La maturità della forma breve: uno sguardo sul lavoro di Giuliano Olivotto. A cura di Giuliano Olivotto ed Elisa Rubini
C’è un momento, nella crescita di un autore, in cui la tecnica smette di essere il centro del discorso. La si dà per acquisita. Si fa spazio qualcos’altro, più difficile da definire. Una sensibilità, un modo di guardare le storie, una certa inclinazione a riconoscere ciò che pulsa anche quando resta in silenzio.
Nel percorso di Giuliano Olivotto, questo passaggio è evidente. Prima ancora del manuale, prima della vittoria all’Urania Short, prima delle prossime uscite nelle collane Delos Digital, si riconosce una domanda che attraversa ogni suo progetto: come si fa a trattenere un mondo intero dentro poche righe senza schiacciarlo?
Non è una domanda semplice. Non lo è mai stata.
La forma breve non vive di scorciatoie. Vive di equilibri. Di ciò che si suggerisce invece di dire. Di ciò che si intravede invece di mostrare. È una forma che obbliga a lasciare scoperte le cuciture, a non nascondersi dietro lo spazio infinito di un romanzo.
Eppure, osservando il percorso di Olivotto, sembra che proprio questa condizione gli abbia permesso di costruire una voce personale.
I suoi lavori più ibridi, quelli che intrecciano parola e immagine, non nascono per stupire ma per esplorare. In Operazione Farfalla, il gesto visivo non interrompe la narrazione: la accompagna. In Il Senza Morte, il Senza Sogni e gli Altri Oscuri Compagni, la presenza delle illustrazioni non decora, ma amplifica. È come se ogni progetto fosse un tentativo di capire quanto si può spingere una storia senza romperla.
Poi arrivano le raccolte più brevi, veri terreni di prova. The Jelly Beans Experiment sembra trattenere il fiato. The Gummy Bears Experience sceglie invece di allargare lo sguardo mantenendo intatta la concisione. Ogni testo è un confronto con un limite, e ogni limite diventa occasione per rallentare, osservare, riflettere.
Il manuale Flash Fiction, pubblicato da Delos Digital alla fine del 2025, arriva dopo questo percorso. In apparenza è un libro che insegna come scrivere breve. In realtà consegna al lettore una cosa diversa: la consapevolezza che la forma non è mai un guscio neutro. È un modo di stare nelle storie. Di ascoltarle. Di lasciarle respirare senza imporre un peso che non hanno chiesto.
Leggendolo si ha la sensazione che l’autore non offra una tecnica ma un punto di vista. Una postura narrativa.
Le prossime pubblicazioni di Olivotto per Delos Digital attraversano generi distanti tra loro. Il giallo, il folklore medievale, la fantascienza teologica. Ciò che rimane identico è la scelta della misura. Non la misura come contenimento, ma come gesto preciso. Una distanza dalla scena che permette di vedere meglio.
Questa coerenza non è rigidità. È maturità narrativa. Non importa il contesto, la forma resta fedele a sé stessa.
Forse è questo il contributo più interessante del percorso di Olivotto.
Non l’aver definito una regola, né l’aver costruito un metodo, ma l’aver mostrato che la forma breve, se trattata con attenzione, non è un territorio minore. È un luogo dove l’autore si misura con la propria voce, senza protezioni.
Uno spazio che richiede ascolto.
E che, proprio per questo, continua a crescere