Caregiver familiari Il pilastro nascosto del welfare.
Caregiver familiari, il pilastro nascosto del welfare
Il riconoscimento istituzionale è un passo avanti, ma senza risorse e tutele adeguate il peso dell’assistenza continuerà a gravare sulle famiglie, soprattutto sulle donne.
In Italia il funzionamento quotidiano dell’assistenza alla non autosufficienza si regge in larga parte su un lavoro invisibile, continuo e non retribuito. È un welfare informale che supplisce alle carenze dei servizi pubblici e che permette al sistema di reggere l’urto dell’invecchiamento della popolazione. Al centro di questo meccanismo ci sono i caregiver, assistenti familiare, figure essenziali che, nella stragrande maggioranza dei casi, coincidono con una donna.
Il recente via libera del Consiglio dei Ministri a una norma dedicata ai caregiver familiari rappresenta un segnale politico importante, perché riconosce ufficialmente un ruolo che per anni è rimasto ai margini del dibattito pubblico. Tuttavia, lo stanziamento previsto – 257 milioni di euro a partire dal prossimo anno – appare largamente insufficiente se rapportato ai numeri reali e ai bisogni di chi ogni giorno si prende cura di un familiare non autosufficiente. Il rischio è che il riconoscimento resti soprattutto simbolico, senza incidere davvero sulle condizioni materiali di vita dei caregiver.
Parlare di caregiver familiari significa, di fatto, parlare soprattutto di donne. Sono mogli, figlie, nuore, sorelle che assumono il ruolo di assistenti principali all’interno della famiglia. Spesso hanno un’età compresa tra i 45 e i 60 anni, un periodo della vita in cui la cura si somma ad altri carichi: il lavoro, i figli, talvolta altri genitori anziani da seguire. In molti casi sono costrette a ridurre l’orario lavorativo o ad abbandonare del tutto l’occupazione, con conseguenze che si trascinano nel tempo in termini di reddito, autonomia economica e pensione.
Il lavoro di cura svolto dalle donne caregiver non si limita all’assistenza pratica. È un impegno totale che comprende la gestione della casa, l’organizzazione delle terapie, i rapporti con i servizi sanitari, ma anche il sostegno emotivo alla persona assistita. Una responsabilità continua, senza orari né pause, che spesso viene data per scontata perché inserita in una cultura che attribuisce alle donne una naturale predisposizione alla cura.
Questa impostazione ha un costo altissimo. Le donne caregiver sono più esposte a stress cronico, affaticamento fisico e disagio psicologico. La difficoltà di conciliare cura e lavoro, l’isolamento sociale e la mancanza di riconoscimento contribuiscono a rendere la loro condizione particolarmente fragile. Eppure, nonostante il peso che sostengono, il sistema continua a fare affidamento su di loro senza offrire tutele adeguate.
In questo contesto, una norma che riconosce i caregiver ma non prevede investimenti proporzionati rischia di perpetuare uno squilibrio già esistente. Senza risorse economiche reali, senza servizi di supporto e senza politiche che tengano conto della dimensione di genere, il carico della cura continuerà a ricadere quasi esclusivamente sulle donne, rafforzando disuguaglianze già profonde.
Prendere sul serio i caregiver familiari significa anche riconoscere che la cura non è un destino femminile, ma una responsabilità collettiva. Significa investire in sostegni concreti, garantire diritti e costruire servizi che permettano alle donne di non dover scegliere tra assistere un familiare e tutelare la propria vita, il proprio lavoro e la propria salute. Senza questo cambio di prospettiva, il riconoscimento resterà incompleto e il lavoro di cura continuerà a essere pagato, soprattutto, dalle donne.
