Penelope e la favoletta della fedeltà femminile, di Mauro Montanari.
(Entra nel territorio sessuale altrui e morirai!)
Lo dico subito: chi si aspetta di sentire da me della fedeltà femminile a proposito di Penelope, si sbaglia di grosso. Deluderò molta gente, ma qui noi parliamo delle cose come sono, non delle cose come ci piacciono. E partiamo col racconto, contenuto, come è noto, nel poema omerico Odissea, che i più fortunati di noi hanno letto a scuola.
Penelope, figlia della Ninfa Policaste e del re dell’Attica Ilario, si innamora del giovane re di Itaca, Odisseo, da noi Ulisse. Costui però preferirebbe la cugina di lei, Elena, la stessa che causerà più tardi la guerra di Troia, perché più giovane e presumibilmente anche più bella. Ma Penelope, peraltro bellissima anche lei, ha temperamento più mediterraneo e, quando decide che un uomo è suo, è suo! Si mette d’accordo con suo padre Ilario per offrirgli una dote più cospicua in cambio del matrimonio, ed ottiene ciò che vuole.
I due sposi si ritirano ad Itaca e Penelope partorisce un figlio, Telemaco. A quel punto, però, la dabbenaggine della cugina Elena provoca la guerra di Troia e tutti gli uomini validi devono partire, compreso naturalmente Ulisse. La guerra dura dieci anni e Ulisse ce ne mette altri dieci per trovare la strada di casa. Durante i quali incontra donne bellissime come la maga Circe o la ninfa tunisina Didone, con le quali ha un appagante, piacevolissimo e policromo sesso nel corso di mesi di soggiorno. Naturalmente, sia detto a sua discolpa, si tratta di sesso fatto come in un sogno, o in un incantesimo. Oggi diremmo che era sesso a sua insaputa.
Intanto Penelope aspetta e cresce suo figlio. Ma ecco che un gruppo di maschi, i Proci (che in italiano ha una curiosa affinità fonica con porci); i Proci, dicevo, iniziano a notare la avvenente regina sola e la corteggiano, dando per scontata la morte di Ulisse. Penelope li scoraggia, ma quelli si fanno sempre più avanti. Allora lei inventa lo stratagemma della tela. Racconta, cioè, che, sì, sceglierà uno di loro come nuovo re, ma soltanto dopo che avrà finito di tessere il lenzuolo funebre del padre di Ulisse, Laerte. Solo che mentre di giorno lo tesse, di notte lo disfa, e così guadagna tempo. Infine Ulisse torna e si libera dei Proci.
Ora, Penelope è stata presa nella storia a modello della dedizione e della abnegazione femminili. Questo ci hanno detto a scuola, e questo raccontano alcuni psicologi anche illustri, come ad esempio Gema Sánchez Cuevas, che cito: “La funzione della epopea di Penelope, tra le altre, è quella di presentare ai popoli dei modelli da imitare”!
Ma no, cara collega, ma ci credi davvero? Voglio dire: qualcuno crede davvero che il mito di Penelope sia una sorta di pedagogia familiare per i millenni a venire? Cioè un modello di fedeltà coniugale per signore perbene con posto fisso in chiesa e al cimitero? E ciò fino al 19.mo secolo, cioè fino all’avvento del femminismo? Da farsela sotto dal ridere, con tutto il dovuto rispetto!
Il mito non presenta mai modelli per il futuro. Ci racconta del passato, non fa pedagogia. Se vogliamo davvero una pedagogia familiare, dobbiamo farcela da noi, con i mezzi nostri, non aspettarcela dai miti.
Ma allora, chi è davvero Penelope e cosa vuole dirci? Per capirlo, dobbiamo parlare un attimo, appunto, del mito e dell’archetipo. Lo faccio con un esempio breve. Noi facciamo un sogno, che è costruito con immagini, ora forti, ora deboli, accompagnate da sentimenti, come la paura, l’angoscia, la felicità, l’erotismo, ora forti, ora deboli. Il tutto in un guazzabuglio senza capo né coda. Ora, il sogno, non sappiamo perché, ci è piaciuto e lo vogliamo raccontare ad un amico. Per farlo però dobbiamo dargli una struttura, costruire una storia che magari nel sogno era appena accennata. E poi, certe cose le vogliamo raccontare, altre no. Certe emozioni non passano, quindi le eliminiamo. Alla fine salta fuori un bel racconto che può piacere anche al nostro amico. Bene, il sogno è l’archetipo, il racconto del sogno è il mito.
Detta così è un po’ grossa. Neanche Carl Gustav Jung sarebbe d’accordo. Ma qui ce ne freghiamo e tiriamo dritto. Dunque, allora, cos’è di preciso l’archetipo? Le interpretazioni sono molte; tra le tante, anch’io dò la mia. Per me l’archetipo è semplicemente l’insieme dei comportamenti e delle emozioni che i nostri antenati ominidi hanno sviluppato nel corso di otto milioni di anni di evoluzione e che sono rimasti sotto traccia nel nostro inconscio; ma egualmente tanto potenti da determinare molte delle nostre malattie, molte delle nostre ansie e paure, ma anche il fulcro della nostra felicità. Il mito è, diciamo così, la loro versione poetica. Quindi, se vogliamo capire un mito, come quello di Penelope, dobbiamo andare al suo archetipo.
Allora facciamoci un film. Penelope è una giovane ed avvenente femmina che vive in un gruppo brado di ominidi. Dopo avere superato la concorrenza di altre femmine (Elena), è riuscita a farsi ingravidare da un maschio alfa (Ulisse), il quale poi se n’è andato per i fatti suoi, come sempre fanno i maschi alfa. Perché Penelope ha cercato un maschio alfa? Per avere una migliore qualità genetica nei suoi figli, in modo che aumentino le loro possibilità di sopravvivenza. Del resto, fanno così tutte le femmine dei mammiferi, non solo lei.
Però, una volta rimasta sola, Penelope è stata notata da altri maschi di seconda scelta (maschi beta), ma non per questo meno violenti (i Proci). Per costoro, però, il problema è il figlio (Telemaco). Lasciarlo vivo significherebbe avere un potenziale pericoloso concorrente nel territorio attorno alla femmina. Quindi decidono di ucciderlo, come fanno del resto i mammiferi maschi quando un altro maschio è presente nel loro territorio. Lo schema ci è noto, perché viene ripetuto in molta letteratura moderna, basti pensare a Shakespeare. Il giovane ambizioso sposa la più anziana regina, vedova con prole, ma subito dopo il matrimonio pensa a come uccidere i figli di lei per non avere altri pretendenti al trono oltre la sua propria linea di discendenza.
Penelope lo sa, quindi, per salvare Telemaco, prende tempo. Non può usare la forza, perché la sua massa muscolare è geneticamente meno robusta di quella dei maschi. Quindi usa l’astuzia. Li inganna mettendoli gli uni contro gli altri con storie false. Il tempo è l’unica cosa che può guadagnare. La vicenda di Penelope è tutta qui.
Ma allora che c’entra la tela? O meglio, cosa c’è in quella tela che spaventa i Proci, tanto da tenerli lontani da un femmina sola?
Prima di rispondere, cominciamo a vedere quanto ne dice la psicologia. Secondo il celebre Complesso di Penelope, la tela sarebbe simbolo della malinconia che subentra nello stato di vedovanza in donne di età avanzata. Cito: “Nel gesto del disfare la tela, Penelope esprime la sua contrarietà ad accettare l’idea della scomparsa del compagno”. Non so, ma a me questa sembra una cosa attaccata lì con lo scotch. Che c’entra Penelope? Si tratta di malinconia con accenni di depressione dovuti allo stato di solitudine. In questi casi, è meglio Tinder che uno psicofarmaco. Ma Penelope e la sua tela c’entrano niente.
In campo neofreudiano prevale la tesi che il tessere la tela di giorno e il disfarla la notte richiami simbolicamente il gesto ritmico della masturbazione, dovuta, anch’essa, alla solitudine. Vabbè, mi sembrano cose che stanno in piedi a malapena.
Per me vale più il fatto che la tela sia il sudario destinato al padre di Ulisse, Laerte. In questo modo, la tela rientra in un’altra dimensione simbolica, che è quella della morte dell’Eroe. La tela è l’ombra della dinastia di Laerte sul territorio, attraverso Ulisse fino a Telemaco e, allo stesso tempo, un avvertimento di morte per chi vuole entrarci. Penelope si fa custode della dinastia, vestale del territorio e maga che agisce sotto la diretta protezione dei Morti. La sua tela è una minaccia superiore, ma anche un monito perenne, perché viene tessuta sempre, ogni giorno, senza posa.
Il monito e la profezia delle streghe di Macbeth, per tornare a Shakespeare, non sono molto diversi: entra nel territorio sessuale altrui e vi morirai!
Mauro Montanari Ph. D.
Post Scriptum. La questione del maschio alfa è trattata più compiutamente nel mio post: “Qui parlerò dell’amante e del guerriero”.