La Lanterna e l’Uomo alla Fine della Strada

La Lanterna e l’Uomo alla Fine della Strada
Pubblico questo mio racconto perché credo che, in tempi in cui le certezze vacillano e le strade si fanno spesso oscure, sia necessario condividere storie che parlano di resistenza interiore, di luci fragili ma ostinate. “La Lanterna e l’Uomo alla Fine della Strada” è un piccolo viaggio simbolico nato per chi, almeno una volta, ha camminato nel buio cercando una ragione per non fermarsi.

Quella sera camminavo sul bordo della città, dove le luci non arrivano e le case sembrano addormentate da secoli. Non c’è nulla, lì, se non il vento che porta l’odore acre di fumo e neve, e i passi che scricchiolano come domande irrisolte. Sembrava una notte come le altre, e invece era l’inizio di qualcosa.

Lo vidi all’improvviso, un uomo magro, alto, con un vecchio cappotto cinese e in mano una lanterna rossa. Era fermo, come se mi stesse aspettando, anche se non poteva saperlo, la sua luce tremava, ma non si spegneva, anche sotto le sferzate del vento.

“Dove vai?” gli chiesi, come si chiederebbe a un sogno se ha intenzione di restare.

Lui sorrise. Un sorriso stanco, ma vivo. “Cerco uomini che non hanno paura di guardare la notte,” disse.

C’è chi dice di cercare il senso della vita, chi rincorre la felicità, chi vuole solo dimenticare. Io, quella notte, cercavo un modo per non arrendermi, così gli camminai accanto.

La sua lanterna faceva brillare la polvere dell’aria, sembrava che intorno ci fossero mille storie non ancora nate, parole in attesa di qualcuno che le pronunciasse.

“Sai perché cammino?” mi chiese, senza smettere di avanzare.

Scossi la testa.

“Perché ogni uomo è una corda tesa tra ciò che è stato e ciò che potrebbe diventare, alcuni tremano, altri cadono. Pochi… avanzano.”

Un cane abbaiò in lontananza. Un suono solitario, che rimbalzò tra i muri addormentati e tornò vento.

“E tu?” mi chiese.

Risposi piano, come se confidassi un segreto a me stesso: “Io… cerco un modo per non arrendermi.”

Lui annuì. Poi fermò il passo e mi porse la lanterna, era calda, fragile, ma tenace, un cerchio di luce che non spiegava, ma resisteva.

“La luce non ti dirà chi sei,” sussurrò, “ma illuminerà l’unico passo che puoi fare adesso.”

Quando rialzai lo sguardo, era sparito, nessuna traccia, nessun rumore, solo la lanterna tra le mie dita, e la strada davanti a me che sembrava meno buia; camminai ogni passo era un ricordo, ogni respiro un nuovo tentativo, le case tornarono a parlarmi, ma in sussurri. Il vento non graffiava più, ma accarezzava, arrivai in un punto dove la città finiva davvero, o forse cominciava, un luogo senza nome, dove le luci non arrivano eppure qualcosa risplende; mi sedetti, la lanterna accanto a me, aspettai.

Fu lì che iniziarono ad arrivare.

Il primo era un vecchio violinista cieco, che si orientava seguendo il suono della neve, portava con sé un violino senza corde, eppure lo suonava, ogni nota era una storia, ogni melodia un ricordo che non era mai esistito.

“Hai trovato il portatore,” disse, indicando la lanterna.

Poi venne una donna vestita di libri, con pagine per capelli e sillabe che le cadevano dagli occhi come lacrime. Cercava suo figlio, perso in un sogno.

“La luce guida solo chi cerca davvero,” disse. E si fermò al mio fianco.

La notte si popolò, arrivarono in tanti: uomini, donne, bambini. Alcuni portavano ferite, altri, desideri spezzati. tutti avevano in comune la sete di non smettere, la lanterna, fragile ma viva, bastava a ognuno per vedere un passo avanti, solo uno, mai due, cominciai a parlare, raccontare. non storie inventate, ma quelle che la luce suggeriva, tra le pieghe del buio, parlavano di madri perdute, di treni mai presi, di sogni lasciati sull’asfalto.

Qualcuno pianse, qualcuno rise, alcuni si alzarono e se ne andarono, camminando verso luoghi che solo loro potevano vedere, una notte, la lanterna cominciò a pulsare diversamente, non più solo luce ma ritmo, come un cuore.

Compresi allora che la lanterna non era un oggetto, era una scelta, quando infine la posai a terra, un altro si chinò, la raccolse, mi guardò, aveva gli occhi che avevo io, la prima notte.

Sorrisi.

E mi allontanai, cammino ancora, non ho più la lanterna, ma ho la memoria della sua luce e a volte, nel buio, basta.

La donna dei libri

Anni dopo, in un luogo dimenticato dal tempo, la donna dai capelli di pagine sedeva accanto a un bambino. I suoi occhi non piangevano più sillabe, ma raccontavano.

“L’ho trovato,” disse.

Il bambino la guardò. Non aveva paura.

“Cosa ti ha detto?”

La donna sorrise. “Che non bisogna mai smettere di cercare, anche quando il sogno sembra dimenticato. Perché le parole ritornano, se le ami.”

Sul tavolo, accanto a loro, la lanterna brillava. Debolmente. Ma brillava.

Riflessione

La lanterna si rivolge non solo ai personaggi, ma anche a chi legge, a chi ascolta, a chi ancora cerca…

Questa storia non è, in fondo, che una metafora vivente del cammino umano. In essa, ogni dettaglio è simbolo: la città addormentata come la mente che teme il cambiamento; la lanterna come la coscienza accesa, incerta, fragile, ma ostinata; il Lanternista come il Sé profondo, il maestro interiore, l’ombra sapiente che sa dove condurci anche se non parla mai troppo.

E quell’unico passo illuminato, sempre e solo uno… è il cuore filosofico del racconto.

L’uomo non è mai pronto per la totalità del cammino. Ma può, se accetta la luce, compiere il passo immediato. E nel farlo, come in un paradosso zen, tutto l’universo si sposta con lui.

Ogni personaggio che appare la donna dei libri, il violinista cieco, il bambino che ascolta, è una forma della nostra memoria, della nostra possibilità, della nostra redenzione, essi non risolvono il mistero, ma lo abitano, ci dicono che resistere non è restare fermi, é continuare a camminare anche tremando.

La lanterna, alla fine, non è un oggetto né un dono: è una scelta ripetuta. Chi la porta, illumina. Chi la passa, si affida. Chi la ricorda, ha già vinto una battaglia invisibile.

È una storia sulla luce che non spiega. Ma indica. E basta questo.

Sergio Batildi

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