L’Ombra di Medea: Cosa Spinge una Madre a Spezzare il Legame Sacro
La Statistica del Dolore: Quando l’Omicidio è Materno
L’analisi statistica sul figlicidio sebbene complessa e non sempre aggiornatissima in Italia dipinge un quadro parziale ma significativo del fenomeno. Secondo i dati EURES (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) e altre indagini criminologiche il figlicidio rappresenta una delle forme più frequenti di omicidio intrafamiliare sebbene in termini assoluti i casi siano diminuiti negli ultimi decenni.
Un dato cruciale è la differenza di genere nell’atto: le madri tendono a commettere figlicidio o infanticidio nei primi mesi o nel primo anno di vita del bambino con picchi nel primo giorno dal parto quando è presente un alto livello di alterazione psicologica come nel caso del neonaticidio o della psicosi puerperale. I padri invece uccidono più frequentemente il figlio in età più avanzata.

Per quanto riguarda la condizione mentale degli autori le statistiche internazionali indicano che quando si tratta di madri figlicide la percentuale di proscioglimenti per infermità mentale (incapacità di intendere e volere) sale drasticamente. Se in generale la insanity defense viene invocata con successo in un caso su mille, nel caso delle madri figlicide la percentuale di proscioglimenti o la constatazione di un vizio di mente parziale o totale arriva a superare il 65% dei casi esaminati. Questo dato supporta la tesi che l’atto è spesso l’esito di una grave patologia psichiatrica come la depressione psicotica i disturbi di personalità o la psicosi post partum e non di una deliberata e razionale volontà criminale. In Italia fra le vittime di omicidio in famiglia negli anni recenti i bambini entro l’anno di età sono una percentuale piccola ma significativa evidenziando come l’età più vulnerabile sia quella del neonato.
Il figlicidio materno l’uccisione del proprio figlio da parte della madre rappresenta l’atto criminale più difficile da concepire per la coscienza collettiva. Infrangendo il tabù sacro della genitorialità esso evoca un orrore primordiale che la psichiatria e la psicologia forense cercano di decifrare attraverso categorie e profili clinici ben distinti. Non esiste una singola “madre assassina” ma una complessa costellazione di patologie e dinamiche sociali che portano all’episodio estremo. Gli esperti sottolineano che nel 76% dei casi le madri che commettono figlicidio sono giudicate non in grado di intendere e di volere per un vizio di salute mentale e questo dato sposta il focus dalla pura malvagità alla malattia. La sfida è comprendere come l’istinto di protezione possa contorcersi fino a diventare impulso distruttivo.
Le Radici della Follia e della Vendetta
La letteratura psicologica e criminologica identifica principalmente tre tipologie di figlicidio materno la cui motivazione è spesso legata a un profondo scompenso emotivo o a un disturbo psichiatrico conclamato. Il primo e più noto è il cosiddetto “Suicidio allargato” o “Omicidio altruistico”. In questi casi la madre spesso affetta da una grave depressione maggiore o da psicosi non vede alcuna speranza nel futuro e uccide il figlio per “pietà” per sottrarlo a una vita percepita come insopportabile e piena di sofferenze. La madre si considera la salvatrice colei che per un distorto atto d’amore libera il bambino da un destino di dolore. È un gesto che quasi sempre precede o è accompagnato dal tentativo di suicidio della stessa genitrice. La seconda categoria è la “Sindrome di Medea” o figlicidio vendicativo. In questa dinamica il bambino non è l’obiettivo finale ma lo strumento per infliggere la massima sofferenza al partner o al coniuge dal quale la donna si sta separando o sente di essere stata tradita o abbandonata. L’omicidio del figlio diventa una ritorsione un gesto estremo di rivalsa e rabbia impotente. Infine vi sono i casi legati alla Psicosi o Depressione Post Partum dove la madre agisce in preda a deliri e allucinazioni che possono includere voci imperative che le ordinano di far del male al bambino percepito come demoniaco o estraneo. Queste madri agiscono in uno stato di alterazione mentale che compromette totalmente la loro capacità di relazionarsi con la realtà e con la prole.
Trauma Silenzioso e Contesto Sociale
L’atto di uccidere un figlio raramente nasce dal nulla è spesso l’epilogo tragico di una storia di fragilità estrema e isolamento. Molte madri figlicide presentano una storia personale di traumi infantili come abusi fisici o sessuali negligenza o perdita precoce della figura materna. Questo ciclo intergenerazionale di abusi crea una personalità vulnerabile e priva di meccanismi di coping efficaci. Fattori situazionali come una gravidanza non pianificata celata la povertà l’isolamento sociale e la mancanza di supporto affettivo soprattutto da parte del partner sono tutti elementi che agiscono da detonatore. Le madri che maltrattano o che agiscono impulsivamente con esito fatale spesso non soffrono di una patologia mentale pura ma sono caratterizzate da un’incapacità di gestire la frustrazione il pianto del bambino viene percepito come un attacco un’irritazione intollerabile e l’assenza di empatia scatenata dalla fatica e dalla solitudine porta alla perdita di controllo. Come scrisse il drammaturgo Bertolt Brecht nella sua poesia Dell’infanticida Maria Farrar che tocca proprio il tema della madre che uccide: “Voi di grazia non vogliate sdegnarvi: ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”. Questa citazione mette in luce la necessità di non esprimere solo sdegno ma di riconoscere il fallimento del supporto sociale e la disperata richiesta d’aiuto dietro l’atto più disumano.
Prevenzione e la Crisi della Maternità Ideale
La società impone l’immagine di una “maternità ideale” che non tollera momenti bui frustrazione o rabbia verso il neonato. Questa pressione porta le madri vulnerabili a nascondere i propri sintomi depressivi o psicotici negando la richiesta di aiuto per paura del giudizio o del fallimento. Per gli psicologi l’unico modo per prevenire questi drammi è garantire un sistema di screening e supporto perinatale efficace in grado di individuare precocemente i disturbi psichiatrici e i fattori di vulnerabilità. Offrire assistenza psicologica e sociale continuativa alle neo-mamme a rischio è l’intervento più urgente. L’atto criminale della madre che uccide il proprio figlio pur essendo disumano esprime in maniera drammatica e terribile una richiesta d’aiuto disperata. Come ha affermato in una sua analisi Ugo Fornari psichiatra e criminologo di fama “La follia non è una spiegazione è una constatazione. Dobbiamo capire l’individuo non il mostro”. È un monito per la società e le istituzioni a non limitarsi alla condanna morale ma ad affrontare la salute mentale e il sostegno alla genitorialità come una questione di salute pubblica. La protezione dei minori passa inevitabilmente attraverso la protezione e la cura della loro madre.