’applauso dei cervelli ben pettinati.

Perché il salto quantico non lo fa chi resta indifferente. Lo fa chi, davanti a tutto, riesce ancora a dire:

Mi riguarda.

Mi tocca.

Lo sento.

Spesso ci dicono anche che “è bello perdersi nelle sensazioni”… E lo dicono con un certo lirismo, come se fosse una passeggiata nel bosco delle emozioni, tra profumi e foglie che frusciano al vento. “Perdersi è poesia,” dicono. “Perdersi è libertà.”

Ma pochi, anzi pochissimi, ne comprendono il vero significato.

Perdersi è restare senza coordinate, senza appigli. È dire “non mi ritrovo, ma vado avanti lo stesso”. È amare, non nel senso sdolcinato del termine, ma nell’atto più radicale e potente: è consegnarsi.

Senza riserve, senza controllo, senza garanzie. Come chi entra in una stanza buia con in mano solo il battito del proprio cuore. Ed è in quel momento, quando non hai più punti fermi, quando non sai dove sei emotivamente… Proprio lì stai amando davvero.

Hai rinunciato alla difesa, al distacco, al “non mi riguarda”.

Hai detto sì. Hai detto “mi può fare male, ma ci sto dentro”.

C’è chi lo chiama smarrimento, beh… io lo chiamo fiducia.

Fidarsi è un verbo che non si coniuga al futuro, si pratica al presente. E costa caro. Ma è l’unico modo per non morire freddi.

E allora, quelli che ci dicono di non esagerare, di non fare così, restano senza battuta.

Perché perdersi è il vero atto sovversivo.

È l’antidoto all’algidità.

È il gesto che dice: non mi difendo più, perché voglio sentire tutto… anche te.

Sentire è un rischio, ma è l’unico canale che ti restituisce la verità di chi sei. Non c’è dignità nel gelo, solo sopravvivenza: prova, trema, e lasciati attraversare. L’anima non cresce dove non vibra.” Non provare emozioni è come vivere con il volume a zero. Accenditi. Senti. Solo chi vibra, esiste davvero”, ché siamo troppo umani per il teatro dell’indifferenza.

Cinzia Rota

3 pensieri su “EMOZIONI? NO GRAZIE, SONO A DIETA!, di Cinzia Rota. Milano

  1. Quante inutili distinzioni pur di non ammettere che “sentire” è il primo passo verso la costruzione di se stessi. Tu le smonti tutte, con la saggezza e la semplicità che contraddistinguono chi non si erge a giudice o censore dei sentimenti e delle emozioni altrui. Siamo affamati di tutto, di ascolto, d’intesa, di incontro, di accettazione, di comprensione. Bello il tuo modo leggero e quasi “casuale” di dire cose importanti, necessarie.

    1. Grazie davvero cara Adriana! Il tuo commento è una carezza mascherata da analisi filosofica, ed io lo accolgo con la gioia di chi “casualmente” ama dire cose importanti senza prendersi troppo sul serio.
      Hai colto perfettamente il punto: sentire è costruire, e costruire insieme è molto meglio che cercare di demolirsi a colpi di verità assolute. Insomma, se c’è fame d’intesa… spero di contribuire almeno al buffet delle emozioni, e credo che sotto sotto potresti essere un poeta travestito da commentatore… ;))

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