Poesie di Robert Shkurti

Poesie di Robert Shkurti

Robert Shkurti è nato a Durazzo, in Albania, nel 1962 e risiede a Reggio Emilia dal 1997, insieme alla sua famiglia. Il suo esordio letterario risale al 2010 con la pubblicazione del volume Sotto il cielo delle aquile (Albatros Il Filo), una raccolta di racconti ambientati nell’Albania pre- e post-comunista, successivamente ripubblicata dalla casa editrice Besa Muci (Lecce).
Ha pubblicato in lingua italiana due romanzi, Tra due epoche e Suhareka, e nel 2024 una raccolta di racconti intitolata Follia d’amore (Book Sprint Edizioni), che esplora passioni travolgenti e destini incrociati.
La sua più recente pubblicazione è una raccolta poetica bilingue, in italiano e inglese, dal titolo Longing for the Sea – Nostalgia del mare, tradotta a cura dell’Istituto di Alti Studi Linguistici Carlo Bo di Bologna e pubblicata nella collana “Altre Frontiere”.
In Albania, Shkurti è autore affermato, con all’attivo sei romanzi e quattro raccolte poetiche, due delle quali composte da poesie Haiku. Due dei suoi volumi di poesia sono stati tradotti anche in lingua romena.



Cara

Cara, portami un po’ di fuoco per riscaldare la mia gelida anima.
Lo voglio dalle tue mani. Raccogli un po’ di brace accesa!
A te forse ti brucia, ma io anche se la inghiotto
una dopo l’altra, non so se mi riscalderà mai.
Cara, portami un po’ d’acqua da bere! Portamela con i pugni!
Per togliere la sete di queste labbra secche.
Anche se fosse l’acqua del mare, portamela ugualmente!
Non fa niente, cara.
Anche se aumenterà la mia sete.
Forse il sale rimane sulle tue labbra e allora
sentirai la sete che causa l’amore non coltivato,
sulle labbra screpolate come terra del deserto.
Cara, portami un po’ di crosta di pane da riempire
la pancia vuota che non è mai stata riempita
con il pane dell’amore.
Ero affamato come il ventre di un vagabondo,
per le strade del mondo.
Cara, portami un po’ di nostalgia di lontananza,
per guarire il dolore del cuore e dell’anima.
Portala tramite qualche creatura alata!
Portamela con una lettera scritta in lacrime,
intrisa nei pozzi cocenti!
Cara, portami un po’ di luna per farmi dormire
nelle notti insonni in cui mi hai piantato nel mio spazio sognante.
Rendi ipnotico l’argento di luna.
E infine, cara, portami un pò di profumo di mare,
come un venticello caldo per asciugare le mie pupille,
che scorrono come una cascata in ogni stagione.
Portami, cara, portami!



LA CITTA’ IN CUI VIVO

Oltrepassai il mare con la valigia dell’immigrato
Il dolore della città soffocata al suo interno,
la nostalgia marina.
Nel grembo di mia moglie, un erede.
Sulle mie spalle, le due principesse.
Io, un vecchio albero cadente, senza più radici,
m’incamminai lungo un sentiero accogliente.
Nutrì i miei rami con il sale marino e
con i mattoni della vita, ricostruì il mio castello.
Ti ringrazio mia cara Reggio, ora sei la mia città.
Respiro la tua alba, il tramonto del tuo sole.
La tua nebbia è la brezza dell’Adriatico
dalle onde schiumose, candide come la tua neve.
Sono sincero, non posso scordare.
la nostalgia dei gabbiani, del mare agitato.
Adesso, sono un uomo con due Amori nel cuore
la mia dolce Durazzo
e tu, Reggio prosperosa.


LO SAI?

Lo sai cara,
nella nostra città antica
se scavi fin sotto alla pelle
troverai anfore, mosaici,
tombe di Dee, colonne,
archi, pozzi e catacombe
che gli antenati di Dyrrachium,
Epidamno e Teuta
ci hanno lasciato come eredità.
Se tu scavi dentro di me
troverai solamente te!


LA BARCA PERDUTA


Di ritorno dal mare, una notte
legai la barca al molo.
Un nodo a forma di cuore
affinché potesse galleggiare.

Una colomba mi seguì
e fidandomi, le dissi:
veglia sulla mia barca, domani verrai con me
in viaggio, tra le onde dell’amore.

Di notte, il temporale
risvegliò il mare.
All’alba non c’erano più,
né colomba, né barca.
Il nodo s’era sciolto
e la colomba, forse morta
o rifugiata tra le vele di un’altra barca…

Provai dolore per la barca perduta
costruita con le ossa della mia anima.
Non potevo restare senza navigare.
Dolorante, iniziai a costruire
una nuova barca.


CALORE MATERNO

L’inverno ha risvegliato la nostalgia della città natale
in questa casa semplice ed indimenticabile.
La stessa di quegli anni trascorsi,
con tante cose ormai cambiate.
Muri silenti, porte congelate
finestre senza occhi, non le avevo mai viste
Su di me veglia un cielo plumbeo
che veste l’aria di grigio.
Stranamente mi è sembrata fredda, gelida
luccicanti saette, tuoni che si rincorrono
funi d’acqua appese alle nubi,
grondaie piene negli angoli gemevano.
Di colpo andò via la luce. Buio.
Stavo impazzendo. Non ricordavo.
Davvero continuano a staccarla?
Chiesi turbato a me stesso.
Tornai in me, quando vidi mia madre
sola, ad aspettarmi.
Eh, feci un cenno di saluto e pensai:
almeno c’è il suo viso a scaldare questa casa!
Mentre abbracciandomi mi baciava
colmandomi con il suo calore materno,
un fuoco magico sì accese
in quella fredda casa abbandonata.                                          

 


PIOGGIA DI DOLORE

Oggi piove, piove tanto
Dai cornicioni cola il dolore
che si svuota lamentosamente,
goccia dopo goccia.

Dentro di me il rumore del cornicioni.
Non so cosa vogliono svuotare.
Forse qualche ostaggio rimasto
ai tempi nuvolosi nel primo autunno.

Non lo so!
Così mi succede quando piove.
Il dolore si allarga e si insinua nelle ossa.
E’ strano! Il cuore non ha le ossa, – dico tra me.
Forse, si ammala di reumatismi 
quando stavo venendo da te.
Per sfortuna, quel giorno pioveva!


PROTEGGO

Che cos’è l’amore direte voi?
Direi un castello elevato da due candide anime
numerosi gli elementi per poterlo innalzare.
Esso vuole forti pietre, una sabbia dolce, ferri,
sassolini splendidi come diamanti, lastre levigate,
assi resistenti, soffici chiodi, pura acqua corrente
mescolata ad umide piante, profumati fiori freschi,
raccolti in prati innocenti.
Va protetto dai terremoti.
perchè non tremi, perchè non dondoli.
Avete mai avuto le ginocchia tremolanti?
Per questo vuole pietre massicce,
per non tremare come i ponti dopo un tsunami.
E i ferri a cosa servono?
Avete mai sentito il cuore battere all’impazzata?
Come a voler volare via da quella gabbia d’ossa.
Ecco a cosa servono i ferri,
ad incatenarlo legandolo alla carne
per non lasciarlo migrare verso mari mossi.
E le fradice mani?
Come se avesse strizzato nuvole
e le ininterrotte piogge del cuore.
Per questo le lastre levigate lasciano scorrere l’acqua,
perchè non spenga l’ardore dell’anima.
Avete notato gli occhi
illuminarsi come tuoni bel cielo crepato?
Un castello avvolto dalle tempeste
come frecce conficcate nel soffice cuore.
E la gola secca?
Come trovarsi in un deserto e d’improvviso
appare l’oasi desiderata.
E le mute parole?
Come stare al patibolo
e sentire la corda solleticarci la gola.
Direte:
Ecco, lo hai costruito. E poi?
Come proteggere il castello dagli eventi atmosferici?
Un segreto esiste. Va protetto, altrimenti cade.
E se cade, ci rimani dentro, incastrato.
Non c’è scampo. Serve un riparo.
Così cado anch’io.
Ripulisco l’acqua con la medicina del cuore.
leggo i sassi con il miele degli sciami.
Fisso i ferri con lacrime di nostalgia.
Ricamo le ossa del petto come fili di un telaio.
Fumano gli oscuri camini dei litigi,
le ceneri del tempo trasformate in fiamme di fuoco
che bruciano i cuori malinconici.
Circondo il castello di piante sempreverdi,
dove crescono i fiori di bontà.
Indossa il mio animo, una seta silenziosa,
proteggendo il mio castello.






                                                           
Follia d’amore
   Alla chiamata arrivata dall’ufficio postale del paese, rispose il centralinista del comando militare dell’isola.
   «Pronto! Qui è il reparto militare che parla.»
   «Pronto!» si udì la voce di una dolce ragazza. «Voglio parlare con il soldato Pietro. Sono la sua fidanzata.»
   «Il soldato Pietro è in servizio. Finirà tra mezz’ora. Lo informerò della sua chiamata. Richiami di nuovo» disse il centralinista e riattaccò.
Non appena Pietro lasciò il servizio, il centralinista gli comunicò, attraverso un altro soldato, che si presentasse immediatamente al comando militare, perché aveva notizie molto importanti per lui. Al soldato non disse di cosa si trattasse.
Pietro giunse correndo.
   «Qual è il problema?! Cosa è successo?» chiese con un sospiro preoccupato.
   «Ha chiamato la tua fidanzata e mi ha detto…» iniziò a spiegare il centralinista, ma Pietro lo interruppe tempestandolo di domande.
   «Quando? Da dove ha chiamato? Cosa ha detto? Mi chiamerà di nuovo?»
   «Ha chiamato dalla città. Chiamerà fra poco. Adesso siediti qui con me e aspetta» gli disse il centralinista per calmarlo.
   Passarono i minuti. Pietro era in ansia, non vedeva l’ora. Fissava il telefono e aspettava con impazienza che squillasse. Quando squillò, non aspettò che l’operatore rispondesse, ma si buttò sull’apparecchio come un gatto affamato si butta verso un topo. Lo afferrò immediatamente e rispose.
   «Pronto, sono Pietro!»
   Non aspettò la risposta, ma continuò con una serie di domande.
   «Maria, sei tu? Dove sei? Da dove stai parlando? Quando sei arrivata? Con chi sei? Sei da sola?»
   «Sì, Pietro, sono io, Maria. Sono venuta da sola. Parlo dall’ufficio postale della città. Un’operatrice mi ha aiutata a mettermi in contatto con te. Sono venuta a trovarti. Volevo venire al reparto, ma non mi è stato permesso salire a bordo della piccola nave che arrivava all’isola. Puoi venire a trovarmi? Mi manchi così tanto, Pietro. È un anno che non ti vedo.»
   «Sì Maria, verrò! Te lo prometto. Vivo o morto verrò. Aspettami nel grande giardino della città. Non so quando verrò, ma tu aspettami, amore mio. Ti amo tanto! Ti bacio forte, Maria mia» le disse Pietro e baciò il ricevitore, trasmettendo attraverso il telefono il dolce suono del bacio.
   «Ti amo anch’io, Pietro. Ti aspetterò sicuramente.»
Pietro era del Nord dell’Albania. Il destino gli aveva assegnato il servizio militare nel sudovest del Paese, sull’isola. La distanza dalla sua città natale alla città dell’isola era di quasi duecento chilometri. Dal giorno in cui indossò l’uniforme militare nel 1974, non aveva mai lasciato il reparto.
   Pietro e Maria si erano innamorati fin da piccoli, sui banchi di scuola. Si erano promessi lealtà l’uno all’altro. In seguito, nel corso degli anni, informarono le proprie famiglie e si fidanzarono.
   La partenza di Pietro per il servizio militare obbligatorio fu un duro colpo per Maria, abituata ad avere sempre accanto l’uomo del suo cuore. La stessa cosa successe a Pietro. Maria gli mancava moltissimo su quella piccola isola circondata dalle acque blu dell’Adriatico. Pensava alla sua amata in ogni istante. Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno. Era trascorso un anno dall’ultima volta che l’aveva vista. Passava i giorni tristi del servizio militare tessendo sogni per lei. Quando pensava alla sua Maria, dimenticava tutto. Lei era il sole che lo riscaldava nel freddo inverno dell’isola; era il vento caldo che gli accarezzava il viso morbido e fresco come un fiore. Più volte aveva chiesto al comandante del reparto qualche giorno di licenza. Aveva supplicato di poter andare a casa per vedere la sua ragazza, perché gli mancava, ma il comandante non gli aveva dato il permesso, dicendo che il reparto era costantemente in allerta. Dopo diverse richieste ci aveva rinunciato. Avrebbe aspettato il solito permesso per tornare a casa e trovare la sua ragazza, la quale le mancava tanto.
   Tuttavia, l’arrivo di Maria lo costrinse a infrangere la promessa che aveva fatto a sé stesso. Si recò immediatamente nell’ufficio del comandante e chiese un giorno di licenza, ma la risposta fu un “no” secco. Disperato, se ne andò e cominciò a scervellarsi per trovare una soluzione. La nave che riforniva di cibo il reparto era partita la mattina. Sarebbe tornata il giorno dopo. Lui non poteva aspettare. Non vedeva l’ora di andare in città. Andò dal centralinista che era un suo amico e lo pregò di coprirlo per qualche ora.
   «Andrò in città» disse.
   Il centralinista sembrò sorpreso.
   «Non c’è nessuna nave che va là, come farai ad andare?»
chiese il centralinista.
   «Nuotando» rispose Pietro.
   «Sei pazzo?» disse il centralista.
   «Se ti chiedono dove sono, di’ che non sai niente. Se non torno entro domani sera, sappi che sarò annegato nel fondo del mare. Sono nelle tue mani, nella tua fede.»
   «Non preoccuparti!» rispose il centralista e giurò che non avrebbe aperto bocca.
   Pietro andò all’officina meccanica del reparto e chiese del grasso con il pretesto di pulire il fucile.
   «Dammi tutta la scatola e te la restituirò quando avrò finito» disse al militare incaricato, il quale, per fortuna di Pietro, non indagò ulteriormente, come accadeva di solito. Si recò di nascosto in riva al mare, lontano dalla vista delle guardie e dove nessuno poteva vederlo. Si spogliò e cominciò a lubrificarsi di grasso, consumando tutta la scatola. Se ne avesse avuta un’altra, probabilmente avrebbe utilizzato anche quella. Mise i vestiti in una borsa, la legò strettamente per impedire all’acqua di entrare e se la legò sulla schiena. Mise anche un asciugamano nella borsa, perché gli sarebbe servito per asciugarsi quando fosse uscito dall’acqua dall’altra parte.“Potrò uscirne vivo?” si chiese. Pensò ai suoi amati genitori, alla sorella, al fratello che gli mancavano. Poi pensò alla sua amata Maria. Stava facendo questa follia per lei. Non aveva mai pensato a una simile sciocchezza, però adesso era davanti a questa avventura. Il suo cuore cominciò a battere forte. Era sconvolto e non c’era modo di fermarsi. Anche se aveva un corpo atletico
ed era forte, per un attimo ebbe paura, sì, sì, paura. Non era uno scherzo, stava giocando con la sua vita, ma l’amore per Maria era così grande da superare la paura. Si guardò indietro, a destra e a sinistra per assicurarsi che nessuno lo vedesse, si fece il segno della croce pregando Dio ed entrò in acqua. Pietro era di fede cattolica. Credeva in Dio, anche se non poteva esercitare liberamente la sua fede a causa della stupidità comunista del suo Paese, che glielo aveva proibito per legge. Fortunatamente per lui l’acqua non era fredda. Erano gli ultimi giorni di primavera e la stagione estiva ormai alle porte, il tempo bello e soleggiato. Era passato mezzogiorno.
   La distanza dall’isola all’altra sponda era di circa dodici chilometri. Non poco per un uomo come lui, che non praticava nuoto. Pietro aveva imparato a nuotare da bambino, nel lago della sua città. “Ce la farò?” si chiese ancora una volta, non appena il suo corpo toccò l’acqua. Sapeva nuotare bene. “Certo che ce la farò. Vivo o morto incontrerò Maria! Aspettami mia cara, sto arrivando!” Si fece coraggio e cominciò a nuotare lentamente a rana per non stancarsi. Avrebbe dovuto nuotare per molte ore. Non aveva detto a Maria che sarebbe andato a nuoto. Era sicuro che lei si sarebbe opposta alla sua follia. Lo avrebbe supplicato di non rischiare la sua vita.
   Nuotava mantenendo un ritmo costante, per non stancarsi. La borsa dei vestiti legata al corpo gli dava fastidio e talvolta gli impediva di muovere le braccia, ma non demordeva. Per riposare i muscoli, ogni tanto si lasciava solo galleggiare; si rilassava un po’, riprendeva fiato e solcava le acque azzurre dell’Adriatico come un piccolo delfino. Il suo obiettivo era raggiungere l’altra sponda il più presto possibile, dove lo aspettava la sua ragazza. Ogni braccio che si muoveva sott’acqua lo avvicinava a lei. Nuotava e sognava, e questo gli rendeva il tutto più facile. Si immaginava abbracciare la sua amata Maria, baciandola sugli occhi, sulla fronte, sulle labbra. La immaginava vestita con un abito da sposa bianco, poi sdraiata accanto a lui nel letto coniugale, poi ricoprendola di baci e facendo l’amore con lei per tutta la notte, senza fine. Quando una leggera onda gli colpì il viso e gli riempì la bocca di acqua salata, fu subito riportato alla realtà. A volte aveva paura e, per liberarsene, malediceva il comandante per non avergli dato il permesso. Malediceva la sua sfortuna, che lo aveva portato su quel pezzo di terra roccioso in mezzo al mare. Malediceva il governo del suo Paese, che il mondo aveva abbandonato a causa di un pazzo.
   Mentre nuotava, di tanto in tanto vedeva grandi pesci che saltavano sull’acqua. Giocavano tra loro. Avevano il loro mondo. Erano liberi e nuotavano nell’acqua blu del bellissimo Adriatico. Anche lui giocava con le onde leggere, ma non era un gioco divertente. Giocava come un pazzo con la sua vita, con la morte, che lo abbracciava in ogni suo movimento nell’acqua. Vide un pesce e si incoraggiò. Aveva compagni di viaggio nella sua avventura. Gli sembrava che stessero allontanando la paura che si era attaccata come acqua salata al suo fragile corpo, e stava riportando la mente alla sua Maria. “Che cosa sta facendo? Si annoia? Dov’è adesso? Nel giardino fiorito o passeggia per la città per passare il tempo?
Verrà in mente che sto nuotando per raggiungerla” si chiese. Continuò a nuotare anche quando la notte gettò il suo manto nero sull’acqua azzurra dell’Adriatico, diventando nera e sempre più spaventosa. Aveva freddo e paura allo stesso tempo, ma il desiderio di raggiungere l’altra riva gli dava la forza di nuotare senza fermarsi.
   Erano le nove di sera quando raggiunse la riva desiderata. Aveva nuotato per otto ore di fila. Strisciò per alcuni metri sulla sabbia bagnata e fredda. Si fermò. Era stanco. Guardò a destra e a sinistra. Nessuno. La spiaggia era deserta. Si affrettò ad aprire la borsa con dentro i vestiti. Tirò fuori l’asciugamano e cominciò ad asciugarsi. Con difficoltà rimosse il grasso attaccato al suo corpo.
   Dopo essersi vestito, si diresse lentamente verso il grande giardino fiorito della città, dove Maria lo aspettava. Riusciva a malapena a muovere le gambe. Era così stanco che camminava a fatica. Sarebbe voluto arrivare il prima possibile, ma non poteva. Era come in un sogno quando vieni inseguito da dietro e vorresti correre più in fretta ma non puoi. Qualcosa di soprannaturale ti blocca e non puoi nemmeno fare due passi. Camminò lentamente e più si avvicinava all’aiuola, più si sentiva felice e più forte gli batteva il cuore. Gli sembrava di essere il Costantino a cavallo della leggenda albanese che da lontano portava alla madre la figlia sposata. Per mantenere la sua parola, pur essendo morto, fu resuscitato dalla tomba, per quella promessa. Anche lui andava verso Maria, verso il suo amore. Aveva mantenuto la promessa fatta. Arrivò al giardino fiorito. L’oscurità copriva ogni cosa. Il giardino non era illuminato. Cercò di distinguere una sagoma, ma i suoi occhi bruciavano troppo. Il sale marino li aveva arrossati così tanto che a molti metri di distanza difficilmente riusciva a vedere. Cominciò a camminare come un sonnambulo alla ricerca di Maria. Dopo qualche istante vide un’ombra nera su una panchina. Si avvicinò. L’ombra si mosse spaventata. Si alzò.
   «Pietro, sei tu?» sentì un forte grido.
   «Maria, sono io!» rispose e la afferrò tra le sue potenti braccia. La stanchezza lo abbandonò all’istante. La sollevò tra le braccia e cominciò a baciarle le guance morbide, i bellissimi occhi, i suoi capelli che erano rigogliosi nella brezza serale, appoggiando le sue labbra salate, screpolate e assetate sulle sue. Si baciarono a lungo. Poi si sedettero sulla panchina e lui fece sedere Maria sulle sue ginocchia. Volevano parlare, ma non riuscivano. Pietro ricominciò a baciarla. Non ne aveva mai abbastanza. La sete lo aveva preso e un fuoco lo stava bruciando. Le sue labbra umide e le lacrime che scorrevano lungo le sue guance calde sembravano placarlo.
   «Ti amo, Maria!» sussurrò.
   «Ti amo anch’io, Pietro!» rispose Maria e lo coprì di baci sugli occhi stanchi, sulle guance coperte di sale, sulle labbra screpolate. Sentì il sapore del sale e subito chiese;
   «Perché sei così salato, Pietro? Ti sei lavato con l’acqua di mare?»
Lui rise. Non parlò, ma cominciò a baciarla forte e appassionatamente.
      «Come sei venuto dall’isola Pietro?» gli chiese e si allontanò dalle sue braccia.
   «A nuoto Maria, a nuoto!»
   «A nuoto? Dall’isola a qui?» chiese con voce roca, e i suoi occhi si spalancarono per la sorpresa.
   «Sì, mia Maria. Sono venuto nuotando. Te l’ho promesso. Non potevo deluderti. Sei venuta da Scutari per incontrarmi. Non mi hanno dato il permesso. La nave che parte dall’isola era partita la mattina. Non potevo aspettare domani, quando sarebbe partita. Mi stavi aspettando. Non avevo altra scelta» le rispose lui.
  Lei scoppiò in lacrime. Maria si lasciò andare completamente. Piangeva come una bambina tra le forti braccia del suo Pietro.
   «Che cosa hai fatto, Pietro?! Perché hai rischiato così tanto?! E se fossi annegato, cosa avrei fatto io? Dove sarei annegata anch’io?» riuscì a dire tra i singhiozzi.
   Pietro non rispose, ma continuò a placare la sete ardente con le sue lacrime, che sgorgavano come cascate dai suoi bellissimi occhi. Trascorsero la notte abbracciati sulla panchina del grande parco cittadino, sotto la luce delle stelle e all’illuminazione argentata della luna piena, testimone della notte d’amore tra due giovani follemente innamorati. Tardi, molto tardi, si addormentarono abbracciati. Non sentivano il freddo della notte. Erano riscaldati l’uno dal respiro dell’altro.
   Il giorno dopo si separarono. Pietro accompagnò Maria alla fermata degli autobus per farla ritornare a casa, mentre lui si diresse al molo da cui partiva la piccola nave che caricava in città i viveri e li portava sull’isola.
   Il reparto militare dell’isola era in allerta. Il soldato Pietro era ricercato ovunque, ma nessuno sapeva cosa gli fosse successo, tranne il centralinista, che aveva giurato a Pietro che non lo avrebbe detto a nessuno fino alla sera successiva. Quando la nave raggiunse l’isola, appena messo piede a terra, il soldato Pietro era atteso dal comandante. Il suo nome era Pandi. Era un uomo buono, saggio e ragionevole, ma la folle azione di Pietro gli fece perdere la testa. Come punizione, Pietro fu isolato agli arresti per venti giorni. Una volta scontata la sua pena, il comandante Pandi lo chiamò in ufficio e gli chiese:
   «Soldato Pietro, ti sei pentito della tua azione?»
   «Compagno comandante, sapevo che sarei andato in prigione, ma non avevo altra scelta. Non me ne sono affatto pentito» rispose Pietro senza battere ciglio.
   «Come?! Cosa stai dicendo? Ami così tanto quella ragazza?»
   «Sì, compagno comandante, la amo moltissimo e, se necessario, lo farò di nuovo» rispose Pietro, determinato.
   Il comandante fissò il soldato, che era in piedi di fronte a lui. Si alzò, gli si avvicinò e lo abbracciò.
   «Ascolta, soldato! Sono molto sorpreso dalla tua avventura e per questo ti concederò un mese di licenza. Divertiti con la ragazza che ami! L’amore se lo merita. Trionfa su tutte le cose. Hai compiuto un eroismo, una follia d’amore.»
                                                                    9 ottobre 2023

  Sogno vissuto

Cara,

sono stato svegliato gioiosamente da un sogno appena fatto. Tu forse non mi crederai, ma era un sogno vissuto tempo prima. Mi chiederai e supplicherai di raccontartelo. “Inutile” ti risponderei, sorridendo; l’abbiamo vissuto quel sogno, tanti anni addietro. So che la curiosità di conoscerlo è tanta, così come la voglia di raccontartelo. Vorrei descrivertelo eppure d’altro canto non vorrei. Vorrei perché so che per alcuni istanti ti renderei felice, ma non vorrei invece perché, subito dopo, forse ti demoralizzeresti e io non potrei più vedere il tuo volto cupo, come un cielo pieno di nuvole e le tue lacrime salate, un acquazzone torrenziale.

Insisti e io mio arrendo al tuo desiderio, alla tua curiosità femminile.

Eravamo entrambi seduti sulla panchina di metallo in riva al mare. La calda brezza marina batteva sui nostri volti illuminati dall’ardore dell’amore. Sotto alla luce argentea della luna potevo vedere un velo di rossore sul tuo viso. Il tuo corpo sprigionava l’aroma del tuo profumo, il quale si mescolava all’odore dello iodio marino ed io ero ubriaco tra le tue braccia, il tuo corpo rilasciava una fragranza d’amore insaziabile.

Non ricordo per quanto tempo è durata questa ebbrezza, ma poi ho sentito il tremito delle gambe sotto l’estremità dei fianchi. All’inizio eravamo spaventati come due bambini innocenti di fronte ad un errore, ma è bastato un ciclo di luce, un tocco come “non intenzionale” a creare tremori nel nostro essere, tremori che hanno trasmesso elettricità ai nostri corpi. Non so chi tra noi sia stato toccato maggiormente da quell’adrenalina, ma solo di una cosa eravamo certi, eravamo felici di quel brivido, e nessuno dei due aveva il coraggio di staccarsi. Le mie dita divennero un pettine per i tuoi capelli, nell’accarezzarli come le onde del mare che stava di fronte a noi.

Poi ho rivolto lo sguardo verso il tuo viso luminoso e desideravo che le tue labbra fossero aperte e screpolate come una terra arida, assetata d’acqua. Tu aspettavi il mio bacio, affinché lenisse quelle rughe secche sulle tue labbra lattiginose ed io non ho esitato. Ci siamo persi nella profondità dei baci, come due palombari che esplorano il fondo del mare, dimenticandosi delle creature marine.

Tornammo al presente grazie al cinguettio di un uccellino sbalordito che volava intorno a noi, in cerca di un qualsiasi ramo per poggiarsi, in cima alle nostre teste. Ci fermammo per un attimo per riprendere fiato.

Ci fissavamo affascinati. I tuoi occhi brillavano e sembravano due carboni ardenti che mai si sarebbero spenti. Nel loro bagliore potevo vedere il mio viso sorridente.

Poi presi il palmo della tua mano, zuppo di sudore e lo asciugai con le mie labbra assetate. Sentivo il tuo cuore battere da dentro alla gabbia toracica. Battiti che risuonavano come il ticchettio di un orologio, nel profondo della notte. I battiti continuavano e non sapevano rallentare. Vidi il volto accendersi, com’ero anche io e come un agile pompiere, mi affrettai a spegnere il tuo fuoco interiore.

Cara,

ecco, era questo il sogno che mi svegliò questa mattina. Sono felice che mi abbia ricordato la bella stagione primaverile, ma sono anche un po’ triste per averlo vissuto a quest’età, dove la stagione calda viene sostituita da quella successiva e spero che questa fredda stagione sia il più lontana possibile.

Comunque, questo sogno esagitato lo abbiamo vissuto nel momento in cui doveva essere vissuto.

                                                                                        

                                                                                         19 marzo 2021

mariapellino

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