Vladivostok, dove il silenzio non è mai innocente e il vento viene dal Pacifico con una memoria lunga. di Sergio Batildi
A Vladivostok il silenzio non cade mai verticale, arriva di traverso, spinto dal mare. Quella sera lo sentivo infilarsi tra i moli, nei cappotti della gente, perfino nei pensieri, come se qualcuno lo dosasse con cura. Avevo appena deciso, ancora una volta, di tacere sul serio, quando capii che era troppo tardi per tornare indietro.
Belzebù mi stava aspettando al Café Arsen’ev, seduto vicino alla finestra appannata. Non aveva le corna, dettaglio che mi deluse un po’, ma portava guanti chiari, inadatti alla stagione, e un’aria da diplomatico in pensione. Sorrideva con cortesia, quel sorriso che non promette nulla ma sa tutto.
«Vladivostok è perfetta per i silenzi importanti», disse senza guardarmi. «Qui finiscono le strade e cominciano le scuse.»
Mi sedetti. Dal porto arrivava il verso delle sirene, lungo, stanco, come un animale marino che non si fida più degli uomini.
«Lei tace meglio di molti», continuò Belzebù, mescolando il tè come se stesse girando un destino altrui. «Ma ha un vizio umano: crede che il silenzio serva solo a sé stessi.»
Prima che rispondessi, il gatto comparve. Nero, enorme, con il solito farfallino rosso, saltò sulla sedia accanto alla mia e ordinò del pesce affumicato in un russo impeccabile. Il cameriere non si scompose. A Vladivostok certe cose si accettano senza domande.
«Belzebù oggi è nervoso», disse il gatto. «Ha passato la giornata a registrare parole non dette vicino alla stazione. Un disastro.»
Belzebù sospirò. «La città è piena di frasi trattenute, promesse lasciate al gelo, addii mai pronunciati. Qui la gente parte spesso, e quando parte, tace.»
Fu allora che lo capii: Vladivostok non era lo sfondo, era il vero personaggio. Una città di fine e di bordo, di attese lunghe e risposte brevi, perfetta per ospitare il non detto.
«E io cosa dovrei fare?» chiesi piano.
Belzebù finalmente mi guardò negli occhi. «Nulla di eroico. Continui a offrire silenzio quando tutti vogliono parole, e parole solo quando il silenzio ha già guarito abbastanza.»
Il gatto annuì, le vibrisse tese. «E se incontra un giovane disperato sul molo, uno di quelli che fissano il mare come se dovesse rispondere, non gli spieghi la vita. Resti accanto. Il mare parlerà per lei.»
Uscii dal caffè che la notte aveva preso colore. Le luci del porto tremavano sull’acqua scura, e per un attimo ebbi la sensazione che Vladivostok mi stesse ascoltando. Non chiedeva spiegazioni, solo presenza.
Capii allora che il silenzio, qui più che altrove, non è fuga, ma un patto segreto tra chi resta e chi sta per partire. E che perfino Belzebù, quando il vento soffia dal Pacifico, sa stare zitto al momento giusto.
Sergio Batildi.
L’ho scritto per un motivo molto serio, che però si presenta travestito da sciocchezza, come fanno le cose che non vogliono essere prese troppo sul serio per poter dire la verità 😏
Viviamo immersi nelle parole, le produciamo come scarti industriali, le lanciamo addosso agli altri convinti che bastino a spiegare tutto, poi ci stupiamo se nessuno capisce, se il dialogo muore d’asfissia. Allora ho pensato che fosse più onesto convocare direttamente Belzebù e un gatto parlante, tanto, a ben vedere, sono spesso più ragionevoli di certi esseri umani con un microfono in mano.
Vladivostok è arrivata da sé, perché è un luogo che sembra già un pensiero in pausa, una fine del discorso geografica, lì le frasi si raffreddano prima di uscire, e il silenzio non è imbarazzo ma clima. Ambientare tutto lì mi ha permesso di dire cose serie senza assumere quel tono da conferenza sulla vita che mette voglia di uscire a fumare.
Il tono scherzoso è una strategia di sopravvivenza. Se parli di silenzio con gravità assoluta diventi immediatamente sospetto, se lo fai sorrando, con un diavolo educato e un gatto con il farfallino, la gente abbassa la guardia, e magari ascolta davvero. Bulgakov, in fondo, lo sapeva bene, il riso è la forma più gentile dell’eresia.
Questo racconto serve quindi a giustificare una piccola ribellione personale, tacere quando il mondo pretende opinioni, e parlare solo quando il silenzio ha già fatto il lavoro sporco, quello di ripulire, di creare spazio. Tutto il resto è scenografia, porti nebbiosi, tè caldo e personaggi improbabili, perché la verità, nuda, prende freddo facilmente.
se volete commentare potete farlo anzi vi esorto così mi stimolate a pubblicare altri racconti che ho nel cassetto.
Se “nessuno capisce” è quasi sempre per ignoranza o pigrizia (non partecipazione alla polis).
A meno di non appartenere alle classi inferiori (repubblica di Platone) bisogna sempre partecipare. Silenzio equivale a farsi calpestare. Troppo comodo non partecipare e lasciare a qualcun altro il decidere. Però il gatto ha un suo perché.