“L’Oasi, ovvero dello Sconfinamento” di Nazario D’Amato: il libro necessario quando il presente non basta più. A cura di Elisa Rubini
Perché questa opera non è un semplice lascito post-pandemico, ma una riflessione radicale sulle nostre frontiere interiori.
Nell’ipertrofia editoriale che apre ogni nuovo anno, dove l’offerta culturale tende a confondersi in un rumore indistinto, pochi titoli hanno la forza di imporsi non per strategia, ma per urgenza. L’Oasi, ovvero dello Sconfinamento di Nazario D’Amato appartiene a questa categoria minima e preziosa di opere nate non per intrattenere, ma per incidere. E non lo fa con la violenza di un manifesto, bensì con l’autorità calma di una voce che ha attraversato il silenzio senza uscirne indenne.
Il libro nasce nel pieno del trauma collettivo della pandemia, ma non è—come accade troppo spesso—la cronaca sterilizzata di un isolamento. È piuttosto un’indagine a tre strati: memoria personale, percezione del presente e tensione verso l’altrove. Racconti, poesie, frammenti diaristici e musica convivono con una coerenza interna sorprendente, come se tutti i linguaggi fossero solo declinazioni di un unico gesto: cercare un varco quando il reale si ritrae.
D’Amato non descrive la pandemia: la usa come lente.
È questo il punto che rende il libro non solo importante, ma necessario. L’autore non racconta ciò che abbiamo vissuto: racconta ciò che questo vissuto ha svelato di noi. Ed è proprio in questo scarto che l’opera acquista un valore che supera il suo contesto originario.
La parola chiave è sconfinamento.
Non un atto eroico, non un movimento verso territori esotici, ma un gesto minimo e radicale: attraversare le linee interne della paura, del vuoto, del non detto. L’oasi, allora, non è il luogo in cui ci si rifugia per fuggire dal mondo, bensì quello in cui il mondo torna a essere comprensibile, respirabile, persino abitabile.
La scrittura di D’Amato possiede una qualità che raramente si incontra nella produzione contemporanea: non tenta di spiegare, tenta di ascoltare. Le storie si piegano verso la musica, la poesia si avvicina alla prosa, e la prosa accoglie pause, silenzi, sospensioni che ricordano più un movimento musicale che un testo narrativo. È un libro che chiede al lettore di leggersi dentro mentre lo attraversa, e questo lo rende scomodo, vivo, autentico.
C’è un fil rouge che percorre l’intera opera: il desiderio di trasformare la vulnerabilità in spazio condiviso. Non c’è eroismo, non c’è trionfo: c’è la consapevolezza che il vero coraggio, oggi, è permettersi di restare. Restare nelle domande, nelle attese, nelle incrinature che il tempo sospeso ha evidenziato e che spesso preferiamo ignorare nel ritorno forzato alla normalità.
Ed è proprio per questo che L’Oasi, ovvero dello Sconfinamento è un libro fondamentale per il nuovo anno. Non perché parli di pandemia, quello appartiene ormai all’archivio emotivo di ognuno di noi,ma perché parla di ciò che la pandemia ha disvelato: il bisogno di ritrovare un linguaggio che non mentisca sulla fragilità, e che allo stesso tempo non la riduca a un estetismo da salotto.
D’Amato costruisce un’opera che è insieme rifugio e attraversamento.
Ti porta dentro e ti spinge fuori.
Ti tiene fermo e ti costringe al movimento.
È un paradosso, ma è anche il motivo per cui questo libro resiste al tempo: non dà risposte, apre spazi.
In un’epoca che celebra la velocità, iniziare l’anno con questo libro significa concedersi un gesto di insubordinazione culturale: rallentare, ascoltare, riconoscere le proprie geografie interiori. E accettare che sconfinare non è un atto di fuga, ma un modo diverso di abitare il mondo.
Un libro che non si limita a essere letto: accade.