L’eroismo tragico di D’Annunzio — méson di ascesi – James Curzi, da Firenze
L’eroismo tragico di D’Annunzio – méson di ascesi
Nella prospettiva dannunziana, l’eroismo tragico¹ non si configura mai come mera pulsione autodistruttiva né, tantomeno, come apologia del suicidio, bensì come strumento ascetico in senso propriamente greco: un méson attraverso cui l’eroe compie l’uscita da sé, dalla dimensione della vita semplicemente umana, biologica e temporale, per accedere a un ordine dell’essere più alto, sovratemporale ed eterno. In questo senso, si può intravedere una consonanza con quanto osserva Heidegger nella Lettera sull’umanesimo (1946), dove l’essenza dell’uomo viene definita con il concetto di esistenza intesa come un uscir fuori di sé, come stare nella radura dell’Essere. L’atto eroico, in quanto tragico, è dunque essenzialmente ek-statico (“fuori da”, stasis = “stare”): esso spezza la cornice dell’ordinario, sospende la misura dell’utile e del conservativo, e proietta l’individuo in una regione liminale in cui la vita viene vissuta alla stregua di un’intensità assoluta e di una prova ontologica.
In D’Annunzio tale ascesi culmina in una forma peculiare di panismo, interpretato non come dissoluzione nichilistica dell’individualità, bensì come sua trasfigurazione. L’eroe si identifica con l’essere, con i cicli cosmici, con la potenza impersonale della natura e della storia, senza tuttavia annullarsi completamente: permane una coscienza dell’eterno già realizzata in vita, una partecipazione attiva a ciò che oltrepassa il singolo e lo inscrive nella durata metastorica delle grandi opere, dei gesti esemplari, delle figure destinali. Se rispetto a un pensatore come Evola² si può ravvisare una maggiore esposizione al rischio di una parziale dissoluzione dell’Io, è altrettanto vero che, in D’Annunzio, tale dissoluzione non è mai totale: qualcosa dell’individualità — se non biologica, certamente spirituale e operativa — si salva e si perpetua, almeno nella forma dell’opera e del segno lasciato nell’essere.
L’eroismo tragico dannunziano va pertanto compreso alla luce di una visione tragica dell’esistenza nel senso greco del termine, profondamente affine, per certi aspetti, al dionisismo nicciano.³ Tragikós, etimologicamente legato a tragos, il “capro”, simbolo dei rituali dionisiaci in cui l’individuo si confronta con la necessità e con le potenze impersonali che sorreggono l’essere. Il tragico non coincide con la morte, né con il pessimismo, ma con il riconoscimento che le forze sacre che regolano l’essere sono pre- e sovra-umane, indifferenti ai criteri morali e utilitaristici. Assumere il tragico significa collocarsi su un piano di verità più profondo di quello etico o antropocentrico, accettando il Principio nella sua potenza impersonale e necessaria.
In questo rapporto di identità con il tragico, l’Io supera la paura della morte non per negazione, ma per trasfigurazione: la morte cessa di essere il limite assoluto e diviene il rischio consapevolmente affrontato in vista di un fine più alto. L’eroismo si configura così come sfida alla temporalità, come tentativo di strappare all’istante una qualità d’eternità, anche laddove l’impresa non pervenga al compimento esteriore. Ciò che è rilevante non è il successo empirico, bensì l’assunzione integrale del rischio, l’abitare la soglia, l’ingresso in quello stato liminale in cui l’esistenza si fa prova, intensità, ascesi. È in questo spazio che si realizza l’eroismo tragico dannunziano: non come culto del pericolo dettato dall’incoscienza, ma come affermazione superiore della vita, oltre la vita stessa.
In questa prospettiva, risulta opportuno distinguere l’eroismo tragico del Vate dalla figura dell’Übermensch nicciano⁴. In Nietzsche, infatti, la trascendenza viene soltanto intravista e mai pienamente incarnata: l’oltrepassamento dell’uomo resta in larga misura immanente, affidato alla volontà di potenza come principio dinamico privo di un autentico ancoraggio metafisico. Proprio questa mancanza di una trascendenza effettivamente articolata espone la volontà di potenza⁵ al rischio di degradare in passionalismi materialistici, in una proliferazione di forze vitali non ordinate, fino a sfiorare quel nichilismo che Nietzsche stesso intendeva combattere, e nel quale infine è invece tragicamente naufragato.
In D’Annunzio, al contrario, l’eroismo tragico si inscrive entro un orizzonte in cui la trascendenza — pur non sistematicamente concettualizzata — è tuttavia reale e operante: essa si manifesta nella tensione verso l’eterno, nella partecipazione ai cicli cosmici, nella consapevolezza di un ordine dell’essere che eccede l’individuo senza annullarlo. Ne consegue che l’atto eroico non scade mai in una mera esaltazione delle passioni o della forza vitale in senso materialistico, ma si configura come gesto orientato, come ascesi, affermazione qualitativa della vita in rapporto a un principio superiore. È precisamente questa affermazione attiva — seppur non integralmente condotta al suo Telos (τέλος) — della trascendenza a preservare l’eroismo dannunziano dal nichilismo e a collocarlo su un piano ontologicamente più alto rispetto all’immanentismo radicale dell’oltreuomo nicciano.
«Sul punto di salpare, dato che soffiava per mare un gran vento e i timonieri rumoreggiavano, imbarcatosi per primo e ordinando di levare l’ancora gridò: “Navigare è necessario, vivere non è necessario!”»
(Plutarco, Vita di Pompeo, 50, 1)
«Navigare necesse est, vivere non est necesse»⁶
Note bibliografiche
¹ Soprattutto facciamo riferimento alla concezione dell’eroismo che emerge dalla letture dell’Alcione. Gabriele D’Annunzio, Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, Libro III, ALCIONE, Milano, Fratelli Treves Editori, 1908.
Cfr. Anche quanto da me esposto negli articoli: L’eroismo muto di D’Annunzio ne “L’arca romana” e “L’alloro oceanico”, uscito il 2 luglio 2025 sul giornale Alessandriatoday; Vivere pericolosamente: tra filosofia ed etimologia dell’esperienza, uscito il 9 luglio 2025, sul giornale Alessandriatoday.
²Cfr. Evola, Julius. Le concezioni da lui esposte in Rivolta contro il mondo moderno. Milano: Edizioni Mediterranee, 1934; Teoria dell’Individuo Assoluto (1927,’73), e Fenomenologia dell’Individuo Assoluto (1930) Roma: Edizioni Mediterranee, 1998, 2007; La Tradizione Ermetica (1931), Edizioni Mediterranee 1996. Oltreché nelle varie opere della sua vasta produzione letteraria.
³Nietzsche, Friedrich. 1872. La nascita della tragedia. Trad. it. Milano: Adelphi, 2017.
⁴Nietzsche, Friedrich. Così parlò Zarathustra. Trad. it. di S. Giametta, Milano: Adelphi, 1979 (e successive ristampe).
⁵Nietzsche, Friedrich. Al di là del bene e del male. Trad. it. di F. Masini, Milano: Adelphi, 1964 (e successive ristampe).
⁶ Motto posto alla fine di primo libro delle Laudi dannunziane
Credito immagine: Ritratto fotografico di Gabriele D’Annunzio (prima del 1938), fotografia storica in pubblico dominio.