Ogni epoca ha i suoi idoli, ma solo pochi hanno il coraggio di spezzarli.
È in questa frattura, netta e luminosa, che Friedrich Nietzsche continua a parlarci, più di un secolo dopo la sua morte.
Pier Carlo Lava
Friedrich Nietzsche non è un filosofo da citare con leggerezza. È una voce che scuote, che mette a disagio, che costringe a guardare oltre le consolazioni morali, oltre le verità comode, oltre la maschera della normalità. Nato nel 1844 a Röcken, in Prussia, e morto nel 1900 a Weimar, Nietzsche appartiene ormai pienamente al pubblico dominio. Le sue opere, tutte, possono essere pubblicate integralmente nella lingua originale, e tradotte liberamente.
La sua scrittura non assomiglia a nessun’altra. Aforistica, poetica, incendiaria, Nietzsche non costruisce sistemi chiusi, ma apre voragini. Ogni sua pagina è una sfida al lettore: non chiede adesione, chiede forza. La forza di pensare da soli.
Tra le sue frasi più celebri, una resta centrale come una lama:
“Werde, der du bist.”
Diventa ciò che sei.
Non è un invito alla realizzazione personale nel senso moderno e motivazionale del termine. È piuttosto un richiamo spietato alla responsabilità individuale. Diventare ciò che si è significa accettare il rischio della solitudine, della differenza, dell’incomprensione. Significa rompere con il gregge, con la morale imposta, con le verità ereditate senza verifica.
In Così parlò Zarathustra, forse la sua opera più visionaria, Nietzsche scrive:
“Der Mensch ist ein Seil, geknüpft zwischen Tier und Übermensch.”
L’uomo è una corda tesa tra l’animale e il superuomo.
Qui il pensiero nietzschiano si fa simbolo puro. L’uomo non è un punto di arrivo, ma un passaggio. Non una creatura compiuta, ma una tensione continua verso il superamento di sé. Il cosiddetto “Übermensch” non è un tiranno, né un eroe muscolare, come spesso banalizzato, ma chi ha il coraggio di creare i propri valori, senza rifugiarsi nella morale del risentimento.
Nietzsche attacca con forza la morale tradizionale, soprattutto quella cristiana, non per odio verso la spiritualità, ma perché la considera una morale della rinuncia, della colpa, della negazione della vita. Al suo posto propone un’etica dell’affermazione, del corpo, della volontà.
Celebre e fraintesa, la sua frase:
“Gott ist tot.”
Dio è morto.
Non è una provocazione ateistica da slogan. È una diagnosi culturale. Dio è morto perché l’uomo moderno ha smesso di credervi davvero, ma non ha ancora trovato valori nuovi da sostituirlo. Da qui nasce il nichilismo, la malattia del nostro tempo, che Nietzsche aveva visto arrivare con impressionante lucidità.
Il suo stile, a metà tra filosofia e poesia, lo avvicina più a Dostoevskij, Rilke, Leopardi che ai filosofi accademici. Come Leopardi, Nietzsche guarda in faccia il dolore del mondo senza illusioni; come Rilke, parla a chi è disposto a reggere il peso dell’interiorità; come Dostoevskij, scava nei conflitti più estremi dell’anima.
Leggere Nietzsche oggi significa non cercare risposte rassicuranti, ma accettare domande scomode. Significa riconoscere che la libertà non è un dono, ma una conquista faticosa, e che pensare davvero ha sempre un prezzo.
In un’epoca dominata dal conformismo digitale, dalle opinioni prefabbricate e dall’indignazione automatica, Nietzsche resta un autore scandalosamente attuale. Non perché abbia soluzioni pronte, ma perché ci costringe a non delegare il pensiero.
La sua eredità non è un sistema, ma un metodo: diffidare delle certezze, attraversare il dubbio, scegliere se stessi senza alibi.
Geo
Friedrich Nietzsche nacque a Röcken, in Germania, e visse tra Basilea, Sils Maria, Torino e Weimar. La sua opera, oggi interamente in pubblico dominio, continua a essere letta, studiata e discussa in tutto il mondo. Alessandria today, come testata culturale attenta al pensiero critico e alla grande tradizione europea, propone riletture accessibili ma rigorose dei classici, affinché la filosofia torni a essere uno strumento vivo di interrogazione del presente.
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