Sesto atto dei sotterranei di Edimburgo: Le fondamenta medioevali, 1460 La città verticale

Sesto atto dei sotterranei di Edimburgo: Le fondamenta medioevali, 1460 La città verticale

Nel prossimo capitolo si scende ancora, più indietro nel tempo, più vicino all’osso della città.

Prima dei ponti, prima della peste, prima delle leggende, c’è stata una Edimburgo verticale, scavata, compressa, costruita contro la roccia e dentro la roccia.

Si parlerà di fondamenta medievali, di processi, di scavi, di cavità che non erano solo vuoti nella pietra, ma decisioni prese contro qualcuno.

Perché ogni città, prima di diventare elegante, è stata un cantiere oscuro.

E sotto ogni strada ordinata resta la traccia di quel primo gesto: scavare.

A presto, un altro livello più in basso.

CAPITOLO 6 – LE FONDAMENTA MEDIEVALI

Edimburgo, nel 1460, sorgeva come una spina di pietra sulla collina. Il castello dominava in cima, nero contro il cielo grigio, e tutto il resto della città sembrava una discesa inevitabile da quel punto alto: la High Street calava come un fiume duro, e ai lati, come ruscelli fangosi, si aprivano vicoli stretti che già allora chiamavano wynd e close.

Le case si arrampicavano una sull’altra per necessità, non per ambizione. Il terreno era poco, la roccia affiorava ovunque come un osso che non si lascia coprire, così gli uomini avevano deciso di salire invece di allargarsi. Legno e pietra, travi annerite dal fumo, muri che sudavano umidità anche d’estate. In alto, vicino al castello, abitavano i nobili e chi serviva la loro tavola; a metà della via i mercanti, con le botteghe aperte sulla strada; più in basso, verso Cowgate, scivolavano gli artigiani, i braccianti, quelli che non avevano nome nei registri ma solo nelle voci.

Il mercato si teneva davanti a St Giles. Là si mescolava tutto: il profumo del pane caldo con l’odore acre delle concerie, il sudore dei contadini con il vino annacquato delle taverne, il fumo della legna verde che saliva dai bracieri. Tutto era visibile. Non c’erano ancora ponti a coprire, non c’erano vaults a nascondere. Eppure, già allora, non tutti vedevano la stessa città.

Ewan lavorava la pietra. Era muratore da quando ricordava di avere mani. Suo padre lo aveva portato sui cantieri da bambino, e lui aveva imparato presto a distinguere il suono di una roccia sana da quello di una cava, il modo in cui la pala si fermava quando sotto c’era pieno e quando invece c’era vuoto. Camminava per Edimburgo guardando i muri, non le facce. Gli bastava appoggiare una mano a una casa per sapere se avrebbe retto un altro inverno.

Sapeva anche un’altra cosa: chi stava in alto veniva seppellito in chiesa, sotto lastre scolpite; chi stava in basso finiva fuori le mura, in fosse senza nome. La città, anche senza sotterranei, aveva già il suo sopra e il suo sotto.

Il processo

Quel giorno la folla si raccolse davanti a St Giles non per il mercato, ma per un processo. Lo chiamavano così, ma era più una cerimonia: la decisione era stata presa da tempo, le parole servivano solo a renderla sopportabile.

La donna stava al centro, legata a un palo piantato nel terreno spianato. La chiamavano Meg, perché un nome intero sarebbe sembrato già una difesa. Non era vecchia come nelle storie. Aveva la schiena ancora dritta, i capelli grigi mescolati al nero, le mani larghe da lavoro. Nessun segno evidente del male. Solo il corpo di chi aveva vissuto troppo a lungo nel posto sbagliato.

Non tremava. Non per coraggio, ma per stanchezza. Il freddo le era entrato nelle ossa, e la corda le segava i polsi con un dolore pratico, che lasciava poco spazio alla paura.

Il prete parlava di Satana, di donne deboli, di tentazioni. I testimoni si alternavano: latte guasto, vacche morte, sogni cattivi. Ogni storia era piccola. Insieme facevano peso. Nessuno portava prove. Portavano consenso.

Ewan era lì perché il padrone del cantiere aveva detto: “Oggi non si lavora, si impara”. Guardava la scena con le mani sporche di calce. Gli sembrava una costruzione fragile, eppure sapeva che avrebbe retto. Le cose fatte di paura durano più di quelle fatte di pietra.

Quando chiesero a Meg di parlare, la piazza si avvicinò di un passo. Non per ascoltare. Per vedere se avrebbe ceduto.

Lei alzò la testa. Non guardò il prete. Guardò la città.

«Mi accusate perché non volete guardare sotto i vostri piedi,» disse.
«Costruite sopra costruite, e quando qualcosa marcisce non lo togliete, lo coprite. Io non ho fatto nulla che non facciate tutti. Ho solo guardato dove voi non scendete.»

Indicò il suolo con il mento.

«Qui sotto ci sono case che avete dimenticato. Morti che non avete pianto. Malattie che non volete nominare. Pensate che il fuoco pulisca. Il fuoco copre soltanto più in fretta.»

Qualcuno gridò di farla tacere. Qualcun altro sputò. Una manciata di terra le colpì il petto.

Meg sorrise. Non di sfida. Di riconoscimento.

«Bruciatemi,» disse.
«Ma quello che non volete vedere resta. Scende. Si accumula. E tornerà su, non come spirito, ma come peso.»

Il fuoco partì. Prima fumo, poi lana bruciata, poi carne. Quando tutto finì, la piazza non odorava solo di cenere. C’era un sentore più sottile, che Ewan riconobbe senza sapere perché: lo stesso che saliva da certi scavi quando l’aria antica veniva liberata. Come se qualcosa, sotto, avesse ascoltato.

Scavare

Il lavoro richiamò Ewan a dimenticare, o a provarci. Dovevano costruire una casa nuova per un mercante arricchito. Il terreno era instabile. Bisognava andare più in profondità. “Fondamenta buone,” disse il capomastro.

La pala colpì un muro. Non roccia. Un resto. Una casa precedente. Più sotto, ossa mescolate, senza ordine. Non un cimitero. Uno scarto.

Il mercante guardò con fastidio.
«Copri. Io pago per una casa, non per contare i morti.»

Ewan obbedì. Ma sotto i piedi sentiva una resistenza diversa, come se la roccia non volesse chiudersi del tutto.

Tra la terra smossa brillò qualcosa. Una moneta. Pesante. Fredda. Un volto coronato quasi cancellato. Se la mise in tasca senza sapere perché.

La cavità

Prima dell’alba tornò. Aprì un varco. Scese. La lanterna rivelò una cavità viva di gocce, di roccia, di aria che si muoveva senza vento. Le pareti avevano temperature diverse, come se respirassero a un ritmo che non era umano.

La moneta gli cadde di tasca. O forse lo aspettava già lì. La raccolse. Il metallo era freddo come se avesse conservato un altro tempo.

Capì allora che sotto la città non c’era solo fondo. C’era memoria compressa.

Richiuse tutto con cura. La casa del mercante sarebbe stata stabile. La cavità avrebbe avuto il suo silenzio.

Passarono anni. La città crebbe verso l’alto, ma il peso restò sempre lo stesso. Un giorno, ormai vecchio, Ewan appoggiò la mano a un muro. Sentì una vibrazione sottile, lenta come il tempo.

Tirò fuori la moneta. Il volto era quasi sparito. Il metallo no.

«Prima dei ponti, prima dei close, prima della peste,» pensò, «c’era solo pietra. E la pietra ricorda tutto.»

Sotto i suoi piedi, la città sepolta continuava a respirare.

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Nel prossimo capitolo la città comincia a reagire.

Non con le parole, ma con i corpi, con l’aria che si fa cattiva, con la memoria che smette di restare sepolta e torna a bussare dalle crepe.

Il sottosuolo non è più solo spazio, diventa respiro, ferita, tensione.

Quando una città trattiene troppo a lungo ciò che pesa, prima o poi qualcosa cambia ritmo.

E si sente.

A presto, un passo ancora più dentro.

Le puntate precedenti:

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Sergio Batildi

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