Sentiero Bonatti Valtellina, un viaggio dentro di te

Sentiero Bonatti Valtellina, un viaggio dentro di te

Il Sentiero Walter Bonatti è un percorso trekking impegnativo e panoramico in Valtellina, che unisce l’avventura alpina all’eredità del celebre alpinista, attraversando valli selvagge e regalando viste mozzafiato sulle Alpi Retiche e il Lago di Como.

Il sentiero prende il via dalla frazione Monastero di Dubino, nella casa dove Walter Bonatti visse gli ultimi anni della sua vita. Questo itinerario di circa 25 km, con un dislivello impegnativo di oltre 2.000 metri, si snoda lungo la cresta spartiacque tra Valtellina e Valchiavenna, passando per la Costiera dei Cèch, la Valle dei Ratti, la Valle di Spluga e la Val Masino, arrivando infine a Bagni di Masino. Il terreno varia tra boschi di castagni, pini, betulle e ampi alpeggi, con tratti rocciosi e panorami spettacolari, come quelli dal Monte Bassetta, che domina con la sua cima erbosa offrendo una vista meravigliosa sulle Alpi Orobie, il Lago di Como e le valli circostanti. La prima giornata di cammino porta al Bivacco Primalpia, situato a quasi 2.000 metri, attraversando paesaggi alpini suggestivi e dove si può ripercorrere simbolicamente la passione di Bonatti per la montagna. Si attraversano luoghi ricchi di storia e natura, come il rudere della chiesetta di San Giuliano, le baite di Alpe Piazza e il Monte Foffricio, seguendo un sentiero segnato e con passaggi esposti che richiedono esperienza e prudenza.La seconda giornata è altrettanto intensa e culmina nel Passo del Calvo (2.700 m), il punto più alto del percorso, da cui si ammira la Val Masino con le imponenti montagne del Gruppo Masino-Bregaglia, famose vie di arrampicata scalate da Bonatti stesso. La discesa passa per il Rifugio Omio e termina a Bagni di Masino, portando a completa immersione in un territorio poco battuto dal turismo di massa ma ricco di bellezze naturali e selvagge.Il sentiero non è solo un percorso fisico, ma anche un viaggio emotivo e culturale nel carattere esplorativo, tenace e profondo di Walter Bonatti, che ha lasciato un’impronta indelebile nell’alpinismo mondiale. Attraversandolo si respira il rispetto verso la Natura “madre e matrigna”, come la definiva lui, e si rivivono frammenti dell’epopea di un uomo che ha dedicato la vita alle montagne più impervie.Questo percorso va affrontato con preparazione fisica adeguata, buona attrezzatura, e possibilmente suddividendolo in due o tre giorni, con pernottamenti al Bivacco Primalpia e Rifugio Omio. Consigliata anche una buona mappa cartacea e attenzione alle condizioni meteo e di sicurezza alpine.Il Sentiero Walter Bonatti è quindi una perfetta sintesi tra natura incontaminata, avventura alpina e memoria di un grande alpinista, un’esperienza che regala paesaggi maestosi, silenzi profondi e il ricordo vivo di un’icona delle montagne italiane

Sul Sentiero di Bonatti la mia esperienza, intima.

Partenza – Dubino

Sono partito all’alba, quando la luce si insinuava tra le case di Dubino con un chiarore ancora incerto. La casa di Walter Bonatti, raccolta e austera, restava alle mie spalle come un segno. Più che una partenza, sembrava un rito: voltare le spalle al paese e avviarmi verso la montagna che portava il suo nome.

Il sentiero saliva tra i castagni, odorava di umido e di legna antica. Ogni passo era un invito al silenzio, ogni radice affiorata ricordava che la montagna non perdona la distrazione. Salendo, il bosco cambiava colore e respiro: i castagni lasciavano il posto ai pini e alle betulle, e in quell’alternanza di alberi mi sembrava di attraversare i secoli.

Ho sostato un momento davanti ai ruderi della chiesetta di San Giuliano. Ho appoggiato la mano su un muro coperto di muschio e ho sentito il freddo della pietra entrarmi nelle vene. Non era rovina, ma memoria viva, come se le campane silenziate continuassero a vibrare in un tempo che non è più nostro.

Alle baite di Alpe Piazza, annerite dal tempo, ho pensato a chi aveva abitato lì. A vite semplici, essenziali, che conoscevano la montagna non come sfida, ma come necessità. In quel momento ho sentito che il sentiero non era solo traccia di passi, ma di esistenze.

Arrivo al Rifugio Autogestito

Quando ho visto il rifugio Primalpoia la mia fatica si è sciolta in un sorriso. Non era un guscio metallico, ma una piccola casa di pietra e legno, appoggiata come una guardiana silenziosa. Le finestre minuscole riflettevano il tramonto.

Dentro c’era odore di legna bruciata e di lana umida. Tavolacci di legno, scaffali con pentole ammaccate, materassi consumati sulle assi. C’era un quaderno pieno di firme, di frasi lasciate da chi era passato prima di me: parole semplici, a volte infantili, a volte profonde come ferite. Ho letto: “Qui ho pianto e ho riso, qui ho trovato me stesso.” E mi sono sentito parte di una comunità invisibile.

Ho appoggiato lo zaino, ho acceso la stufa. La fiamma ha tremolato piano, scaldando l’aria fredda che entrava dalle fessure. Ho mangiato anche una pasta oltre al pane e formaggio, ho bevuto a piccoli sorsi il vino che mi ero portato. Poi mi sono seduto a guardare il buio che inghiottiva la valle sotto di me.

La notte con i fantasmi

Quella notte è stata lunga. Non ero solo, eppure lo ero più che mai. Ogni scritta sul muro, ogni firma nel quaderno, ogni briciolo lasciato da altri sembrava parlarmi. Come se le vite passate in quel rifugio fossero rimaste sospese.

Ho chiuso gli occhi, ma i fantasmi sono arrivati lo stesso. Mio padre, seduto davanti alla stufa, con lo sguardo che non giudica e non consola, ma osserva. Amici scomparsi, con le loro voci soffocate dal vento. Perfino Bonatti l’ho sentito lì, in piedi accanto al tavolo, silenzioso e severo. Non parlava, ma la sua presenza mi imponeva la domanda più difficile: sei capace di non barare con te stesso?

Il vento fuori sbatteva contro le imposte, il legno scricchiolava come ossa. Ho stretto la coperta sulle spalle e ho lasciato che i fantasmi stessero con me. Non come nemici, ma come compagni di veglia. Ho capito che la solitudine della montagna non è mai totale: dentro quel silenzio si siedono tutte le presenze che portiamo con noi.

Ho guardato il cielo dalla piccola finestra: le stelle erano fitte, tremolanti, sembravano respirare. Ho sentito che i miei fantasmi non sarebbero mai andati via. Non devono: sono loro a custodire la mia memoria, a impedirmi di dimenticare chi sono stato.

Secondo giorno – Il Passo del Calvo

All’alba ho rimesso lo zaino sulle spalle. L’aria era tagliente, il cielo rosa sulle cime. Il rifugio restava alle spalle come una casa provvisoria, ma più vera di tante altre.

Il sentiero saliva ripido verso il Passo del Calvo. I sassi scivolavano, il fiato si faceva corto, ma ogni passo era un atto di fedeltà. A quota 2.700 il paesaggio si è aperto come un sipario: davanti a me la Val Masino, e le pareti severe del Masino-Bregaglia.

Ho sentito una vertigine profonda. Non solo l’altezza, ma la consapevolezza che quelle montagne erano specchio del mio limite. Ho immaginato Bonatti affrontarle con il suo coraggio. Non ho pensato alla gloria, ma alla sua tenacia di uomo che non tradiva sé stesso. E lì ho sentito che quella era la vera lezione: rimanere fedeli, anche quando il mondo intorno invita al compromesso.

La discesa – Bagni di Masino

La discesa verso Omio, poi a Bagni di Masino, è stata lunga. I muscoli tremavano, le ginocchia chiedevano tregua, ma dentro di me era nato un silenzio diverso, più profondo. Ogni passo in valle era un ritorno agli uomini, ma io sapevo di essere cambiato.

La montagna mi aveva inciso. Il rifugio autogestito, con le sue scritte sui muri e il calore della stufa, aveva custodito i miei fantasmi e li aveva restituiti trasformati. Non più paure, ma compagni di viaggio.

Quando ho sentito il rumore dell’acqua a Bagni di Masino, ho sorriso. Non perché fosse finito il sentiero, ma perché sapevo che il cammino vero continuava dentro.

Epilogo

Il Sentiero Bonatti non è solo pietre e dislivelli. È un rito. È un confessionale di legno e vento. È il ricordo vivo di un uomo che ha fatto della montagna la misura della sua vita, e che oggi continua a chiedere a chi cammina sulle sue tracce di misurarsi non solo con la salita, ma con la propria anima.

Io, lungo quei due giorni, ho imparato che i fantasmi non se ne vanno: restano, e camminano con noi. E che la montagna non si possiede: ci possiede lei, ci segna, e ci lascia andare solo quando ha inciso il suo segreto nel nostro cuore.

Sergio Batildi

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