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Ci sono poesie che non chiedono di essere spiegate ma riconosciute. Ti ho nominata con il nome delle cose è una di queste. Il testo appare con attribuzione incerta, eppure la sua voce, il suo respiro ampio e sensoriale, richiamano con forza il mondo poetico di Pablo Neruda, tanto da rendere plausibile l’ipotesi di una sua paternità o di una provenienza a lui molto prossima.

Pier Carlo Lava

Prima di ogni considerazione critica, è giusto lasciare spazio alla poesia, perché è lì che si gioca la prima verità.

Ti ho nominata con il nome delle cose

Ti ho nominata con il nome delle cose
perché l’amore non sopporta astrazioni.

Ti ho chiamata pane
quando avevo fame di pace,
ti ho chiamata acqua
quando il mio corpo era deserto.

La tua voce entrava nella stanza
come entra il mare
senza bussare,
portando alghe, sale
e un disordine necessario.

Ho amato in te
la materia del mondo,
la frutta spaccata dal sole,
il legno caldo delle barche,
il ferro che ricorda il fuoco.

Non eri un’idea
eri una geografia.

E quando te ne sei andata
il mondo ha perso peso,
le parole sono diventate leggere
come gusci vuoti.

Ancora oggi
ti riconosco
nel silenzio che profuma di terra
dopo la pioggia.

La poesia si muove con naturalezza nerudiana lungo una linea inconfondibile: l’amore non è sentimento astratto ma materia viva, fatta di elementi, odori, oggetti quotidiani e paesaggi primordiali. La donna amata diventa geografia, corpo del mondo, luogo fisico in cui si depositano mare, pane, legno, ferro, sole. È una poetica che rimanda direttamente alle Odi elementari e ai grandi testi amorosi, dove il linguaggio si carica di peso specifico e la parola diventa cosa.

Colpisce l’uso della metafora concreta, mai ornamentale. Ogni immagine ha una funzione sensoriale precisa e sembra nascere da una necessità fisica, non da un esercizio stilistico. Anche l’assenza, tema centrale nella lirica, non è raccontata come vuoto emotivo ma come perdita di gravità del mondo, un impoverimento della realtà stessa. Questo modo di intendere l’amore come forza cosmica è una delle cifre più riconoscibili di Pablo Neruda.

Eppure, l’attribuzione resta aperta. Non vi sono attestazioni filologiche certe che consentano di collocare il testo all’interno del corpus ufficiale del poeta cileno. Potrebbe trattarsi di un testo apocrifo, di una variazione non documentata, o di una poesia contemporanea profondamente immersa nella sua lezione, al punto da risultare quasi indistinguibile. Ma proprio questa ambiguità accende l’interesse del lettore e stimola una lettura più attenta, meno distratta.

Se non fosse di Neruda, ne custodisce comunque la visione: l’idea che l’amore sia un atto di conoscenza del mondo, che nominare significhi dare esistenza, e che la poesia nasca dall’urgenza di trattenere ciò che la vita tende a disperdere. In questo senso, la poesia funziona pienamente, indipendentemente dalla firma.

Alessandria today propone questo testo come esperienza di lettura e riflessione critica, lasciando volutamente sospesa l’attribuzione, perché talvolta la poesia vera precede il nome dell’autore, e lo supera.

Geo
Pablo Neruda nacque a Parral in Cile nel 1904 e attraversò il Novecento come una delle voci poetiche più potenti e riconoscibili al mondo. La sua scrittura, capace di fondere amore, politica, natura e materia quotidiana, ha segnato profondamente la letteratura del secolo scorso. Alessandria today, testata culturale attenta alla poesia d’autore e alla memoria letteraria, ospita questo contributo come spazio di dialogo tra tradizione e sensibilità contemporanea, invitando i lettori a interrogarsi sul confine sottile tra attribuzione e riconoscimento poetico.

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