Il Narcisismo maligno e il Male come fenomeno, di Mauro Montanari

A decorative red devil mask with horns, placed next to a plastic red pitchfork and a blooming orange rose, set against a dark, textured background.

Narcisisti siamo un po’ tutti; quando ci guardiamo allo specchio per essere più attraenti o anche soltanto più presentabili; quando utilizziamo la nostra maschera sociale e ci prepariamo per uscire e andare in ufficio o a prendere i bambini da scuola. Man mano che la nostra maschera sociale perde di significato perché ne abbiamo meno bisogno, anche il narcisismo buono viene meno. Lo vediamo in alcuni anziani, in coloro che sono fuori dai circuiti sociali, nei mendicanti. Il narcisismo buono, insomma, fa parte della nostra attitudine alla vita di gruppo, che ha delle sue regole a cui dobbiamo adeguarci se vogliamo partecipare. Non è vanità, ma regolazione dell’autostima e dell’immagine sociale.

Ma qui trattiamo del Narcisismo maligno, che è cosa diversa. È uno dei concetti più inquietanti della psicologia clinica. Non è una semplice “variante” del narcisismo buono, ma una configurazione patologica complessa, descritta originariamente da Erich Fromm e poi ripresa in ambito psicoanalitico e forense.

Noi parliamo di Narcisismo maligno quando convergono alcune componenti, vediamole. Cominciamo dalla assenza di empatia, dall’abnorme bisogno di ammirazione e dalla grandiosità rigida, che sono essenza del Narcisismo patologico. Ma non basta! Ci dev’essere qualcos’altro. Ci sono i tratti antisociali del Narcisismo che qui vorrei chiamare “psicotico”, che presenta tratti antisociali e di funzionamento borderline. In esso, prevalgono la menzogna strumentale, la manipolazione dell’Altro, la violazione sistematica delle regole e, infine, l’uso dell’Altro come oggetto.

Ma non basta ancora. Nel narcisismo maligno entrano anche i tratti del Narcisismo sadico, che sono il piacere alla sofferenza dell’Altro, l’umiliazione calcolata e inferta a freddo e, non ultima, la distruzione progettata della autostima altrui attraverso messaggi ripetuti e manipolatori del tipo: non vali niente, sei stupido/a, ma chi credi di essere, sei grasso/a e via discorrendo.

E non è ancora tutto. Nel narcisismo maligno sono presenti anche tratti paranoici, come la sensazione di essere perseguitati o inseguiti; come la interpretazione falsata delle intenzioni altrui (vuole danneggiarmi, vuole il mio male) e, quindi, la giustificazione preventiva della propria violenza (faccio il male perché prevengo il male che gli altri vogliono fare a me!).

Secondo Erich Fromm, il Narcisismo maligno è “la forma di carattere in cui l’essere umano ama solo sé stesso e odia tutto ciò che vive fuori da lui”. Fromm dice, quindi, che il narcisista maligno non è in relazione con il mondo. Non ama, non comprende, non partecipa. Il mondo esiste solo come estensione del suo Io.

Ma come funziona davvero la manipolazione patologica? Il fatto è che il narcisista è in grado di creare un mondo favolistico, attraverso parole e gesti fascinosi, che altro non è che l’estensione del suo Io. È in grado di guidare la sensualità dell’Altro dentro questo mondo, dove lui è il solo e assoluto padrone. È in grado, infine, di neutralizzare l’Io dell’Altro, fino a spingerlo a non credere ai suoi stessi occhi o alle sue stesse orecchie. L’Altro è convinto a rinunciare ad una propria visione del mondo, per adottare esclusivamente la sua.

E a quel punto, il gioco è fatto, a meno che non si tratti di Narcisismo maligno, perché, in quel caso, l’Altro viene spinto potenzialmente all’azione criminale. Perché l’Altro ha adottato ormai come proprio il mondo del manipolatore, quindi, per dirla con Erich Fromm, “odia tutto quello che vive al di fuori”.

Se pensiamo alle tante sette suicide che hanno riempito le cronache criminali dell’ultimo secolo o se pensiamo, ad esempio, all’eccidio di Cielo Drive, quando quattro membri della “famiglia Manson” entrarono nella casa dell’attrice Sharon Tate ed uccisero senza una ragione cinque persone, abbiamo una idea più precisa della manipolazione maligna. Per non parlare dei grandi dittatori del passato (o del presente) che erano in grado di tenere una folla smisurata nelle loro mani e di spingerla a fare la guerra, in nome di una visione del mondo che era soltanto nella fantasia del dittatore stesso.

La filosofa Hanna Arendt, autrice del volume “Eichmann in Jerusalem, a report on the banality of Evil”, osservando il gerarca nazista Adolf Eichmann, restò sconvolta constatando che Eichmann non era un mostro, non era un sadico nel senso della psicologia classica, né era tantomeno un folle. Era piuttosto uno che, in una vita normale, avrebbe potuto fare l’impiegato del catasto; era un burocrate, un colletto bianco come milioni di altri. Quello che lo fece diventare un massacratore di esseri umani era, secondo Arendt, la “thoughtlessness”, la assenza di pensiero. Nel senso che per Eichmann e per gli altri gerarchi nazisti, pensare voleva dire semplicemente calcolare bene, eseguire altrettanto bene gli ordini, quindi timbrare il cartellino e tornare a casa dalla famiglia, senza una affezione particolare e senza più rifletterci su. In realtà, se vogliamo essere più precisi, la “thoughtlessness” di Eichmann era la assenza non di pensiero, bensì di pensiero proprio, che vuol dire, appunto, anche empatia e identificazione nell’Altro. Eichmann aveva assunto la visione del mondo del suo capo e la aveva fatta propria, esattamente come i quattro giovanissimi membri della “Famiglia Manson” avevano rinunciato ad una propria visione del mondo ed erano entrati ospiti in quella di Charles Manson, nella quale avevano trovato, appunto, l’odio per tutto ciò che è diverso dal Sé. (Mauro Montanari Ph. D.)

mauromontanari99

Mi sono laureato all'Alma Mater di Bologna con il massimo dei voti e una tesi in Psicanalisi sui Sogni ad occhi aperti. Ho proseguito i miei studi in Psicologia all'università di Bochum, in Germania, con una tesi finale sulle nevrosi familiari. Mi sono specializzato ulteriormente alla Klett Akademie di Amburgo si temi della ipnosi e della NLP. Ho una lunga esperienza di autore e terapeuta, Nel 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto conferirmi il titolo di Grande Ufficiale della Repubblica

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