Da Anchorage a Macuto

Da Anchorage a Macuto

La dialettica delle potenze

Stamattina, dalla spiaggia di Macuto, il mare non era più soltanto l’orizzonte dei pescatori o il riflesso delle palme che si specchiano nella sabbia. Era diventato il teatro visibile di una pressione militare che porta in primo piano i profili taglienti di tre cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke: l’USS Gravely, l’USS Jason Dunham e l’USS Sampson. Ognuna di queste unità disloca oltre novemila tonnellate, è armata con più di novanta celle di lancio verticale e integra il sistema di combattimento Aegis, in grado di coordinare simultaneamente l’ingaggio di missili balistici, velivoli e unità navali. Dai loro ponti possono partire missili da crociera Tomahawk con una gittata superiore ai 1.600 chilometri, missili Standard SM-2 e SM-6 capaci di neutralizzare bersagli aerei e spaziali, oltre a siluri antisommergibile Mk 46 che estendono il dominio anche sotto la superficie. A bordo vi sono equipaggi addestrati a operazioni di proiezione di potenza, parte di un dispositivo che in questa fase mobilita circa quattromila marinai e marines, sostenuti in cielo dagli aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon, che sorvegliano costantemente la costa venezuelana e i traffici nel Caribe.

Sotto il pelo dell’acqua, invisibile ma determinante, pattuglia un sottomarino d’attacco della classe Los Angeles, a propulsione nucleare. Questa classe, progettata per la guerra antisommergibile e per attacchi di precisione, porta siluri Mk 48 e missili Tomahawk che possono essere armati anche con testate nucleari tattiche. La sua sola presenza significa capacità di colpire le infrastrutture strategiche di un Paese in pochi minuti, senza preavviso. L’apparato statunitense non si limita a questo: insieme ai cacciatorpediniere, il dispositivo operativo prevede l’impiego dell’USS Iwo Jima e del suo Amphibious Ready Group, comprendente la USS Fort Lauderdale e la USS San Antonio, insieme alla 22ª Marine Expeditionary Unit. Sebbene costretti temporaneamente a rientrare a Norfolk per condizioni meteo avverse, questi asset aggiuntivi restano parte integrante dello schieramento, segnalando la disponibilità a passare dalla pressione navale alla minaccia anfibia. Non si tratta di semplici manovre, ma di un dispositivo concepito per generare accerchiamento: il mare, l’aria e il sottosuolo marino diventano linee di chiusura, con la certezza implicita che ogni via di fuga sia già sorvegliata e, se necessario, colpita.

A monte di questo dispositivo navale vi è stato l’incontro di Anchorage del 15 agosto 2025. In quell’occasione Donald Trump ribadì che «l’emisfero occidentale resta un’area di responsabilità primaria per gli Stati Uniti», mentre Vladimir Putin rispose che «nessuna pressione potrà spezzare la partnership strategica con Caracas». Quelle frasi hanno fissato i termini di un confronto che oggi si traduce sul mare: le linee affilate dei cacciatorpediniere Arleigh Burke, l’ombra silenziosa di un sottomarino della classe Los Angeles e la proiezione latente del gruppo anfibio Iwo Jima. Il dispiegamento è una parte costituente della dialettica tra potenze, in cui le dichiarazioni di Anchorage trovano una prosecuzione tangibile nell’acciaio e nei missili che presidiano l’orizzonte.

Stabilire il significato della scena richiede di tornare all’ossatura storica che la rende leggibile. La dottrina Monroe del 1823 non fu un semplice proclama retorico, ma la codifica di una geografia politica: l’emisfero occidentale come spazio di non-ingerenza europea e, per implicazione, come sfera di responsabilità autonoma degli Stati Uniti. Quel messaggio al Congresso, nato per bloccare nuove colonizzazioni e restaurazioni nell’America Latina post-indipendenze, divenne nel tempo una clausola generale di sicurezza emotiva e legale: l’idea che ogni tentativo extraemisferico di alterare gli equilibri locali minasse direttamente la sicurezza americana. Il corollario di Theodore Roosevelt del 1904 ne segnò la svolta operativa: laddove instabilità o “cattiva condotta cronica” minacciassero ordine e pagamento dei debiti, Washington si riservava un “potere di polizia internazionale”. Da allora, l’intervento navale non è più un’eccezione ma un idioma, e l’oceano il luogo naturale in cui l’America organizza la prevenzione, la pressione, l’eventuale punizione. Se oggi tre Arleigh Burke stazionano al largo di Macuto, sostenuti da P-8 Poseidon e da un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare, non è un episodio contingente: è la prosecuzione di quel continuum giuridico-ideologico, aggiornato da un secolo di tecnologia e di logistica, ma identico nel fondamento, perché ancora informa l’istinto strategico con cui gli Stati Uniti regolano la propria vicinanza e la lontananza degli altri. In questa grammatica, mari e stretti non sono soltanto spazi fisici, ma strumenti di ordinamento dell’emisfero; e la presenza navale, quando rimane a distanza legale, è precisamente la forma preferita con cui l’ordine viene affermato senza dichiarazioni formali.

Il quadro economico traduce quella grammatica in peso specifico. Per Washington, mantenere per mesi tre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke in acque internazionali del sud Caraibi, con equipaggi completi, un flusso costante di rifornimenti, il pattugliamento P-8 e un SSN di classe Los Angeles, è un costo marginale rispetto a un bilancio della difesa che nel 2024 supera gli ottocento miliardi di dollari. Un singolo Arleigh Burke vale intorno ai due miliardi di dollari a nave, un P-8 Poseidon sfiora la soglia dei cento-centoventi milioni per unità, un Tomahawk costa nell’ordine di milioni; ma queste cifre, per l’economia statunitense e per il profilo di spesa del Pentagono, rientrano nella fisiologia. Per Caracas non è così: la risposta annunciata con la mobilitazione di 4,5 milioni di miliziani equivale a più del quindici per cento della popolazione. La differenza non è solo finanziaria; è sistemica. In un Paese con capacità industriale contratta e con importazioni critiche, ogni giorno di mobilitazione è sottrazione di lavoro, di logistica civile, di valuta estera; ogni dollaro speso in difesa pesa, in termini di benessere collettivo, molte volte più del corrispettivo americano. La proporzione tra un bilancio militare USA superiore a 800 miliardi e una spesa venezuelana che si colloca intono ai 3.2 miliardi di dollari (lo 0.65% del PIL) descrive una forbice che non è colmabile con il numero dei fucili o con l’enfasi propagandistica. È qui che l’operazione americana trova razionalità: il mare consente di proiettare pressione a costi relativamente stabili, mentre obbliga l’avversario più debole a sostenere una mobilitazione costosa, socialmente corrosiva, materialmente quanto politicamente insostenibile sul medio periodo.

Il parallelismo con la Russia alla vigilia dell’offensiva del 2022 non è un artificio retorico, ma un riscontro sul linguaggio con cui le potenze comunicano quando vogliono evitare, o preparare, un conflitto. Nel gennaio 2022, i campi d’assembramento russi a ridosso del Donbass — treni di rifornimento, sistemi d’artiglieria, mezzi corazzati ripresi dai satelliti — costituivano un messaggio espresso in densità militare: cambiate i vostri calcoli. Prima ancora del fuoco, la concentrazione visibile imponeva all’Ucraina e alla NATO un costo psicologico e operativo, forzava la diplomazia, misurava il tempo. Oggi gli Stati Uniti, nel proprio emisfero, riproducono quel linguaggio con i mezzi che la loro geografia favorisce: non corpi d’armata attorno a confini terrestri, ma cacciatorpediniere e un sottomarino d’attacco a cavallo della Zona Economica Esclusiva venezuelana, più la proiezione potenziale del gruppo anfibio Iwo Jima, rientrato a Norfolk per meteo avverso ma mantenuto nel quadro operativo come riserva pronta a riprendere mare. Anche qui il messaggio è: cambiate i vostri calcoli. Il destinatario principale è Caracas, perché la vista dell’acciaio all’orizzonte muta l’economia politica interna, altera prezzi, aspettative, coesione. Ma il secondo destinatario è Mosca, legata a Maduro sul piano energetico e militare: lo stesso strumento usato nel 2022 per influenzare Kiev viene oggi specchiato nel Caribe per influenzare il Cremlino. La pressione visibile è un referendum permanente sul rapporto tra volontà e capacità; e l’assedio marittimo, per come è condotto, è una domanda rivolta all’avversario: quanto siete disposti a pagare solo per non perdere la faccia.

La conclusione è lineare nella sua durezza. La pressione è il metodo, perché consente di spostare la soglia delle decisioni senza oltrepassare quella del fuoco; l’assedio è la forma, perché traduce la strategia in topologia, chiudendo vie di mare, saturando l’aria, insinuando il dubbio sotto la superficie; l’asserzione è la politica, perché non discute, non argomenta, non negozia, ma mette il fatto davanti agli occhi e chiede agli altri di adattarsi. È la continuità materiale della dottrina Monroe e del corollario rooseveltiano, con l’aggiornamento tecnologico che ne amplifica la portata e la precisione. Dalla spiaggia di Macuto questo non appare come un dibattito tra giuristi o come un capitolo di storia diplomatica: appare come la linea nera di tre scafi e il silenzio di un sottomarino, come la distanza che si accorcia tra la geografia e la volontà di potenza. È così che l’ordine viene affermato quando si dispone della superiorità marittima e finanziaria: senza proclami superflui, con la sola evidenza che ogni fuga è già vista, ogni corridoio già misurato, ogni opzione già pesata.


Note

La spiaggia di Macuto si trova nello stato di La Guaira (già Vargas), lungo la costa settentrionale del Venezuela, a pochi chilometri da Caracas. È storicamente una delle località balneari più frequentate della capitale, raggiungibile in meno di un’ora di auto.

Negli anni Sessanta–Ottanta era considerata una delle spiagge più eleganti del paese, meta sia della borghesia venezuelana sia di turisti stranieri. A Macuto si trovavano stabilimenti, hotel e ristoranti che la resero una vetrina del turismo caraibico legato a Caracas. La sua fama è legata anche alla presenza di figure storiche: ad esempio, il pittore Armando Reverón vi abitò e ne trasse ispirazione per le sue opere.

Dopo il disastro di Vargas del 1999, che colpì pesantemente la costa con inondazioni e frane, l’area turistica di Macuto ha conosciuto un declino, con gravi danni alle infrastrutture. Negli ultimi anni, tuttavia, il governo venezuelano ha promosso iniziative di riqualificazione (tra cui il boulevard di Macuto e il Paseo La Marina) per rilanciarne l’attrattività.

Oggi la spiaggia di Macuto mantiene una forte carica simbolica per i caraqueños: è una “finestra sul mare” della capitale, spesso usata anche come cornice per eventi politici o culturali, e nelle rappresentazioni mediatiche rimane un punto di osservazione privilegiato sul litorale caraibico di Caracas.


– Dispiegamenti confermati: Fonti affidabili multiple riportano che gli Stati Uniti stanno effettivamente dispiegando tre cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke — la USS Gravely, la USS Jason Dunham e la USS Sampson — nelle acque al largo del Venezuela come parte di un’operazione antidroga legata alle accuse statunitensi contro cartelli della droga e gruppi definiti “narcoterroristi”. Secondo le stime, questo dispiegamento comprende circa 4.000 marinai e marines statunitensi, nonché velivoli da ricognizione P-8 e almeno un sottomarino d’attacco, operanti in acque internazionali nel settore meridionale dei Caraibi. L’operazione è prevista per durare diversi mesi.

– Asset aggiuntivi: Iwo Jima Amphibious Ready Group e altri. Ulteriori rapporti indicano il dispiegamento di unità navali aggiuntive oltre ai tre cacciatorpediniere: l’Amphibious Ready Group della USS Iwo Jima e le navi al seguito — USS Fort Lauderdale e USS San Antonio — insieme alla 22ª Marine Expeditionary Unit, sono stati menzionati come parte delle più ampie operazioni del Comando Sud degli Stati Uniti nell’area caraibica. Questi asset aggiuntivi risultavano in rotta, ma sarebbero stati costretti a rientrare a Norfolk a causa delle condizioni meteorologiche legate a un uragano in avvicinamento.

– Presenza sottomarina: È segnalata anche la partecipazione di un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare della classe Los Angeles, sebbene la sua posizione esatta resti non specificata per motivi di sicurezza operativa.


bibliografia

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  • Palombi, M. (2024) L’Europa, ovvero tre dottrine per un perdente. Amazon.
  • Palombi, M. (2025) Storie di futuri possibili: dalla permacrisi all’adattamento. Amazon.

Marco Palombi

economista, appartenente alla scuola economica liberale francese, specializzato in economia di guerra e negoziazioni complesse, e' giudice della Corte Internazionale di Mediazione ed Arbitraggio di Ginevra, ed un senior top manager e consulente strategico e politico, con una esperienza sviluppata in 30 anni di attività in quattro continenti, sia nel settore istituzionale (affari internazionali, finanza, difesa) che nel settore privato.

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