Perché votare no, al referendum sulla giustizia, comunicato stampa
Perché votare NO
Molte persone ci chiedono perché andare a votare NO al referendum costituzionale sulla “legge Nordio”, cioè la revisione costituzionale, approvata dalle Camere in autunno, che modifica profondamente fondamentali articoli della Costituzione dedicati alla magistratura.
Le ragioni sono diverse e importanti. Si tratta di una pericolosa modifica della Costituzione. 1. Una revisione, anzitutto, approvata senza alcun confronto interno ed esterno al Parlamento. Neppure i deputati e i senatori della maggioranza hanno potuto incidere sul progetto presentato dal Governo, che è stato approvato in tempi rapidi e sconosciuti alle passate riforme costituzionali. Questa scelta di metodo è grave e tradisce i principi della Costituzione non soltanto per aver impedito una deliberazione pienamente democratica, ma anche perché, nel merito, la riforma rappresenta la compressione di un potere dello Stato da parte di un altro.
Viene smantellato il sistema istituzionale di garanzie dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura imperniato sul Consiglio superiore della magistratura, che è l’organo che assume le scelte condizionanti il percorso professionale del singolo magistrato (nomine, valutazioni periodiche, trasferimenti, sanzioni disciplinari)3. Questa “riforma” non ci avvicina, come si sente raccontare, ai paesi più avanzati: all’estero e nelle sedi internazionali, il nostro modello di garanzia dell’indipendenza dei magistrati è apprezzato per equilibrio. Non migliorerà l’efficienza della giustizia: non una sola riga della legge di revisione riguarda problemi che a tutti stanno a cuore, come i tempi lunghi del processo, la carenza di personale nei tribunali, il malfunzionamento dei penitenziari, il timore di un cittadino che voglia difendere le sue buone ragioni di imbarcarsi in una causa costosa e incerta. Non serve neppure alla “separazione delle carriere”: le funzioni di giudice e di pubblico ministero sono già rigorosamente distinte e i relativi percorsi di carriera separati da rigidi limiti legislativi ai passaggi da requirente a giudicante e viceversa. Non lo diciamo noi, ma i numeri: la media degli ultimi anni è di una trentina di passaggi di funzione all’anno, su un totale di circa novemila magistrati. Il problema non esiste. E chi, un po’ ingenuamente e un po’ maliziosamente, racconta che bisogna separare sotto ogni aspetto, anche con la creazione di due CSM, i giudici dai p.m. perché questi non siano tra loro “amici” e i primi non favoriscano i secondi, ignora altri numeri: quelli che mostrano come quasi metà delle richieste che il p.m. rivolge al giudice sono respinte.4. Le autentiche motivazioni, del resto, sono state esposte dal ministro proponente in un’intervista, nella quale ha affermato che la riforma serve “a recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, stupendosi che l’opposizione non abbia capito che “gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. Il filo conduttore è chiarito: indebolire le garanzie di indipendenza dei magistrati per proteggere la politica e il governo di turno. Come? Attraverso tre principali interventi contenuti nella revisione. 5. Primo: il sorteggio. Oggi i cosiddetti togati del CSM (ovvero i magistrati che sono eletti al Consiglio) sono scelti da tutti i loro colleghi attraverso libere elezioni. Domani i togati dei due CSM (uno per i giudici, l’altro per i p.m.) saranno sorteggiati casualmente. Nessun riguardo alla carriera dei candidati, alla loro competenza nello svolgimento delle funzioni, alla loro reputazione tra i colleghi. I sostenitori del sì dicono che così come un giudice è in grado di mandare in carcere un imputato lo sarà anche di stare al CSM: ma chi di noi sceglierebbe le persone che ci governano e ci garantiscono mediante un sorteggio? Chi di noi vorrebbe che il capo ufficio fosse scelto a caso, con il rischio che il nostro collega meno esperto o meno stimato abbia, per pura sorte, la responsabilità di valutare il nostro lavoro, di trasferirci, di promuoverci, di sanzionarci? Ma l’irrazionalità del sorteggio riserva altri pericoli: chi viene estratto non rende conto ai propri elettori, non ha una compagine associativa che lo ha sostenuto che lo osserva, non è responsabilizzato dalla fiducia che gli è stata accordata dalle centinaia di colleghi che lo hanno votato. A chi renderà conto il sorteggiato? Se va bene, alla sua coscienza (tuttavia le regole, specie quelle costituzionali, non sono fatte per gli eroi, ma per l’uomo medio, con le sue virtù e debolezze). Se va male, sarà più facilmente raggiungibile dal potente di turno, che sia un politico o unricco operatore economico. Si dice che il sorteggio neutralizza le “correnti” dell’Associazione nazionale magistrati (che si confrontano alla luce del sole e pesano di più o di meno a seconda del numero di aderenti), ma questo non è vero: domani una corrente che raccoglie un consenso modesto potrà avere molti più consiglieri di quanto pesa e il rischio più grave sarà quello della creazione di correnti occulte. E i membri laici (ovvero un terzo dei componenti del CSM, che oggi il Parlamento elegge in seduta comune con regole tali per cui la maggioranza di governo deve obbligatoriamente trovare un accordo con le opposizioni): come saranno scelti? Saranno sorteggiati anch’essi? Sì, ma da una lista ristretta compilata dallo stesso Parlamento, nel quale la maggioranza avrà campo libero e potrà scegliere, se vorrà, anche tutti i sorteggiabili. E così potremo avere una componente laica organizzata secondo un orientamento politico ben definito, che si confronterà con una maggioranza di togati scelti a caso e più facilmente condizionabili. 6. Secondo: la creazione di due CSM separati. Oltre a duplicare le spese di funzionamento (anzi, triplicare: anche l’alta corte avrà le proprie strutture amministrative), questa operazione porterà a conseguenze paradossali. Molti fautori del sì appoggiano la riforma, sostenendo che la separazione tra giudici e p.m. limiterà il potere di questi ultimi. Ma quali effetti potrà avere, nell’immediato e nel tempo, la creazione di un autonomo sistema di autogoverno dei p.m., che nel CSM odierno sono rappresentati in proporzione al loro numero (che si attesta nella misura di un p.m. per ogni tre giudici)? Nell’immediato, un simile sistema non potrà che aumentare il potere dei p.m. (ma soprattutto dei capi degli uffici) anziché ridurlo. Nel tempo, dove porterà un sistema così squilibrato? A un p.m. avvocato della polizia o “super-poliziotto”? A un p.m. sempre più inserito in un’organizzazione gerarchica? Nei sistemi in cui vige una così radicale separazione, il p.m. è ricondotto sotto la sfera dell’esecutivo, ovvero dipende dal ministro di turno. È uno degli altri rischi, gravi e inutili, di questa riforma approvata senza discussione e chi, come noi, sostiene il NO preferisce un p.m. con posizione e funzioni chiaramente distinte da quelle del giudice, ma che con il giudice condivide una stessa cultura della giurisdizione, che è anche cultura della ricerca della verità: un p.m. deve ricercare, già oggi e per legge, non solo le prove a carico dell’accusato, ma anche quelle a suo favore e chiedere l’assoluzione se pensa che l’accusa sia infondata.7. Terzo: l’alta corte disciplinare. Giudici e p.m., che avranno consigli superiori separati, tornano ad essere messi insieme quando si tratta di giudicarne la responsabilità disciplinare. Anche in questo caso i componenti “togati” dall’alta corte sono sorteggiati; gli altri sono scelti da altri organi costituzionali. Il risultato è che – unici tra tutti i lavoratori del nostro Paese – i magistrati saranno giudicati da un organo disciplinare nel quale nessun componente è stato da loro espresso. Inoltre, le decisioni dell’alta corte
potranno essere impugnate solo di fronte all’alta corte medesima, mentre oggi contro la sentenza della
sezione disciplinare del CSM, così come accade per le decisioni degli organi disciplinari di giornalisti o
avvocati, per esempio, si può proporre un ricorso in Cassazione. Chi di noi, operaio in fabbrica,
impiegato in ufficio, dirigente pubblico o privato, avvocato, giornalista o architetto desidererebbe un
sistema di questo tipo?
Alcuni media nazionali hanno scritto che il fronte del NO si regge su slogan. Ma i nostri argomenti sono
tutti nel merito. Ci auguriamo che gli elettori decidano ugualmente nel merito e non in base ad
appartenenze o preferenze politiche predeterminate, o al sentito dire. Ne va dell’indipendenza della
magistratura, dell’equilibrio tra i poteri, e dunque della garanzia dei nostri diritti.
Società civile per il NO nel referendum costituzionale – Comitato provinciale di Alessandri
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