La Psicosi come l’ombra interiore del Male, di Mauro Montanari
Qui parliamo di psicosi non come malattia, ma come l’ombra interiore del Male e, alla fine, come Dolore, iniziando da una citazione da Seneca: Il grande dolore è muto. La psicosi è quello: un grande dolore muto, perché la sua marca è non comunicare. La sua marca è la perdita significativa del contatto con la realtà; lo psicotico ha abolito i confini tra essa e il sogno o l’incubo. Anche noi, quando dormiamo, scambiamo la realtà per il sogno, ma al risveglio innalziamo di nuovo i limiti e riconosciamo la differenza o, almeno, ci sembra di farlo. Platone e Schopenhauer avrebbero dei dubbi, ma diciamo lo stesso che, al mattino, noi normali sappiamo quali sono i sogni e qual è la realtà. Al contrario, direbbe uno psichiatra, lo psicotico non distingue più in modo affidabile ciò che proviene dalla mente da ciò che viene dal mondo esterno e, mentre noi normos portiamo all’interno del nostro Io ciò che viene da fuori sotto forma di “impressioni”, lo psicotico fa il lavoro contrario: porta all’esterno il suo mondo interiore in forma di espressioni, vuoi che si chiamino “deliri”, vuoi che si chiamino “allucinazioni”, vuoi che si chiami “pensiero disorganizzato”.
E qui lo psicologo generalmente (non tutti, si capisce!) è preso dal panico e getta la spugna, perché il suo lavoro terapeutico si basa proprio sulla comunicazione, mentre lo psicotico non comunica; piuttosto “manifesta”. Per Freud, che psicotici non ne accettava in terapia, la psicosi è una rottura “strutturale” tra l’Io e la realtà. “Strutturale” vuol dire che difficilmente c’è ritorno. La psicosi, dice, è il risultato della fuga dalla realtà o, meglio, del ritiro della Libido dalla realtà esterna, mentre il delirio, dice, è il tentativo non riuscito dello psicotico di ritornare nella realtà.
Per Carl Gustav Jung, la psicosi è quando la coscienza viene sopraffatta da contenuti archetipici non mediati, che sostituiscono la realtà. È una invasione dei fantasmi, vorrei dire meglio degli Archetipi; di strutture arcaiche dell’esperienza umana, precedenti alla storia individuale.
Lacan, invece, media dalla giurisprudenza il termine “Forclusion”, cioè qualcosa che non c’è, che è fuori posto, che non è mai entrato in discussione. Cioè qualcosa che non è mai stato simbolizzato e quindi, quando ritorna, va direttamente nella realtà. La psicosi, dice, è una fragilità del sistema simbolico, nel quale, dice, manca un perno interiore, quindi le parole diventano direttamente cose, oggetti, fatti, avvenimenti. Le parole si fanno troppo reali, nel senso che il linguaggio non lo protegge, non gli crea una distanza sufficiente dalla realtà. Parole banali diventano rivelazioni, un fulmine casuale diventa una prova cosmica di qualcosa. Il delirio è soltanto il suo tentativo di proteggersi dalla violenza del reale.
La psichiatria moderna guarda ai sintomi e se ne fotte delle cause. Anzi, no, perdon! Ho detto troppo forte. Diciamo che la psichiatria non metafisicizza le cause di una psicosi. Non fa filosofia. Divide in Schizofrenia, Disturbo bipolare, Depressione psicotica, Psicosi da sostanza stupefacente o medicinale, Psicosi organica da cause infettive, neurologiche o metaboliche. Per ciascuna variante c’è uno psicofarmaco specifico ed eventualmente un trattamento psicologico di supporto.
Ma io qui volevo fare un’altra ipotesi, che non è una spiegazione clinica della psicosi, ma una metafora del Male interiore che, in alcuni, diciamo così, prende quella forma. Parliamo un attimo di Dio. Supponiamo che Dio abbia posto l’essere umano di fronte all’enigma dell’Uomo stesso, come la Sfinge fa col giovane Edipo. Supponiamo però che, in un gesto pietoso, all’ultimo momento, Dio non voglia che l’Uomo risolva l’enigma; per compassione, per il bene di lui, per preservarlo dalla Verità. Supponiamo che, in alcuni individui, magari dopo una ferita dell’anima, dopo una delusione, dopo un tradimento, dopo una disgregazione del senso della realtà, dopo una paura, dopo le lacrime della morte del cuore; supponiamo, dicevo, che la pietà di Dio venga meno, anche solo per un attimo, e, improvvisamente, l’Uomo sia posto di fronte alla orribile immagine di sé stesso. Supponiamo che l’armadio nascosto di Dorian Gray si apra all’improvviso, mentre un ospite casuale e festaiolo è lì presente, felice, insieme ad altri della sua compagnia, con il calice dello spumante in mano; e supponiamo che l’armadio aperto lasci intravedere, in tutta la sua violenza, il ritratto del decadimento e della morte. Supponiamo che il Can Barbone Mefistofele riveli al dottor Faust, improvvisamente, sogghignando, la verità sull’inferno e come, grandemente, quella verità lo riguardi. Supponiamo, quindi, che l’ombra del Male, cioè della Verità, della Malattia e della Morte copra l’anima di qualcuno di noi, perché in quel momento è venuta meno, per una qualche ragione che non conosciamo, la pietà di Dio. Eccolo, il Dolore muto! Eccola, l’ombra interiore del Male! (Mauro Montanari, Ph. D.)