La condizione umana oggi, le due facce, concreto e spirito.

La condizione umana oggi, le due facce, concreto e spirito.

Riflettendo sulla condizione umana, emerge una visione che integra due dimensioni fondamentali: il lato razionale e meccanicistico, che governa la nostra esperienza quotidiana e il funzionamento del mondo, e il lato spirituale che è attratto dal luminoso, dal misterioso e dal poetico. Questa sintesi, riconosciuta da molti pensatori come una posizione comune e spiritualmente rilevante, ci invita a guardare l’esistenza non solo attraverso la ragione, ma anche con uno sguardo che cerca un significato più profondo.

Il mondo moderno e il rifiuto del mistico

Viviamo in un’epoca dominata dal materialismo e dalla scienza, dove il mistico e il trascendente spesso vengono visti come qualcosa di superfluo o addirittura di impedimento per il progresso. Questa visione pragmatica e razionale tende a marginalizzare tutto ciò che non può essere misurato o spiegato con criteri scientifici, relegando il senso dello spirito e del mistero a un ruolo marginale nella vita contemporanea.

Il dono del dolore

Paradossalmente, in momenti di sofferenza intensa, quel lato spirituale nascosto può risorgere e fiorire. Il dolore può diventare un “dono” che apre alla possibilità di sentire e vivere un’esperienza oltre la pura ragione, un’apertura verso ciò che trascende il visibile e il comprensibile. Questo risveglio spirituale permette alle persone di trovare una nuova accoglienza e un senso di conforto in un mondo che spesso appare freddo e razionalista.

Conciliare le verità

È possibile, secondo questa visione, accettare insieme due verità apparentemente divergenti: la mente pratica forme di auto-cura per affrontare la realtà, mentre lo spirito può vivere esperienze che superano la spiegazione razionale. Un esempio simbolico e potente di questa conciliazione è credere che lo spirito di un essere caro persista in una natura vicina, come un Golden Retriever che nuota in un lago, un modo poetico e mistico per sentire la presenza dell’altro.

La conclusione e l’azione

Alla fine, quello che emerge è un “filo di magia,” una verità più preziosa e affascinante rispetto a una visione meramente pragmatica. Questo riconoscimento porta a un gesto intimo e di rispetto verso il mistero della vita e della presenza degli altri, come quello di inginocchiarsi e accarezzare un animale chiedendogli con dolcezza: “Sei un dolce cucciolotto” È un invito a mantenere viva la capacità di stupirsi e di percepire un senso più profondo anche nella vita di tutti i giorni, specialmente nei momenti di difficoltà e di dolore, offrendo un modo nuovo e sostenibile di vivere la condizione umana.

Riflessione mia, da poeta.

Quando penso alla condizione umana oggi, mi viene spontaneo immaginare due correnti che scorrono nella stessa vena, senza mai mischiarsi del tutto ma senza nemmeno rifiutarsi. Una è limpida, pratica, dritta, fatta di logica, algoritmi, procedure, responsabilità, diagnosi, bollette, calendari. L’altra è torbida e luminosa insieme, con quella strana qualità che hanno i sogni quando li ricordi male ma li senti veri nel petto.

Viviamo intrappolati fra queste due acque, e forse il vero dramma ma anche la nostra grazia è che non possiamo rinunciare a nessuna delle due. La ragione ci tiene in piedi, lo spirito ci tiene vivi.

Il mondo moderno ci ha abituati a guardare tutto attraverso una lente che pretende misura e prova, come se l’esistenza fosse un esperimento di laboratorio. E allora il lato mistico, quello che qualche secolo fa era naturale come il pane, oggi sembra quasi un lusso, o una debolezza. Eppure, quando arriva il dolore, quando la vita si spezza o si incrina, è proprio lì che la parte razionale si ritrae un attimo, come se facesse spazio all’altra.

C’è un istante, minuscolo ma feroce, in cui la sofferenza apre una fessura e lascia entrare una luce diversa. Una luce che non guarisce, certo, ma rende sopportabile. Ed è lì che il poeta, anche quello che non scrive versi, si accorge che esiste un’altra lingua, una lingua che non si coniuga, non si definisce, ma si percepisce.

Il dolore, a modo suo, ci costringe a tornare religiosi non nel senso teologico, ma nel senso etimologico, nel senso del ri-legare, riannodare i fili con qualcosa che non vediamo più ma che ci guida comunque.

E allora capita, in un pomeriggio qualsiasi, di guardare un cane che nuota in un lago e sentire, quasi con vergogna, che lì dentro c’è un pezzo di qualcuno che abbiamo amato. La ragione dice “sciocchezza”, lo spirito risponde “finalmente”.

Perché abbiamo bisogno di credere che qualcosa resti. Non per illuderci, ma per non cadere.

E forse è proprio questo il centro della nostra condizione umana oggi: un compromesso delicato tra ciò che sappiamo e ciò che speriamo, tra ciò che è reale e ciò che è vero, che poi non sono esattamente la stessa cosa.

Vedo gli esseri umani camminare così, ogni giorno, oscillando tra la cronologia degli appuntamenti e la nostalgia delle presenze perdute. E quando qualcuno si inginocchia, accarezza un animale, e gli sussurra “sei un dolce cucciolotto”, non sta parlando solo a lui. È un modo tenero per dire al mondo: Ho ancora bisogno di credere, nonostante tutto.

Da poeta, sento che questa è la nostra vittoria segreta: il fatto che, pur sommersi da un universo che ci vuole efficienti, misurabili, performanti, noi continuiamo a concederci briciole di magia. Continuiamo a lasciare che un gesto inutile diventi un rito, che un animale diventi una soglia, che un dolore diventi una porta.

Finché conserveremo questa capacità di stupirci, di immaginare connessioni invisibili, di trasformare la mancanza in presenza non saremo mai davvero soli nella nostra condizione umana, anche se il mondo insiste nel volerci “funzionanti”.

Il poeta in me, e forse anche in te, si aggrappa proprio a questo: a quell’istante sospeso in cui la vita, senza avvertire, si accende di qualcosa che non sappiamo spiegare, ma che ci salva ogni volta.

Due acque nella stessa vena

Viviamo in bilico tra due acque che non si toccano mai,
una chiara come un algoritmo, l’altra torbida di stelle.
La prima ti paga l’affitto, ti guida al semaforo,
ti dice l’ora esatta in cui morire di efficienza.
La seconda non serve a niente, eppure ti tiene il cuore
legato al petto con un filo che non ha nome.

Il mondo moderno ci vuole dritti, misurabili,
con la vita catalogata in colonne Excel,
e il mistico relegato a quello scaffale in fondo
dove tieni le cose che “un giorno forse”.
Ma poi arriva il dolore, feroce e puntuale,
e la ragione si ritrae, fa spazio,
come chi sa di non bastare.

C’è un istante, una fessura,
in cui la sofferenza diventa porta.
Non guarisce, no, ma lascia entrare
quella luce storta che chiamiamo speranza
o fede o follia, dipende dall’umore.
Ed è lì che torni religioso senza saperlo,
nel senso antico: riannodi i fili
con qualcosa che non vedi più
ma che ti guida lo stesso.

Un pomeriggio qualsiasi.
Un cane nuota nel lago,
e tu senti, quasi vergognandoti,
che lì dentro c’è un pezzo di chi hai amato.
La ragione sibila “sciocchezza”,
lo spirito risponde “finalmente”.

Perché abbiamo bisogno di credere che qualcosa resti.
Non per illuderci, ma per non cadere.
E allora camminiamo così, oscillando
tra l’agenda degli appuntamenti
e la nostalgia delle presenze perdute,
tra ciò che è reale e ciò che è vero,
che poi non sono la stessa cosa.

Quando ti inginocchi, accarezzi un animale,
e sussurri “sei un dolce cucciolotto”,
non stai parlando solo a lui.
Stai dicendo al mondo intero:
Ho ancora bisogno di credere, nonostante tutto.

E questa è la nostra vittoria segreta:
che pur sommersi da un universo
che ci vuole funzionanti,
continuiamo a concederci briciole di magia.
Continuiamo a trasformare un gesto inutile in rito,
un animale in soglia,
un dolore in porta.

Finché conserveremo questa capacità di stupirci,
di immaginare connessioni invisibili,
di lasciare che la vita si accenda
di qualcosa che non sappiamo spiegare,
non saremo mai davvero soli.

Il poeta in me, e forse anche in te,
si aggrappa proprio a questo:
a quell’istante sospeso
in cui la vita, senza avvertire,
ci salva ogni volta.


Perché la ragione ci tiene in piedi,
ma lo spirito ci tiene vivi.

Sergio Batildi

Citazioni:

[1] Sapere di morire. La condizione umana https://www.youtube.com/watch?v=53QMOffTV5g

[2] Una filosofia per l’anima https://www.scuolaphilo.it/download/20191220103828-philo-pubblicazioni-madera-filosofiaperlanima.pdf

[3] Alessio Vailati. La mappa del dolore – Satisfiction https://www.satisfiction.eu/alessio-vailati-la-mappa-del-dolore/

[4] Capitolo 10 https://win.liceomarinelli.org/ipertesti/Jekyll/capitolo10%20vecchio.htm

[5] Il senso della vita, della nostra vita, qual è? Nick Vujicic lo sa https://it.aleteia.org/2017/03/21/senso-vita-esistenza-nick-vujicic/

[6] condizione dell’uomo https://media.scuolazoo.com/public/cms/2010/03/condizione-delluomo.pdf

[7] Digital Death https://iris.unito.it/bitstream/2318/1671433/1/1)%20Digital%20Death%20-%20una%20morte%20postumana.pdf

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filmodcont/Gianni%20Ferracuti,%20Conditio%20humana.%20Gli%20individui,%20le%20storie,%20gli%20dei%20in%20Maria%20Zambrano.pdf

Sergio Batildi

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