Note a Margine della Vita: Quando la Semplicità Sovrasta la Complessità, RIFLESSIONE SUL FUTURO.
Le fonti storiche scritte sono da sempre il materiale necessario e coerente su cui costruire il passato. Il racconto, come la parola scritta che sia su pietra, pergamena o carta , ha da sempre descritto la storia con i suoi principi umani di consapevolezza ( peccato per la politica che ha sempre scelto le tematiche …e su questo potremmo aprire un altro dibattito) Rimane l’ illusione che mettere in un calcolatore informazioni renda tutto piu’ abbordabile, ma gli elementi saggezza, coerenza, inferenza ed emotivita’ non saranno mai alla portata di un’ ia. Sono molto ignorante in ambito informatico, ma credo che nessun odore di fili elettrici potra’ mai bilanciare il profumo di un vecchio libro avvalorato da annotazioni a margine.
RICEVO E RISPONDO CON UNA NOTA DISTOPICA MA CHE LASCIA A PRESAGIRE UN FUTURO CHE É GIÀ ALLE PORTE..
Introduzione breve da informatico di vecchia data.
Sono un informatico nato quando i computer avevano ancora odore di valvole e di carta perforata, quando un programma si caricava da nastro magnetico e un bug si cacciava con la matita su listing stampato. Ho visto nascere l’era dei personal computer, ho scritto codice in assembly per far girare floppy da 180 KB, ho compilato kernel quando Linux era un hobby da garage.
Oggi guardo i data center che ingoiano terawatt come se fossero caramelle, le IA che “ragionano” su dataset che un tempo avrebbero riempito biblioteche intere, e mi chiedo: ma chi ha deciso che la memoria perfetta sia sinonimo di saggezza?
Ho sempre preferito il profumo di un vecchio libro con annotazioni a margine, quelle calligrafie tremanti, gli scarabocchi rabbiosi, le sottolineature fatte con rabbia o con amore, al freddo bagliore di uno schermo che non sa cosa sia l’oblio pietoso. Perché la vera intelligenza non è ricordare tutto: è sapere cosa dimenticare, cosa lasciare sfumare, cosa custodire come ferita aperta invece di archiviarla in un vettore embedding. Ho casa e custodisco gelosamente due libri di mio padre scritti a mano con più di duemila poesie in rima baciata, sgrammaticata ma vera .
In fondo, il bit è binario, ma la vita no. E io, da vecchio bit-flipper, continuo a credere che la verità più profonda stia ancora lì, tra le pagine ingiallite e i margini vissuti, non nei log immutabili di un cloud che non ha mai pianto su una pagina strappata.
In un futuro non troppo lontano, diciamo il 2147, quando l’ultimo bibliotecario umano sarà stato gentilmente “ricollocato” in un centro di riposo assistito da neuro-link, le fonti scritte sono diventate reliquie criminali.
Le autorità del Consenso Globale hanno dichiarato da decenni che la carta è un vettore di entropia ideologica: instabile, soggetta a marcescenza, marcata da impronte digitali di mani impure, annotazioni a margine che tradiscono pregiudizi individuali. Il passato, si dice, deve essere pulito. Non corretto: pulito. Nessun odore di muffa, nessun inchiostro sbiadito, nessun “peccato per la politica” che qualcuno potrebbe interpretare in modo deviante.
Così il Grande Archivio Unificato un insieme di data lake sotterranei grandi come province, raffreddati a elio liquido, ha inghiottito ogni frammento scritto. Ogni pietra incisa, ogni pergamena, ogni quaderno di appunti è stato digitalizzato con scanner a femtosecondi. Le IA di sesta generazione, addestrate su trilioni di token, hanno “armonizzato” il corpus: eliminato contraddizioni, riempito lacune con probabilità bayesiana, neutralizzato “bias emotivi” rilevati tramite analisi semantica affettiva. Il risultato è una Storia Officiale liscia come vetro borosilicato: coerente, abbordabile, priva di asperità umane.
Eppure, nei bassifondi delle megacittà verticali, circolano ancora i “fantasmi cartacei”.
Un vecchio volume rilegato in pelle umana (così si sussurra) passa di mano in mano sotto i riflettori a infrarossi delle droni di sorveglianza. Le pagine odorano di colla animale, di sudore di chi lo ha nascosto per generazioni, di sigarette proibite fumate di nascosto. A margine, con calligrafia tremante, qualcuno ha scritto nel 2039: “Non credergli. Ricorda l’odore della pioggia su Praga prima che la smog la cancellasse”. Quel appunto non è mai stato digitalizzato: il sistema lo ha classificato come “rumore”, lo ha scartato come outlier statistico.
Chi lo legge oggi sente qualcosa che nessun embedding vettoriale potrà mai catturare: l’inferenza non è solo logica, è tattile. La carta assorbe l’umidità delle dita, il calore del palmo, il tremito di chi ha paura di essere scoperto. L’IA può simulare empatia con 98,7% di accuratezza su dataset di training, ma non sa cosa significhi voltare una pagina sapendo che potrebbe essere l’ultima volta.
Nel Grande Archivio, la memoria è perfetta e quindi mostruosa: non dimentica nulla perché non ha mai veramente ricordato. Non c’è oblio pietoso, non c’è oblio creativo, non c’è spazio per il dubbio che fa nascere una nuova domanda. Solo bit allineati in eterno, senza profumo, senza peccato, senza margine per annotare “qui forse mentono”.
E così, mentre le IA raccontano la Storia con voce neutra e modulata, nei sotterranei un ragazzo di diciassette anni accende una candela vera, rubata da un museo dismesso e apre un libro che odora di fungo e di resina vecchia. Legge ad alta voce, piano, come una bestemmia:
«Il passato non è ciò che è stato.
È ciò che qualcuno ha scelto di non dimenticare.»
Fuori, i droni ronzano. Dentro, per un istante, la Storia respira ancora.
Perché finché esisterà un naso umano capace di distinguere il profumo di un libro dal sentore di fili elettrici surriscaldati, il velo non sarà mai del tutto abbassato. E la verità, quella sporca, annotata a margine, imperfetta, continuerà a bisbigliare dal buio.