La guerra come macchina del godimento
L´individuo abdica a parte del proprio Io e mobilità la sua pulsione di morte

Il Novecento europeo è stato un secolo di macelli. Due guerre mondiali, che hanno rappresentato anche il suicidio politico del vecchio continente: circa dieci milioni di morti nella prima, oltre sessanta milioni nella seconda. A queste si aggiungono le guerre civili, le rivoluzioni, le purghe politiche, i totalitarismi. Senza contare i feriti, gli invalidi, le vedove, gli orfani. E questo soltanto in Europa.
Ogni guerra ha avuto le sue giustificazioni ufficiali: la vendetta per un attentato, la difesa dei confini, la protezione di una minoranza, la liberazione di un popolo, la sicurezza nazionale. Ma queste ragioni cambiano da epoca a epoca; ciò che non cambia è la ripetizione. Ogni generazione sembra costretta a “riprovare”, come se non sapesse già che la guerra produce solo sangue, distruzione e miseria. La domanda vera non è dunque perché scoppia una guerra, ma perché i popoli non imparano.
Freud si pose questa domanda all’indomani della Prima guerra mondiale. In Al di là del principio di piacere (1920) introdusse un’ipotesi sconvolgente: accanto al principio del piacere, che tende alla conservazione della vita, alla riproduzione e alla creatività, agisce un’altra forza, più silenziosa e meno riconoscibile, che egli chiamò Pulsione di morte (Todestrieb). Non si tratta di un desiderio cosciente di morire, ma di una tendenza profonda dell’organismo a ridurre la tensione, a tornare a uno stato precedente, più semplice, in ultima analisi inorganico. Freud parla di un impulso della vita organica a ristabilire uno stato anteriore delle cose.
Questa pulsione opera costantemente, ma raramente in modo diretto. Nell’individuo, la pulsione di morte viene di norma legata, deviata, neutralizzata dal principio di piacere, dall’amore, dalla sublimazione, dal lavoro, dal legame sociale. Tra la morte e la vita, normalmente è la vita a vincere. Quando invece la protezione sociale fallisce, la pulsione di morte si rovescia verso l’esterno, e assume la forma dell’aggressività e della distruttività.
È qui che la questione individuale diventa collettiva. La distruttività diventa efficace proprio attraverso mediazioni psichiche specifiche, come l’identificazione di massa, il narcisismo collettivo, la figura del capo, il Super-Io. La guerra non nasce dall’istinto, ma dall’organizzazione dell’istinto.
Nella massa, l’individuo abdica a parti decisive del proprio Io e si identifica con un ideale comune. Questo ideale non pacifica la pulsione di morte, bensì la mobilita. La trasforma in dovere, sacrificio, eroismo, destino. Il Super-Io collettivo non proibisce la violenza: la ordina. Dice: devi odiare, devi uccidere, devi morire, se necessario. E più il comando è assurdo, più diventa esigente. È questo il paradosso del Super-Io: non limita il godimento, lo impone.
In questo contesto si comprende un fenomeno che Freud chiamò “narcisismo delle piccole differenze”. L’odio più feroce non è diretto contro l’assolutamente estraneo, ma contro il troppo simile. L’altro è insopportabile non perché sia radicalmente diverso, ma perché è quasi uguale. Nell’altro riconosciamo qualcosa di noi stessi che rifiutiamo. Da qui l’intensità emotiva delle guerre civili, delle guerre fratricide, delle lotte tra popoli vicini, lingue simili, storie intrecciate. Il mito di Caino e Abele (ed è una mia interpretazione consapevole) non spiega la guerra, ma ne rappresenta la struttura simbolica: l’uccisione del simile, del fratello, dello specchio.
Questa dinamica non vale per ogni conflitto storico in modo uniforme. Esistono guerre di conquista, coloniali, razziste, nelle quali l’altro viene disumanizzato e reso radicalmente alieno. Ma anche in questi casi la distruzione dell’altro produce un “godimento” che non si spiega solo con l’interesse materiale o strategico. È un godimento che eccede lo scopo, che insiste, che si ripete.
Qui il contributo di Lacan è decisivo. Lacan distingue il desiderio, che nasce dal legame con l’altro e dal desiderio dell’altro, dal “godimento”, che è ciò che oltrepassa il principio di piacere e conduce alla sofferenza e alla morte. Il godimento non è piacere: è eccesso. È ciò che accade quando il limite viene superato e il soggetto resta incollato alla propria distruzione.
La guerra è una macchina di godimento. Il soldato che accarezza il fucile nuovo come un giocattolo, l’entusiasmo iniziale, l’euforia collettiva, non sono semplici illusioni: sono il momento in cui il godimento si traveste da ideale. Poi arrivano il sangue, il fango, il dolore, ma la macchina continua, perché il godimento non si regola da solo. Come accade nella dipendenza, nella bulimia, nell’alcolismo: ciò che all’inizio prometteva piacere conduce inevitabilmente alla rovina.
Per questo i popoli non imparano. Non perché siano stupidi o manipolabili, ma perché la guerra intercetta una struttura profonda della psiche umana: la difficoltà di fare i conti con la propria pulsione di morte. Quando questa pulsione non viene simbolizzata, elaborata, limitata dal legame con l’altro, ritorna sotto forma di destino collettivo.
La vecchia formula “fate l’amore e non la guerra” non era ingenua come sembra. Diceva, in modo elementare, una verità psicoanalitica: senza desiderio, senza legame, il godimento diventa mortifero. La guerra non è il contrario della civiltà; è una sua probabilità permanente. Sta sempre lì, pronta a riemergere, quando il desiderio cede il posto al comando di godere distruggendo. (Mauro Montanari Ph. D.)