Alla ricerca della vera bellezza con Pietro La Barbera ed Elisa Mascia, intervista all’ artista Ivan Alfaro
Foto del programma Alla ricerca della vera bellezza: Pietro La Barbera – Ivan Alfaro – Elisa Mascia
Biografia di Iván Alfaro “Ivánovich”
Iván Alfaro, conosciuto in Costa Rica come Ivánovich, nacque a San Ramón, in Costa Rica, dove fin da piccolo scoprì nella pittura un linguaggio intimo ed essenziale. Il suo legame con l’arte iniziò durante l’infanzia, quando la passione per i pastelli e gli elogi occasionali risvegliarono in lui la certezza – riconosciuta anni dopo – che la pittura sarebbe stata più di un hobby: sarebbe stata una vocazione.
Sebbene l’arte fosse praticamente assente dal sistema scolastico durante i suoi sei anni di scuola primaria in Costa Rica, Iván sperimentò il suo primo netto contrasto alle scuole secondarie: i suoi progressi spontanei rispetto ai suoi compagni di classe confermarono che la sua strada era quella della creazione. A 18 anni, decise fermamente di voler diventare pittore.
A 22 anni, dopo anni di lavoro nel suo studio, iniziò a dedicarsi all’autodidatta, riproducendo le opere dei grandi maestri del Rinascimento e del Barocco – tra cui Leonardo da Vinci, Michelangelo Buonarroti, Sandro Botticelli – esperienze che plasmarono profondamente il suo percorso artistico. Tra il 2011 e il 2014, studiò in diversi workshop con diversi artisti, acquisendo tecniche e risorse che sarebbero poi diventate parte integrante della sua ricerca personale di un linguaggio artistico personale.
Nel 2014, iniziò a insegnare in uno spazio all’interno del municipio di San Ramón, dove per quattro anni tenne lezioni di disegno e pittura a persone con mezzi limitati, che contribuirono con il loro contributo alle spese di viaggio per San José. Nel 2017, iniziò i suoi studi artistici formali presso la Casa del Artista (ECA). Contemporaneamente, le sue prime mostre e gli articoli su quotidiani nazionali e internazionali segnarono i suoi primi passi nel mondo della pittura.
Con l’inizio del 2019, Ivanovich decise di sintetizzare tutta la sua ricerca e sperimentazione accumulata. A 30 anni, realizzò un dipinto a olio su tela (2,10 x 1,40 m), in cui condensò dodici anni di ricerca pittorica. Con quest’opera, si considerava aver trovato una “nicchia cosmogonica”, un punto di riferimento da cui iniziare a sperimentare non solo in termini stilistici, ma anche nell’espressione profonda di inquietudini, emozioni e idee che lo accompagnavano fin dall’infanzia.
Nel 2022, spinto da una decisione quasi romantica e apparentemente casuale, si recò a Roma, città che si sarebbe rivelata cruciale per la sua vita artistica. Nel novembre di quell’anno, dopo aver superato numerose difficoltà, fu invitato a esporre le sue opere presso l’Associazione Culturale della Santa Sede a Roma. Il 17 dicembre 2022, a 33 anni, divenne membro di questa associazione ed espose le sue opere presso la Chiesa di Santa Maria Addolorata a Trastevere. Durante il suo soggiorno romano, ha studiato attentamente l’opera di Caravaggio, Canova, Michelangelo e altri grandi maestri.
Nel 2023 è tornato in Costa Rica, approfondendo la pittura murale. Nel 2024 è tornato a Roma per proseguire la sua ricerca sull’arte sacra, in particolare sulla pittura barocca, che lo ha affascinato ancora di più. Nel 2025 è tornato in Costa Rica per accettare commissioni ricevute a Roma, una responsabilità che considera un immenso onore. Attualmente sta lavorando a un dipinto per l’Ambasciata del Costa Rica a Roma, oltre a diverse tele per chiese progettate dal grande architetto barocco Francesco Borromini e ad altre opere per una chiesa attribuita ad Angelo Massarotti, spazi che ospitano dipinti di maestri come Carlo Maratti e Marco Benefial, tra gli altri. Per Ivánovich, lavorare in questi contesti è un privilegio e la realizzazione di un sogno.
Oltre ai suoi progetti, continua a tenere corsi di disegno e pittura nel suo studio a San Ramón.
Sebbene le sue prime influenze provenissero da Botticelli, Leonardo, William Bouguereau, Rembrandt, Alexandre Cabanel, Caravaggio e altri maestri, Ivanovich afferma che la sua ispirazione più profonda deriva dal tentativo di onorare la condizione umana: unica e irripetibile.
1. Quando ripensi al bambino che scoprì nei pastelli il suo primo linguaggio segreto, senti ancora quella stessa scintilla ogni volta che inizi un nuovo dipinto?
#1 Sì, assolutamente, con la differenza che ora il colore integra esperienze maturate nel corso degli anni, anche se più che esperienze sono un tentativo di “chiarire” il mio modo di sentire, comprendere e vedere quelle esperienze. Quando c’è un’identificazione molto compulsiva con quell’ interpretazione, tendo anche a trovarvi qualcosa della mia ombra, e della mia scintilla. Che di solito non sono ciò che sembrano dopo il processo creativo. Alla fine, vedo l’opera, ma non c’è più alcuna costrizione o forza… Questo mi ricorda una poesia di Charles Bukowski… Arte: Quando lo spirito svanisce, appare la forma.
2. Quale fragilità o intuizione della tua infanzia senti di portare ancora oggi sulla tela, come una verità che continua a bussare da dentro?
#2 L’intuizione che ci sia qualcosa di incompleto, non solo nella capacità di un colore, qualcosa di intensificare, di completare, il livello vibratorio di qualsiasi cosa, pura bellezza in termini di emozione, radiosa, forte e fresca, piena di luce… Come le ombre di Caravaggio, o la luce di Van Gogh, ma, come la loro chiara oscurità, forse, cerca di esprimere qualcosa di una natura, per mezzo di un’altra… Come il desiderio di raccontarsi un segreto. Inconsapevolmente, come nella mia infanzia ma nello stesso tentativo, un tentativo utopico si imprime davanti a me, un residuo di goffa, fragile innocenza, il voler dire tutto a parole senza linguaggio (metaforicamente parlando). Nel desiderio incompleto di totalità, di distillare tutta la mia anima in un riflesso di luce, ultimo, definitivo e assoluto.
3. Nell’autodidatta che copiava i maestri del Rinascimento e del Barocco, qual era la domanda più urgente che cercavi di rivolgere all’arte – e che forse solo oggi inizi a comprendere?
#3 È una domanda dentro altre domande. Come posso mantenere accesa la mia fiamma sotto un mare di mistero e talvolta di caos, senza negare la coesistenza che deriva dall’essere parte intrinseca di un tutto? Come posso definire il mio essere quando a volte sono solo un numero nel mondo in cui sono in qualche modo immerso? E non meno intrigante, come posso combinare queste definizioni in un’unica opera, senza che le contraddizioni insite in quel caos, quel mistero e quelle diverse versioni di me stesso limitino o ostacolino il potere della verità in essa racchiuso?
4. Cos’hai provato davvero nel momento in cui hai capito di aver trovato la tua “nicchia cosmogonica”? È stato un approdo, o un nuovo inizio più vasto del previsto?
4 Entrambi, simultaneamente, perché in termini pittorici c’è un approdo nel dover coesistere, in qualche modo, co-creare utilizzando risorse, tecniche, filosofiche, mitologiche, ecc., che già esistevano. D’altra parte, è un punto di partenza verso
un viaggio di esplorazione, del mio essere come esperiente e spettatore, poiché questa nicchia diventa una sorta di filtro attraverso il quale
mi espando
nell’insoddisfazione di illuminare altri aspetti dell’esistenza dalla mia prospettiva. Ammetto che c’è qualcosa nel mio modo di filtrare tutto ciò che esiste, per cui sento una “compulsione”, nel modo in cui cerco di esprimerlo e in questo processo la nicchia stessa si trasforma a poco a poco.
5. Nel confronto silenzioso con Caravaggio, Michelangelo o Botticelli, quali parti della tua umanità senti che si sono rivelate più chiaramente a te stesso?
5. Sandro Botticelli, Caravaggio, Michelangelo: a loro e ad altri artisti devo una parte decisiva della mia ispirazione, che ora è diventata parte del mio percorso di vita. Come un pittore con una visione così idilliaca della vita, come Botticelli, abbia dovuto sperimentare la durezza delle difficoltà economiche, la sua crudeltà e difficoltà, e tuttavia vedere come ciò non abbia ucciso quell’idillio nella sua opera. Come un artista così assorto nel suo mondo interiore, come Michelangelo Buonarroti, abbia dovuto vivere battute d’arresto che lo condizionavano dal mondo esterno, creando le sue opere tra figure senza tempo e spesso potenti.
Come un pittore di martiri come Caravaggio, ho finito per sperimentare la violenza nella mia vita, senza che quell’ombra fosse una ragione per smorzare la feroce esplosione di luce nella mia opera. Al mio primo arrivo a Roma e con le difficoltà che ne sono derivate, ho ricordato la mia fede, loro, e ho visto le loro opere a ogni “passo”, in ogni chiesa. Di fronte alle loro opere mi sono detto: sono un essere umano effimero, che vive in una città “eterna”.
6. Quando insegni a chi ha mezzi limitati, ti capita di riconoscere negli occhi degli allievi la stessa urgenza creativa che ti ha portato fino a Roma? E cosa suscita in te quella risonanza?
#6..È possibile. Ciò che mi ha portato a Roma è stato parte del viaggio della mia vita: la pittura, e cosa può significare in momenti e situazioni diverse. La mia motivazione da bambino era forse solo quella di impregnare di colore una superficie monocromatica; nella mia adolescenza, usare quell’impulso per curare una profonda depressione; e nella mia età adulta, quando ho deciso di andare a Roma, è stata la decisione di rimanere a galla, come pittore e come uomo, sulla mia zattera di salvataggio, che, tra le altre cose, è stata per me la pittura, più che la consapevolezza di sapere quale mare mi mancasse. Aggiungerei che è sempre stato l’essere, più che il fare, l’avere o il dove essere, la motivazione nelle diverse fasi della vita. Attraverso di esse, ho imparato quanto sapevo e quanto devo ancora imparare, e che, sebbene galleggiamo tutti su mari diversi, abbiamo quella connessione attraverso il “viaggiare sullo stesso tronco”, che è la pittura.
7. Qual è il peso emotivo – o la leggerezza – di sapere che le tue opere entreranno in dialogo con gli spazi creati da Borromini o con dipinti di maestri come Maratti e Benefial? Ti senti accolto, giudicato, o trasformato da quei luoghi?
7 Innanzitutto, come ogni commissione che ricevo da persone e istituzioni diverse, la considero una provvidenza divina, perché è in virtù della mia crescita personale che la ricevo e del mio desiderio di servire l’istituzione che mi ha accolto a Roma, non solo come pittore ma anche come migrante in una situazione di vulnerabilità. Non credo di essere pienamente consapevole di cosa questo implichi, sapere che in qualche modo la mia vita e il mio lavoro si sono incrociati con quelli di questi virtuosi è qualcosa che non può ignorare il sentimento e l’emozione, ma mi ispira anche a servire con le mie conoscenze e competenze, e cerco sempre di affrontarlo nel modo migliore possibile. Più che un giudizio, sento una grande responsabilità nei confronti del patrimonio culturale dell’umanità, dell’Italia, della Chiesa. È possibile che, come ogni progetto che intraprendo, anche questo continuerà a trasformarmi, come già sta facendo, senza che io abbia idea di quanto lontano andrà. Sento la chiamata alla coerenza con questo, anche se credo che dipingere un fiore significhi parlare del suo creatore, toccare la teologia nell’arte sacra comporta una responsabilità ulteriore.
8. In che modo il tuo desiderio di “onorare la condizione umana, unica e irripetibile” si manifesta oggi nella tua pittura: come un voto, un atto di gratitudine, un compito o un mistero che continua a superarti?
8- Sebbene io creda che sia la condizione esistenziale più basilare, che sia positiva e creativa in sé, e che onori se stessa, in senso positivo o negativo, l’estasi che deriva dall’esserne consapevoli mi impone che goderne dovrebbe essere il modo migliore per ringraziarla. Non disonorarla è forse la parte più difficile: non giudicare, né giudicare se stessi, e onorare e non disonorare altri esseri unici. Ciò significa che l’impatto di quel godimento sugli altri è anche per il loro godimento; quindi, dovrebbe essere un’esperienza piacevole… Dipingere lo è sempre.
Hola gente maravillosa!!
Bienvenidos a todos,
Buenos días, tardes o noches, según el País donde estés conectado un cordial saludo para todos.
Gracias por seguir en este maravilloso espacio donde la presencia de cada uno de ustedes es muy bienvenida.
Junto a Pietro La Barbera continuamos nuestra búsqueda de la “Verdadera Belleza” conociendo el alma especial
de Iván Alfaro Ivánovich – Costa Rica
quien nos fue presentado por nuestro amigo Carlos Jarquin, a quien saludamos y agradecemos su amable colaboración con un abrazo planetario.
Biografía de Iván Alfaro “Ivánovich”
Iván Alfaro, conocido en su país como Ivánovich, nació en San Ramón, Costa Rica, donde desde temprana edad descubrió en la pintura un lenguaje íntimo y necesario. Su vínculo con el arte comenzó en la infancia, cuando la fascinación por las crayolas y los elogios ocasionales despertaron en él la certeza —años después reconocida— de que la pintura sería más que un pasatiempo: sería una vocación.
A pesar de que durante los seis años de educación primaria en Costa Rica el arte estuvo prácticamente ausente del sistema escolar, Iván tuvo en la secundaria su primer contraste claro: su avance espontáneo frente a sus compañeros confirmó que su camino era el de la creación. A los 18 años, decidió con firmeza que quería ser pintor.
A los 22, luego de años trabajando en su taller, comenzó a reproducir de forma autodidacta a los grandes maestros del Renacimiento y el Barroco —Leonardo da Vinci, Miguel Ángel Buonarroti, Sandro Botticelli, entre otros— experiencias que marcaron profundamente su formación. Entre el 2011 y el 2014 estudió en diversos talleres con distintos artistas, sumando técnicas y recursos que más tarde integrarían su búsqueda personal de un lenguaje artístico propio.
En 2014, inició su labor docente en un espacio del edificio municipal de San Ramón, donde durante cuatro años impartió clases de dibujo y pintura a personas de escasos recursos, quienes aportaban lo que podían para cubrir sus viajes a San José. Fue en 2017 cuando comenzó sus estudios formales de arte en la Escuela Casa del Artista (ECA). Paralelamente, sus primeras exposiciones y reportajes en periódicos nacionales e internacionales dieron a conocer sus pasos iniciales en el mundo de la pintura.
Con el inicio del 2019, Ivánovich decidió sintetizar toda su investigación y experimentación acumulada. A sus 30 años realizó una obra en óleo sobre lienzo (2.10 x 1.40 m), en la que condensó doce años de exploración pictórica. Con esta obra considera haber encontrado un “nicho cosmogónico”, un punto de referencia desde el cual comenzó a experimentar no solo en términos estilísticos, sino en la expresión profunda de inquietudes, emociones e ideas que lo acompañan desde la niñez.
En 2022, movido por una decisión casi romántica y dejada al azar, viajó a Roma, ciudad que terminaría siendo crucial para su vida artística. En noviembre de ese mismo año, tras superar numerosas dificultades, fue invitado a exponer su obra con la Asociación Cultural de la Santa Sede en Roma. El 17 de diciembre de 2022, con 33 años, pasó a formar parte de esta asociación y exhibió su obra en la Iglesia de Nuestra Señora de los Siete Dolores, en Trastevere. Durante su estancia en Roma estudió de cerca la obra de Caravaggio, Canova, Miguel Ángel y otros grandes maestros.
En 2023 regresó a Costa Rica, profundizando entonces en la pintura mural. En 2024 volvió a Roma para continuar su investigación sobre la pintura sacra, especialmente la pintura barroca, que lo cautivó aún más. En 2025 retornó a Costa Rica para asumir los encargos recibidos en Roma, una responsabilidad que considera un honor inmenso. Actualmente trabaja en una pintura para la Embajada de Costa Rica en Roma, así como en diversas telas destinadas a iglesias diseñadas por el gran arquitecto del Alto Barroco Francesco Borromini, y otras obras ubicadas en una iglesia atribuida a Angelo Massarotti, espacios que albergan pinturas de maestros como Carlo Maratti y Marco Benefial, entre otros. Para Ivánovich, trabajar en estos contextos es un privilegio y la realización de un sueño.
A la par de sus proyectos, continúa impartiendo clases de dibujo y pintura en su taller en San Ramón.
Aunque sus primeras influencias provienen de Botticelli, Leonardo, William Bouguereau, Rembrandt, Alexandre Cabanel, Caravaggio y otros maestros, Ivánovich afirma que su inspiración más profunda nace del intento de honrar la condición humana: única e irrepetible.
Preguntas
1. Cuando recuerdas al niño que descubrió su primer lenguaje secreto en los pasteles, ¿sigues sintiendo esa misma chispa cada vez que empiezas un nuevo cuadro?
#1Si, totalmente,con la difencia de que ahora el color integra experiencias que han llegado con los años ,aún que más que vivencas , son un intento de “dilucidar”mi forma de sentirlas ,entenderlas y ver esas experiencias.Cuando hay una identificación muy compulsiva hacia esa interpretación,también suelo encontrar en ellas ,algo de mi sombra, y de mi chispa. Las cuales suelen no ser tales ,luego del proceso creativo.Al final veo la obra pero ya no hay compulsión ni fuerza …Esto me recuerda un poema de Charls Bokowsky…Arte:Cuando se desvanece el espíritu,aparece la forma.
2. ¿Qué fragilidad o intuición de tu infancia sientes que aún hoy plasmas en el lienzo, como una verdad que sigue llamando desde dentro?
#2La intuición de que hay algo incompleto ,no solo en la capacidad de un color,.algo por intensificar,por completar ,el nivel vibratorio de cualquier cosa , la belleza pura en términos de emoción, radiante,fuerte y fresca llena de luz…Como las sombras de Caravaggio,o la luz de vangoh ,pero, que como la clara oscuridad de ellos ,tal vez, intenta expresar algo de una naturaleza, por medios de otra dstinta..Cómo el deseo de contarse un secreto propio a uno mismo .Sin querer, como en mi niñez pero en el mismo intento ,queda plasmado ante mi,un intento utópico un remanente de torpe inocencia ,frágil,de querer decirlo todo en palabras sin lengua(metaforicamente hablando).En el deseo incompleto de totalidad ,de decantar toda mi alma en una reflejo de luz ,último, definitivo y absoluto.
3. Como artista autodidacta que copió a los maestros del Renacimiento y el Barroco, ¿cuál fue la pregunta más urgente que intentaste plantearle al arte, y que quizás apenas ahora estás empezando a comprender?
#3Es una pregunta en varias preguntas.Cómo mantener mi antorcha encendida bajo un mar de misterio y aveces caos,sin negar la coexistencia que conlleva ser parte inherente de un aglomerado ? como determinar mi ser siendo aveces un simple número para el mundo en el que de algunas manera estoy inmerso ?y no menos intrigante ,como chesionar esas determinaciones en una sola obra, sin que las contradicciones que conlleva ese caos, ese misterio, y esas distintas versiones sobre mi ser, limiten, o impidan la fuerza de la verdad en ella?
4. ¿Qué sentiste realmente al darte cuenta de que habías encontrado tu “nicho cosmogónico”? ¿Fue un punto de aterrizaje o un nuevo comienzo, más amplio de lo esperado?
4 Las dos, simultáneamente por qué en términos pictoricos hay un aterrizaje al tener que coexistir con,de alguna forma, cocrear utilizando recuersos,técnicos,filosóficos,mitológicos etc ,que ya existían.por otra parte es un punto de partida hacia
a un viaje de exploración ,de mi propio ser como experimentador y expectador,pues este nicho viene a ser una especie de filtro por medio del
Cual me voy
expandiendo en la inconformidad de alumbrar otros aspectos de la existencia desde mi óptica,Admito que hay algo de mi propia forma de filtrar cada cosa existente,por la que siento una “compulsión”,en la forma en la que busco expresarla y en ese proceso el mismo nicho se transforma poco a poco.
5. En tu encuentro silencioso con Caravaggio, Miguel Ángel o Botticelli, ¿qué partes de tu humanidad sientes que se te han revelado con mayor claridad?
5 Sandro Botticelli, Caravaggio,Miguel Ángel ,a ellos, y a otros artistas debo una parte determinante de mi inspiración., que ahora se ha convertido en parte de mi camino de vida.El como un pintor con una visión tan idilica de la vida,Como Botticelli tuvo que probar la dureza de la miseria económica,su
crudeza ,y dificultad ,ver como eso no mató en su obra ese idilismo..Cómo un artista tan absorto en su propio mundo interior como Miguel Ángel Buonarroti tuvo que vivir contratiempos que lo condicionaron desde el mundo exterior,viviendo su obra entre personajes atemporales ,y a menudo ,poderosos.
Como un pintor de mártires como Caravaggio,termino experimentando la violencia en su propia vida, sin que semejante sombra fuera motivo para atenuar el aguerrido golpe de luz en su obra.En Mi primera llegada a Roma y con las
dificultades las que se me plantearon, los recordé mi fe,, a ellos y vi sus sus obras a cada “paso”,por
Cada iglesia .Frente a sus obras me dije ,soy un humano efimero,viviendo una ciudad “eterna”.
6. Cuando enseñas a personas con recursos limitados, ¿reconoces a veces en los ojos de tus alumnos la misma urgencia creativa que te llevó a Roma? ¿Y qué evoca esa resonancia en ti?
#6..Es posible.Lo que me llevo a Roma fue parte de mi camino de vida, la pintura ,y lo que ella puede significar en distintos momentos, y situaciones de la vida.Mi motivación de niño tal vez fue solo impregnar de color alguna superficie monocromática,en mi adolescencia usar ese impulso para sanar una profunda depresión,y en mi adultez ,cuando decido viajar a Roma, fue la desición de mantenerme a flote, como pintor, y como hombre ,sobre mi tabla de naufragios,que entre otras cosas , ha sido para mí la pintura., más que la conciencia de saber sobre cuál mar estaría faltando.Acotaria que siempre fue el ser ,más que el hacer ,el tener, o el dónde estar, la motivación en las distintas etapas, de la vida.Con ellos he aprendído cuánto sabía, y cuánto me falta por aprender, y que aunque tosds flotemos en distintos mares tenemos esa conexión por medio de” viajar sobre el mismo tronco “que es la pintura.
7. ¿Cuál es la carga emocional —o la ligereza— de saber que tus obras dialogarán con los espacios creados por Borromini o con pinturas de maestros como Maratti y Benefial? ¿Te sientes acogido, juzgado o transformado por esos lugares?
7 Ante todo como todo encargo que recibo de distintas personas ,e instituciones lo considero providencia divina,pues es en virtud de mi crecimiento como persona que lo recibo, y del deseo de servicio a la institución que me acogió en en Roma,no solo como pintor sino como una persona migrante ,y en estado de vulnerabilidad.No creo ser absolutamente conciente de lo que implica esto,saber que de alguna forma mi vida y obra ,se cruzó con la de estos virtuosos,es algo que no puede pasar por alto el sentimiento ,y la emoción,pero tambien me inspira servir con mis conocimientos, y habilidades ,y siempre trato de asumirlo de la mejor manera.Mas que juicio siento una gran responsabilidad,con el patrimonio cultural de la humanidad,de Italia, de la iglesia.Es posible que como todo proyecto que asumo este también me siga transformando ,como ya lo está haciendo sin tener idea hasta dónde llegará.Siento una llamado con esto a la coherencia, aún que creo que pintar una flor es hablar de su creador,tocar teologia en la obra sacra ,conlleva una responsabilidad adicional.
8. ¿Cómo se manifiesta hoy en tu pintura tu deseo de «honrar la condición humana única e irrepetible»: como un voto, un acto de gratitud, una tarea o un misterio que te sigue superando?
8- Aunque creo que es la condición existencial más elemental ,y que es positiva, y creativa en si misma ,y que se honra por si sola ,sea de forma positiva,o negativa,el éxtasis que conlleva ser consciente de ello, me dicta que el disfrutarlo debería ser la mejor forma de a
Agraradecerlo.No deshonrarlo ,es tal vez la parte más difícil,el no juzgar ,ni juzgarte ,y en qué honre y no deshonre a los otros seres unicos,conlleva que el impacto de ese disfrute en los demás también sea para su disfrute ,por lo tanto debería ser una experiencia agradable…La pintura siempre lo es.