Quinto atto dei sotterranei di Edimburgo: la costruzione dei ponti South Bridge Vaults, 1828

Quinto atto dei sotterranei di Edimburgo: la costruzione dei ponti South Bridge Vaults, 1828

Dopo la peste e il buio sigillato, la città cambia gesto.

Non chiude più, costruisce, non inchioda porte, getta archi.

In questo capitolo si sale di qualche metro, ma non si esce dal sottosuolo della coscienza. I ponti di Edimburgo non sono solo opere d’ingegneria, sono decisioni morali fatte in pietra: collegare, sì, ma anche coprire, sostenere il futuro usando il passato come fondazione invisibile.

Qui entra in scena chi progetta, chi calcola, chi disegna linee dritte sopra vite storte, chi chiama “sviluppo” ciò che altri vivono come peso.

È il momento in cui la città impara a reggersi su ciò che ha sepolto.

E a chiamarlo progresso, buona discesa, anche quando sembra una salita.

CAPITOLO 5 – LA COSTRUZIONE DEI PONTI

South Bridge, 1786 – James Il progetto

I ponti, sulla carta, non pesano. Sono linee, curve, numeri. Possono reggere tutto, quando restano inchiostro. È quando diventano pietra che cominciano a fare domande.

James sta in piedi davanti al tavolo inclinato, le mani appoggiate ai bordi come se avesse paura che il progetto scivoli giù. Il disegno del South Bridge occupa quasi tutto il foglio: una serie di arcate, una dopo l’altra, come una fila di costole. Sopra, una strada larga, più larga di qualsiasi vicolo dell’Old Town. Sotto, vuoti. Spazi segnati con tratteggi ordinati, destinazioni scritte in piccolo: “botteghe”, “magazzini”, “laboratori”. Nomi puliti per cavità ancora senza odore.

Prende la matita e ripassa la linea della carreggiata. La penna gratta la carta, lascia un segno più scuro proprio dove passeranno le carrozze, dove cammineranno le persone che diranno: “È un miracolo del progresso, questo ponte.” Lo diranno anche a lui, forse. Gli stringeranno la mano. Gli chiederanno se è vero che a Parigi non ne hanno uno così.

Abbassa lo sguardo. Gli archi, uno sopra l’altro, si appoggiano ai piloni come se fossero sempre stati lì. Tra un arco e l’altro, quelle camere rettangolari che il Consiglio vuole affittare a mercanti e artigiani. “Spazi utili”, li chiamano. Ma James ha visto la città abbastanza a lungo per sapere che dove c’è un vuoto, qualcuno lo riempie. E di solito non è quello che avevi in mente.

Senza accorgersene, comincia a ombreggiare la parte sotto. Il tratteggio si fa più fitto man mano che scende. Sopra, il bianco della strada. Sotto, un grigio sempre più scuro. Si ferma. Guarda il foglio. “È solo un effetto ottico”, si dice. La gravità ha bisogno di vedere dove mettere il peso.

Sul davanzale della finestra, la città è una sezione reale: l’Old Town che scende a strati verso Cowgate, il Royal Mile come una spina dorsale, un groviglio di tetti e comignoli. Più in là, verso nord, l’abbozzo della New Town: linee dritte, lotti segnati, un ordine ancora vuoto. Il ponte dovrà legare due mondi che non si somigliano.

“Collegare,” gli hanno detto. “Portare luce nei vicoli, movimento, aria.” James ha annuito. Ci ha creduto. Ci crede ancora, in parte. Ma ogni volta che guarda la sezione trasversale del ponte, con quei rettangoli pieni d’aria sotto la strada, gli viene in mente un pensiero che non scrive da nessuna parte: “Per costruire sopra, bisogna creare un sotto.”

Le demolizioni

Sul cantiere, la teoria ha il rumore del legno che cede.

Marlin’s Wynd era un close come tanti: scale strette, case addossate, odore di fumo e di zuppa diluita. Adesso è un cantiere di demolizione. Assi sfondate, pietre accatastate, una nuvola di polvere che rende l’aria più spessa ma, dicono, “più moderna”.

Gli operai hanno già buttato giù metà delle facciate. Le stanze si aprono come ferite, letti appesi a metà, camini sospesi nel vuoto, pezzi di vita rimasti sulle mensole: una brocca scheggiata, una sedia rotta, un crocifisso storto. Le scale di legno che portavano giù a Cowgate ora non portano più da nessuna parte.

James cammina tra le macerie con le mani dietro la schiena, come gli hanno insegnato a fare quando bisogna sembrare in controllo. Un uomo, con il volto rigato di polvere e lacrime indistinguibili, gli si para davanti.

«Architetto,» dice, e la parola non suona come un titolo, suona come un’accusa. «Questa era casa mia.»

Indica un pezzo di muro ancora in piedi. Sopra c’è una macchia di fumo che prima era il contorno di un camino. Sotto, niente.

«Mi dispiace,» risponde James, automaticamente. «La città ha deliberato gli espropri. Avrete un indennizzo.»

L’uomo ride. È una risata dura, senza gioia.

«Indennizzo? Con cosa compro un tetto nuovo, con le parole? Dove andiamo, noi?»

James apre la bocca, poi la richiude. Sa che c’è una risposta ufficiale: “Nuove abitazioni, nuove opportunità, l’espansione della città, la New Town che offre spazio e decoro.” La conosce a memoria. Ma guardando la donna dietro l’uomo, con un bambino aggrappato alla gonna e un sacco in mano, la sente stonare.

«Il ponte farà bene a tutti,» dice invece, e mentre lo dice sente che la frase cade a terra e resta lì, come una pietra fuori posto.

L’uomo scuote la testa, si volta, si allontana trascinando il sacco. James lo segue con lo sguardo finché sparisce dietro un mucchio di macerie. Una parte di quelle pietre finirà nel ponte. Casa sua reggerà il passaggio di altri.

Più tardi, sul limite dello scavo, James guarda gli uomini che affondano nella terra con le pale. Hanno già portato via lo strato di detriti più recente. Ora spuntano cose più vecchie: pezzi di muro che non corrispondono alla pianta delle case appena demolite, fondamenta di qualcosa che c’era prima e nessuno ricorda.

«Qui c’era un edificio antico,» dice uno degli ingegneri, indicando un muro che corre di traverso rispetto a tutti gli altri. «Forse una struttura medievale. Non è nei registri.»

«Allora non esiste,» scherza un operaio. Gli altri ridono.

Uno dei manovali infila la pala nel terreno e ne tira fuori qualcosa di bianco. Non è pietra. Lo tiene in mano un attimo, poi lo pulisce sulla giacca.

È un osso. Non piccolo. Un femore, forse. O un braccio. È vecchio, levigato. Non c’è carne, non c’è sangue. Solo la forma di quello che è stato.

«Che facciamo, capo?» chiede l’uomo.

James esita un secondo. I regolamenti sono chiari sulle sepolture ufficiali. Ma qui non c’è lapide, non c’è croce, non c’è niente.

«Non è terreno consacrato,» risponde l’ingegnere prima di lui. «Mettetelo con le macerie.»

L’uomo butta l’osso nel carretto insieme ai pezzi di muro e alle assi. Fa lo stesso suono di una pietra. James sente quell’urto nella cassa toracica.

Mentre gli uomini continuano a scavare, dai lati dello scavo sale un odore diverso da quello della polvere e del sudore. È un odore basso, che sembra venire dal fondo degli anni: dolciastro, stanco, come di qualcosa che è marcito molto tempo fa e nel frattempo si è abituato a essere dimenticato.

Qualcuno, più in alto, comincia a cantare. È una melodia semplice, poche note ripetute, qualcosa che sembra un canto da taverna ma più antico. Non è uno dei salmi che si cantano in chiesa. James l’ha già sentita, da qualche parte, in un close. O forse è solo che certe melodie ti danno l’impressione di averle sempre sapute.

«Smettila di cantare, che ci porti sfortuna,» grida un altro operaio ridendo.

La voce si abbassa, ma la melodia resta appesa nell’aria, mescolata alla polvere.

James guarda lo scavo, i muri antichi, le ossa, la terra che si apre per fare spazio alle fondazioni del ponte. In quell’odore, in quella musica, sente per un istante che la città non è solo quello che costruiscono, ma anche tutto quello che ricoprono.

Le fondamenta

Quando gettano le fondamenta, la città trema in silenzio.

Le buttano giù a strati: pietre, calce, pietre, calce, come se stessero scrivendo una nuova pagina sopra una pagina già piena. I piloni che reggeranno gli archi affondano nella roccia. Tra un getto e l’altro, l’acqua filtra, l’umidità sale, cerca una strada. Gli uomini imprecano, cercano di governarla con canalette e drenaggi. Ma l’acqua è ostinata. Vuole stare.

«Non è un buon segno,» dice uno dei capisquadra, guardando la parete che trasuda. «Sarà sempre umido qui sotto.»

«Sono solo magazzini,» risponde James. «La merce non si lamenta del freddo.»

La frase gli esce da sola, come una difesa. Ma dentro qualcosa si torce. Sa che non resterà solo merce, qua giù. Ha visto abbastanza città per sapere che quando il sopra è pieno, il sotto diventa casa.

Un operaio, scavando più in profondità di quanto previsto, trova un piccolo vuoto nella roccia. Una cavità naturale, un buco nero dove la luce della candela non entra del tutto.

«Ci sono caverne qui sotto,» dice, sporgendosi. «Sembrano più antiche di noi.»

Un altro lo prende in giro: «Antiche di te è facile.»

Ridono. Riempiono la cavità con pietre e malta, la cancellano dalla mappa. È più semplice così: quello che non compare nei disegni non esiste.

James fa un segno sul taccuino. Non è una nota ufficiale. È solo una parola: “vuoti”.

L’inaugurazione

Il giorno dell’inaugurazione, il ponte sembra un’idea riuscita.

La strada è addobbata con bandiere, la folla si accalca ai lati, signore con cappelli nuovi, uomini con i migliori soprabiti, bambini portati in braccio per vedere meglio. L’aria sa di festa e di pioggia trattenuta. I discorsi scorrono come l’acqua che un giorno passerà sotto i ponti: il Lord Provost parla di “nuova arteria della città”, di “luce che entra nei quartieri bassi”, di “progresso che unisce il vecchio e il nuovo”.

James ascolta con la schiena dritta. Quando lo nominano, la folla applaude. qualcuno batte il bastone a terra. Qualcuno lo guarda con gratitudine vera, perché da oggi farà meno strada per andare al mercato. Qualcun altro lo guarda come si guarda uno che sta dalla parte giusta della storia.

C’è un momento che resta, più di tutti: il corteo che attraversa il ponte per la prima volta. Avrebbe dovuto aprirlo una vecchia, scelta tra gli abitanti dei close vicini, come segno di buon auspicio. Ma la vecchia è morta pochi giorni prima. Qualcuno ha deciso che attraverserà lo stesso, nel feretro.

La bara passa in mezzo alla folla, portata da quattro uomini, drappeggiata di stoffa nera. La gente si fa da parte, si segna. James la segue con lo sguardo. È il primo corpo che il ponte porta da un lato all’altro. Sopra, applausi. Sotto, camere vuote che aspettano.

Finita la cerimonia, quando la folla comincia a disperdersi, James scivola via dai saluti. Prende una delle scalette laterali che scendono ai livelli inferiori. L’aria cambia dopo pochi gradini: diventa più fredda, più umida, più spessa. Le camere sotto il ponte sono nuove, le pareti ancora chiare di calce fresca, ma l’acqua ha già trovato dove colare. Gocce brillano come sudore sulle pietre.

Cammina lungo un corridoio di archi che si ripetono, uno dopo l’altro, uguali. Le stanze sono vuote. Per ora. I contratti sono pronti, le affittanze verranno, dicono. Magazzini, botteghe, sotterranei ordinati, puliti. Ma James, mentre passa davanti a una porta che dà su una camera più profonda, sente lo stesso odore di quando scavavano: un dolce marcio, un organico che non appartiene a nessuno e appartiene a tutti.

Si ferma. In quella stanza, per un attimo, gli sembra di sentire qualcosa di più. Non una voce, non un suono preciso. Una densità. Come se lo spazio stesso facesse resistenza.

«Tutto bene, signor James?» chiede uno degli assistenti, affacciandosi dall’alto della scala.

«Sì,» risponde lui. «Stavo solo… controllando le umidità.»

Risale. Quando torna sulla strada, il rumore delle carrozze che cominciano a provare il ponte è un tamburo regolare. Ogni passaggio fa vibrare gli archi. Gli sembra di sentire, sotto il lastricato, il corpo intero della città che si assesta su una nuova colonna vertebrale.

Colpa lenta

Anni dopo, James torna ai vaults quasi per caso. O è quello che si dice. In realtà li ha nei pensieri da quando li ha disegnati.

È una giornata grigia, la pioggia cade in un modo che non pulisce, sposta solo lo sporco. Scende per la stessa scala laterale, ma ora l’odore è diverso. Più corposo. Qualcuno ha aperto le stanze al di sotto. Qualcuno ci vive.

Passa davanti alla stanza che allora era vuota. Ora ci sono coperte per terra, un braciere spento, un mucchio di stracci che potrebbe essere un letto. Una donna con i capelli in disordine lo guarda un attimo, poi distoglie gli occhi, come si fa con un signore che non porterà niente di buono.

In un’altra stanza, riconosce la struttura di un bancone improvvisato, botti ammaccate, l’odore forte di whisky. Più in là, un gruppo di irlandesi accovacciati, la pelle gialla di luce scarsa, che parlano a bassa voce. Un bambino corre tra le gambe dei grandi, scalzo, agile. James si chiede se è nato qui sotto o se è sceso.

Da una stanza al fondo, sente una melodia fischiettata. La stessa. Poche note che vanno su e giù, incerte, eppure tenaci. È rimasta qui, tra le pietre. O forse è risalita da sotto, dai close chiusi, dai muri sepolti.

James passa una mano sulla parete. La sente bagnata, fredda. Sotto il palmo, per un istante, gli sembra che la pietra tremi. Non per il passaggio di una carrozza, ora. Per qualcos’altro. Qualcosa che preme da sotto.

Capisce che i vuoti che aveva disegnato sul foglio non sono più vuoti. Sono pieni di vite, di corpi, di respiri che la città ha spinto qui per poter dire a sé stessa che sopra è pulito. Il ponte collega, sì. Ma collega sulla schiena di chi abita i suoi archi.

Quando risale, l’aria di sopra gli sembra più leggera e più colpevole allo stesso tempo. Guarda la folla che attraversa il ponte, la New Town che brilla in lontananza, l’Old Town che resta ammassata sul crinale.

Pensa, senza più riuscire a scacciarlo: ogni pietra che ho messo qui regge qualcuno che non vedo. Ogni arco che ho disegnato è diventato una stanza dove qualcuno respira al posto nostro.

Un ponte dovrebbe collegare due rive. Questo, pensa James, ha collegato le rive seppellendo quello che stava in mezzo.

E da allora, ogni volta che attraversa il South Bridge, sente sotto i piedi un rumore che gli altri non sentono: non solo il rimbombo delle ruote, non solo gli zoccoli dei cavalli. Un altro suono, basso, ostinato. Il suono del sotto che regge il sopra.

A presto, nella prossima puntata.

Nel prossimo capitolo si scende ancora, più indietro nel tempo, più vicino all’osso della città.

Prima dei ponti, prima della peste, prima delle leggende, c’è stata una Edimburgo verticale, scavata, compressa, costruita contro la roccia e dentro la roccia.

Si parlerà di fondamenta medievali, di processi, di scavi, di cavità che non erano solo vuoti nella pietra, ma decisioni prese contro qualcuno.

Perché ogni città, prima di diventare elegante, è stata un cantiere oscuro.

E sotto ogni strada ordinata resta la traccia di quel primo gesto: scavare.

A presto, un altro livello più in basso.

Le puntate precedenti:

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