Un libro per non dimenticare

Un libro per non dimenticare

Come ogni anno, in occasione della Giornata della Memoria, mi sento in dovere di rammentare il 27 gennaio 1945, data scelta perché proprio quel giorno l’Armata Rossa liberò i sopravvissuti del campo di concentramento di Auschwitz. E per ricordare i patimenti di quei poveri disgraziati innocenti che finirono negli inferni dei lager gestiti da carnefici, a gennaio leggo sempre uno o due libri sulla questione; di solito scritti dai sopravvissuti, ma quest’anno il Caso, che fa abbandonare in certi caffè o in mobiletti messi per le strade o nei mercati coperti, i libri che ci si è stancati di tenere nelle proprie librerie, mi ha fatto trovare ho un romanzo pubblicato nel 2016 da Newton Compton e intitolato: “La pianista di Auschwitz”. La storia è ambientata nel campo di Birkenau, uno dei tre lager che in Polonia formavano Auschwitz insieme a quello di Monowitz. L’autrice: Suzy Zail, lo scrisse dopo aver scoperto che suo papà da ragazzino era stato deportato in un campo di concentramento e che gliel’aveva sempre nascosto perché voleva dimenticare l’orrore vissuto, tanto che dopo quella terribile esperienza era emigrato in Australia, dove lei aveva poi visto la luce. L’autrice scrive che il padre, dopo aver saputo di avere una malattia incurabile, aveva deciso di liberarsi di quel fardello affinché lei potesse veramente conoscere cosa era stato l’Olocausto. Le raccontò che ai suoi tempi, nessuno si sarebbe mai veramente immaginato che le farneticazioni del Mein Kampf avrebbero potuto tradursi in realtà: quell’odio efferato per gli ebrei, il disprezzo per i disabili, per gli omosessuali, la voglia di estirpare dalla politica tutti quelli che non aderivano al nazionalsocialismo; insomma, certa gente andava spazzata via dalla faccia della terra. Il diritto di vivere e di comandare era della razza eletta, fatta da alti, belli, biondi, con gli occhi azzurri, insomma uguali a Hitler. Ma vediamo cosa ha raccontato la Zail nel romanzo. Ha immaginato una storia d’amore in nuce tra Hanna, una giovane pianista ungherese internata e Karl, il figlio dello spietato comandante del campo; il sentimento che nasce tra i due è appena palpabile perché le condizioni estreme in cui è vissuto non possono concedere altri sviluppi. E se quasi l’autrice si scusa per aver scritto un libro del genere, dal momento che non ha vissuto in prima persona quell’orrore, si giustifica dicendo che se lo ha fatto, è stato per evitare che quello che è accaduto accada di nuovo. E qui ho qualche perplessità, perché quanto sta succedendo in questi giorni nell’America trampiana, ci dice che quell’idea di suprematismo è sopravvissuta nel tempo come delle radici velenose che ora sono riuscite a uscire dal sottosuolo e a far crescere una mala pianta.

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Benotto Luciana

Laureata in Lettere Moderne, come giornalista pubblicista ho collaborato con "Tuttoturismo", "Il Giorno", "Il Giornale" e con settimanali locali. Ho pubblicato "Il Carnevale dei misteri" Ennepilibri; e per La Vita Felice i seguenti romanzi storici: "Il Duca e il Cortigiano", "A bon droit", "Sofonisba", "Sofonisba alla corte del re", "Sofonisba torna in Italia", "Folgóre da San Gimignano"

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