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Ci sono poesie che non descrivono un paesaggio, ma una difesa interiore. “Nebbia” è una di queste: una preghiera laica, sommessa, con cui Pascoli chiede al mondo di velarsi per non ferire.
Pier Carlo Lava

La poesia Nebbia di Giovanni Pascoli, appartenente alla raccolta Canti di Castelvecchio, è uno dei testi più intimi e rivelatori dell’intera opera pascoliana. Qui la natura non è minaccia, come in Temporale o Il tuono, ma rifugio, schermo pietoso contro un’esistenza segnata dal dolore.

Testo integrale della poesia

Nebbia

Nascondi le cose lontane,
nascondime quelle ch’hanno nome!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha panni al sole.

Nascondi le cose lontane:
nascondi le cose lontane!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
quel cipresso d’orto, solo, alto e schietto.

Nascondi le cose lontane:
nascondimi ciò ch’è morto!
Ch’io veda soltanto il campo
che tremola,
la siepe dell’orto,
e un albero, e un muro.

Analisi e commento critico

In Nebbia Pascoli costruisce una lirica di sottrazione. Non chiede di vedere di più, ma di vedere meno. La ripetizione ossessiva dell’invocazione “nascondi” trasforma la poesia in una supplica, quasi una litania, rivolta alla natura affinché attenui il peso della memoria.

Le “cose lontane” non sono soltanto elementi del paesaggio, ma ricordi, lutti, assenze, tutto ciò che ha ferito l’esistenza del poeta. Chiedere che abbiano “nome” significa chiedere che non tornino alla coscienza attraverso il linguaggio, che restino indistinte, offuscate, come la nebbia che cancella i contorni.

Il paesaggio che rimane è minimo, domestico, rassicurante: la siepe dell’orto, il muro con i panni stesi, il campo che tremola. È il mondo del nido, luogo simbolico pascoliano per eccellenza, in cui il poeta tenta di proteggersi dall’angoscia del vivere. Qui la natura è madre, non forza ostile.

Il cipresso, unico elemento verticale e isolato, introduce una nota funebre, ma anche composta. Non è un grido di dolore, bensì una accettazione silenziosa della morte, purché resti lontana, filtrata, non invasiva. Pascoli non nega il dolore: chiede solo che non sia costantemente esposto.

Dal punto di vista stilistico, la poesia è semplice solo in apparenza. La musicalità sommessa, la ripetizione, l’uso di immagini quotidiane rendono Nebbia una delle liriche più moderne del poeta, anticipando una sensibilità introspettiva che dialoga idealmente con Rilke e con la poesia dell’interiorità del primo Novecento.

Significato profondo

Nebbia è una poesia sulla stanchezza dell’anima. Non c’è ribellione, non c’è eroismo, ma il bisogno umano di essere protetti, di ridurre il mondo a una misura sopportabile. È la richiesta di chi ha sofferto troppo e chiede alla vita di abbassare la voce.

Pascoli ci insegna che anche il nascondersi può essere una forma di resistenza.

L’autore

Giovanni Pascoli ha trasformato il dolore personale in una nuova lingua poetica, fatta di silenzi, ripetizioni, immagini minime. In Canti di Castelvecchio questa poetica raggiunge una maturità intensa e raccolta, dove ogni elemento naturale diventa specchio dell’interiorità.

Conclusione

Nebbia è una poesia che non urla, ma resta. È una delle liriche più autentiche di Pascoli, perché mostra senza filtri la fragilità umana e il bisogno di protezione. In un mondo che chiede continuamente esposizione, Pascoli rivendica il diritto al velo, al limite, al silenzio.

Geo
Giovanni Pascoli visse a lungo a Castelvecchio di Barga, luogo di ritiro e riflessione che ha segnato profondamente la sua poesia. Anche oggi, tra le pianure nebbiose e i paesaggi agricoli di Alessandria, Nebbia continua a parlare a chi cerca nella letteratura uno spazio di riparo e comprensione. Alessandria today promuove la lettura dei classici come strumenti vivi di consapevolezza contemporanea.

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