A Torino l’arte di Lee Miller. Tra visione onirica, fotografia artistica e reportage
Al Centro Camera di Torino la mostra “Lee Miller Opere 1930-1955” e “Abitare l’immagine” di Christian Chironi presso la Project Room
Dal primo ottobre 2025 al primo febbraio 2026 al Centro Camera per la fotografia di Torino la nuova mostra curata da Walter Guadagnini e dedicata a Lee Miller (1907-1977) modella, fotografa e giornalista.
Una mostra che propone un panorama completo della vita e dell’arte di una protagonista del movimento surrealista e della cultura europea, che tra le primissime ha saputo unire il linguaggio della fotografia artistica con quello del reportage.
In mostra oltre 160 immagini tutte provenienti dai Lee Miller Archives, molte delle quali pressoché inedite, per una chiave di lettura sia pubblica che intima del suo lavoro e della sua straordinaria personalità.
L’esposizione dà inoltre il via ai festeggiamenti per i 10 anni del Centro Camera, che proporrà un programma ampio e articolato dedicato al mondo della fotografia nelle sue infinite sfaccettature.
Il percorso espositivo si concentra sull’attività della fotografata tra gli anni Trenta e Cinquanta, documentando il suo ruolo di ponte tra gli Stati Uniti, l’Europa e l’Africa, dove visse esperienze fondamentali per la sua arte.

Lee Miller, che ha iniziato a lavorare come modella ed è arrivata a Parigi a 22 anni con l’obbiettivo di diventare una fotografa, fu protagonista del movimento surrealista, collaborando con Man Ray e contribuendo alla scoperta della solarizzazione. Fu vicina a figure come Pablo Picasso, Max Ernst, Paul Éluard, e realizzò immagini emblematiche sia artistiche che documentaristiche.
Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, lavorò per Vogue testimoniando il conflitto con fotografie drammatiche dei campi di concentramento e della caduta del regime nazista. Dopo la guerra si ritirò nella campagna inglese, ma il suo spirito creativo continuò a emergere anche nella vita privata.
La mostra, arricchita da riviste d’epoca e materiali d’archivio, racconta la curiosità inesauribile di una delle più grandi fotografe del XX secolo.
La prima sala è dedicata ai ritratti di Lee Miller, una modella che sa trasformarsi in fotografa e viceversa, in un continuo scambio di ruoli davanti e dietro l’obbiettivo.

Siamo a pochi anni dal primo autoritratto di nudo opera di Katharina Eleonor Behrend (1908) e nelle immagini di Lee Miller troviamo autoritratti di nudo più “tradizionali” e altri che la vedono giocare con il suo corpo in ritratti ambientati. Molte fotografie sono opera dell’amico David Sherman, tra le quali i suggestivi nudi ambientati di “Lee Miller in mimetica” e quello nel bagno di Hitler, un’immagine altamente evocativa e legata a doppio filo alla sua attività come corrispondente di guerra. Per Lee Miller il corpo diventa l’oggetto privilegiato della ricerca surrealista, attraverso un linguaggio onirico nel quale si intrecciano sensualità, enigma, mistero, un metodo per indagare gli aspetti non visibili della realtà.
La seconda sala è dedicata infatti al rapporto di Lee Miller con il surrealismo, movimento artistico del quale è stata una rappresentante significativa. Attraverso immagini che grazie alla composizione, al punto di ripresa, al gioco delle ombre e delle luci trasformano la banalità della realtà in sorprendenti apparizioni, l’artista porta avanti la sua ricerca sull’identità e il simbolismo insito nell’oggetto quotidiano e nei corpi.

Particolari architettonici che diventano forme misteriose, nudi ripresi da punti di vista inusuali, le gabbie vuote degli uccelli, la macchia di catrame che si avvicina misteriosamente a una scarpa.
La terza sezione è dedicata ai ritratti degli amici, per i surrealisti lo svago e il sonno erano i momenti migliori per la creazione. In quest’area della mostra troviamo i ritratti Max Ernst con Leonora Carrington, Man Ray, Paul e Nusch Eluard, la stessa Lee Miller, una rivisitazione del noto quadro di Edouard Manet “Le déjeuner sur l’herbe”.
Molte immagini sono state scattate da Robert Penrose, amico e poi compagno per un periodo dell’artista.
Le due sezioni dedicate al periodo della Seconda guerra mondiale sono caratterizzate da un approccio molto personale che mette insieme la necessità documentaristica del fotogiornalismo di guerra con la sua vena surrealista.

E così troviamo le macerie che escono da una chiesa bombardata, le modelle con la maschera antigas, le sculture semidistrutte, le modelle “in pausa” sdraiate a terra come se fossero vittime del bombardamento, l’artista riesce a rendere l’orrore e l’assurdità del conflitto attraverso immagini stranianti tipiche del suo sguardo surrealista, molto diverse dalla tradizionale fotografia di reportage.
Le immagini più forti sono quelle realizzate nei campi di concentramento e nelle case dei gerarchi nazisti morti suicidi con le loro famiglie, nelle quali si avverte un gusto quasi teatrale nello scatto, pubblicate in articoli firmati dalla stessa Lee Miller che condannavano non solo il regime, ma anche l’inerzia del popolo tedesco.

Nello stesso periodo l’artista firma anche servizi di moda più tradizionali, come a sottolineare il bisogno di normalità che permeava la società anche durante la guerra.
Nel dopoguerra si allontana progressivamente dalla fotografia come professione, l’ultima sala documenta questa fase composta soprattutto da ritratti di amici e altri artisti.
La mostra racconta come Lee Miller, in soli 25 anni di attività (1930-1955) sia riuscita ad attraversare l’arte, la moda, il reportage con uno sguardo unico e personalissimo.
“Lee Miller Opere 1930-1955” resterà aperta fino al 1° febbraio 2026 presso il Centro Camera di Via delle Rosine da martedì a domenica 11-19.

Presso la Project Room è inoltre visitabile la mostra personale dell’artista sardo Christian Chironi “Abitare l’immagine” dedicata alla lettura del rapporto tra fotografia e performance.
Fonte immagini: Fotografie di Lee Miller cartella stampa.© Lee Miller Archives, immagini dell’allestimento dell’articolo
Andrea Macciò