Cara sveglia un poesia di un Silvio Valdevit Lovriha
Cara sveglia
È pratica e anche bella
la sveglia digitale
epperò confesso sono tanto affezionato
alla sveglia di una volta, quella manuale.
Questa non la possosoltanto guardare,
perché viva
con lei devo interagire
averla in mano,tutti i santi giorni
toccare, caricare,non mi posso dimenticare.
E poi non è muta,
rompe il silenzio
riempie lo spazio.
C’è una simbiosi:
quando il mio cuore
non farà più tic
tace finirà tutto
anche lei sarà silente
partecipe del lutto.
Silvio Valdevit Lovriha
Bella poesia, semplice solo in apparenza, in realtà molto più stratificata di quanto sembri a una prima lettura.La sveglia diventa subito qualcosa che va oltre l’oggetto, non è tecnologia contro nostalgia, è relazione. La digitale è “pratica e bella”, ma resta distante, si guarda, si usa, non si vive. Quella manuale invece chiede un gesto quotidiano, quasi un piccolo rito domestico, toccare, caricare, ricordarsi di lei, come fosse una creatura fragile che smette di esistere se non viene accudita.
In questo c’è già una metafora silenziosa del tempo umano: anche noi funzioniamo così, a carica lenta, a manutenzione affettiva.
Molto riuscita l’idea del suono che “rompe il silenzio, riempie lo spazio”. Il tic tac non è solo rumore, è presenza, è compagnia minimale, una prova che qualcosa vive nella stanza. La poesia lavora per sottrazione, con parole comuni, quasi prosastiche, e proprio per questo quando arriva alla fine colpisce di più.
Il passaggio decisivo è l’identificazione finale: il cuore e la sveglia battono allo stesso ritmo, due meccanismi diversi ma sincronizzati nella precarietà. Quando uno si ferma, anche l’altro perde senso. Qui l’oggetto diventa testimone, compagno di esistenza, “partecipe del lutto”, espressione delicata e potentissima, perché attribuisce a un oggetto una dignità emotiva, quasi morale.Lo stile è sobrio, senza virtuosismi, ma coerente con il tema: una poesia che funziona come la sveglia che racconta, a scatti regolari, senza clamore, con una tenerezza trattenuta. È una meditazione sul tempo, sulla cura, sulla dipendenza reciproca tra l’uomo e le piccole cose che gli tengono compagnia mentre invecchia.In fondo è una poesia sull’essere vivi finché qualcuno, o qualcosa, continua a “ticchettare” insieme a noi. E questo la rende silenziosamente commovente.
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