Le diecimila forme del Drago. Simboli e icone della cultura cinese” in mostra al Castello de Albertis di Genova
“Le diecimila forme del Drago. Simbolo e icona della cultura cinese” Al Castello del Albertis di Genova che mette a confronto la tradizione iconografica cinese legata al Drago con quella giapponese e occidentale
Al Castello De Albertis di Genova, sede del Museo delle Culture, la mostra Le diecimila forme del drago – Simbolo e icona della cultura cinese realizzata a cura del CELSO Istituto di Studi Orientali.
La mostra attraversa il territorio del mito, la dimensione filosofica, lo spazio dell’immaginario, il linguaggio dei simboli e la cultura delle forme, in un viaggio culturale, storico, artistico ed iconografico lungo ottomila anni per ricostruire la lunga marcia dell’icona leggendaria del Drago: tra storia e civiltà, arte e cultura, forme ed estetica, simboli, temi e contenuti iconografici.

“Le diecimila forme del drago” attraversano pittura, scultura, grafica, calligrafia, ceramica, tessuti, fotografia, video, letteratura, design, dalle testimonianze archeologiche più antiche nelle architetture simboliche e nei corredi funerari delle sepolture rituali del periodo neolitico, all’universo delle arti della tradizione classica imperiale, dalle elaborazioni delle tradizioni popolari arcaiche e moderne al design e alla grafica della Cina contemporanea.
Una mostra che ha il merito di non limitarsi ad analizzare il ruolo dell’icona del Drago nella cultura cinese, ma che mette a confronto l’iconografia di questo essere mitologico in quella giapponese e in quella occidentale, nella quale come vedremo il “Drago” sarà sostanzialmente demonizzato dalla trionfante cultura cattolica.
La mostra si apre con la sezione dedicata ai Draghi della tradizione Ukiyoe, le immagini del “mondo fluttuante” giapponese. Il Drago nel mondo nipponico è una figura presente nelle decorazioni di abiti di monaci, guerrieri, cortigiane e altre figure sia maschili che femminili. Simbolo di forza, di potenza, di eroismo, associato alle divinità e alle forze della natura, il “drago” è anche il tatuaggio più diffuso tra gli hikeshi, i Vigili del Fuoco giapponesi.

La parte più estesa della mostra è dedicata all’iconografia del drago nella tradizione cinese: le ‘diecimila forme’ del drago, la dimensione filosofica, tra ‘cielo’ e ‘terra, il respiro della natura, l’incarnazione e l’emanazione dello Yin e dello Yang, il potere e la cultura delle forme, il linguaggio dei simbolo, la lunga marcia di un’icona leggendaria, il territorio del mito e l’universo delle arti, le figure dell’immaginario, iconografia e simbologia.
Dalla tradizione classica alla cultura popolare, le testimonianze archeologiche, le arti nobili, dalla pittura alla calligrafia, le arti tecniche, dall’architettura alla sculture, le forme popolari, dalla decorazione degli oggetti alle feste tradizionali, le impronte del drago nella Cina moderna e contemporanea sono le principali sezioni e tematiche affrontate.

In Cina il drago è associato fin dall’antichità al potere e al ruolo del sovrano, diventando a partire dal periodo Han (206 a.C.) l’emblema decorativo più diffuso su abiti e oggetti di sovrani e funzionari ufficiali, oltre che nelle decorazioni architettoniche dei grandi palazzi del potere.
Nella cultura cinese il drago è anche simbolo del “respiro della natura in espansione” ovvero lo yang, manifestazione di energia vitale e rinnovamento, in perfetta armonia con lo yin, simbolo di introspezione, raccoglimento e riflessione, rappresentato da una tigre bianca, che contribuiscono in relazione tra loro al Respiro della Natura.
Un elemento caratteristico della tradizione cinese sono le “carte ritagliate” con la figura del drago, nate come ornamento degli abiti femminili, e oggi diventate un elemento decorativo utilizzato per la decorazione di interni ed esterni delle case con funzione di buon auspicio.

Il Drago nella tradizione cinese, regolata sul calendario lunare e sul tempo ciclico, è protagonista della “danza per il risveglio della natura” emblema della vita che rinasce dopo il raccoglimento invernale, e delle celebrazioni per il Solstizio d’Estate, nella quale la spinta Yang riassume il suo apice e la primavera si apre all’estate.
La mostra propone anche una selezione di rappresentazioni del Drago nell’arte cinese contemporanea e applicata: lo troviamo presente pressoché ovunque, dai tappeti ai francobolli celebrativi, in una cultura che non ha peraltro una netta divisione tra “arti pure” e “arti applicate” come quella occidentale.

Nella terza sezione, dedicata alle rappresentazioni del Drago nella cultura occidentale, tutto si ribalta. Il tempo occidentale non è ciclico, ma lineare, la natura non è una forza armonica, ma qualcosa di incontrollato e pericoloso da sottomettere all’uomo, la sconfitta del Drago è simbolo della vittoria dell’ordine politico sul caos, della civiltà sulla “barbarie”, del controllo sociale sugli istinti primordiali, e per la cultura cattolica, quello che maggiormente demonizzerà il drago, anche della “vera Fede” sulle religioni e le culture pagane, strettamente legate alla natura e ai suoi cicli.
Già la mitologia greca ha un eroe che annienta il Drago, custode della fonte sacra di Ares, dio della lotta cruenta rappresentato nella forma del mitologico animale, per cui si evidenziano i legami tra la mitologia greca e la narrazione cattolica.
Con l’avvento del cristianesimo cattolico, il Drago diviene infatti simbolo di un paganesimo da annientare con ogni mezzo e sono quattro le figure che lottano e sconfiggono “il mostro” pagano e “demoniaco”: San Giorgio, San Michele, Santa Margherita di Antiochia e Santa Marta, oltre alla Madonna dell’Apocalisse.

Se San Giorgio e San Michele sono figure notissime, San Giorgio è anche uno dei simboli della città di Genova, la mostra ha il merito di documentare come nella tradizione cattolica occidentale il drago e le sue “mostruose” metamorfosi come la Tarasca in Francia siano state “affrontate” anche da due figure femminili come Santa Margherita d’Antiochia e Santa Marta.

Una curiosità, non documentata dalla pur esauriente mostra, è che se Genova come altre città italiane ha assunto come simbolo (anche se non è il Santo Patrono, che è San Giovanni Battista) San Giorgio che sconfigge il Drago, c’è un’altra città italiana, Terni, che ha una figura di drago chiamata “Thyrus” come simbolo della città.

Nella “leggenda del drago” il Thyrus e associata alla malaria e sconfitto da un guerriero di una nobile famiglia locale, e il “drago” ha caratteristiche simili a quelle dell’Ares della leggenda greca. La lotta tra il Thyrus e il guerriero secondo alcune ricostruzioni rappresenta la guerra tra il cristianesimo e la cultura pagana degli umbro-naharki, in quanto Terni è stata la città italiana che ha resistito con più ostinazione alla cristianizzazione forzata e imposta con metodi tutt’altro che pacifici a partire dall’Editto di Teodosio in poi. La Chiesa di Roma non poteva sopportare la diversa concezione dei costumi sessuali dei “pagani” e il loro rispetto per la natura e i cicli della stessa, perché per il cristianesimo non solo Dio è superiore alla natura, ma lo è anche l’uomo, creatura a sua immagine e somiglianza, e secondo la ricostruzione riportata in “Umbria Antica. Storia e genetica di un popolo dimenticato” l’iconografia del Thyrus sarebbe in realtà derivata dalla Dea Madre o Dea Pennuta, venerata dalle popolazioni locali, e la Chiesa di Roma lo avrebbe trasfigurato in un temibile “Drago” per piegare ogni residuo di cultura pagana.
Quello del Thyrus è interessante perché si tratta forse dell’unico “Drago” in Occidente che, in una città nella quale è ancora forte la memoria della cultura pagana, ha oggi simbolicamente una funzione “positiva” tanto che un’iscrizione riporta come “Thirus e Amnis dederunt signa Teramnis” ovvero “il Tiro e il Fiume dettero le insegne alla città”.
La sezione dedicata all’iconografia occidentale della mostra si trova negli appartamenti del Capitano De Albertis in dialogo con gli oggetti e l’esposizione permanente.
La mostra ha l’indubbio merito di mettere a confronto l’iconografia cinese del Drago con quella giapponese e occidentale: se in tutte le culture il drago è in fondo associato al grande “respiro della natura” che per le culture tradizionali dell’Estremo Oriente è da assecondare in armonia, per quelle occidentale da sconfiggere e letteralmente schiacciare.

La mostra si estende oltre gli spazi espositivi delle temporanee di Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo in un “itinerario diffuso”, che ingloba ed evidenzia anche opere presenti nei percorsi espositivi permanenti del Museo d’Arte Orientale E. Chiossone, dei Musei di Strada Nuova, del Museo di Sant’Agostino, nelle altre sale dello stesso Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo, in chiese e palazzi storici della città, dove sono presenti opere, sculture, bassorilievi, dipinti, affreschi, disegni e motivi iconografici sul tema del drago, dalle tradizioni Orientali e Occidentali.
L’esposizione è elaborata e prodotta in particolare per la sede di Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo nel piano di valorizzazione delle collaborazioni istituzionali con Musei, Enti ed Istituzioni culturali di prestigio a livello nazionale ed internazionale, sviluppate dal CELSO Istituto di Studi Orientali – Dipartimento Studi Asiatici in oltre trent’anni di attività, dal 1993 ad oggi, per la realizzazione di mostre e programmi culturali di alto profilo scientifico.
La mostra, curata da Alberto de Simone ed Emanuela Patella, è integrata da un programma di eventi, conferenze, seminari di approfondimento e visite guidate.
Il progetto, elaborazione, curatela e realizzazione sono a cura di CELSO Istituto di Studi Orientali – Dipartimento Studi Asiatici, con il contributo dei Musei civici del Comune di Genova per il prestito delle opere, l’apporto scientifico, la progettazione e la realizzazione degli “itinerari diffusi” per la più ampia valorizzazione dei tesori nascosti e del patrimonio museale, artistico e culturale della città.
La mostra resterà aperta fino al 12 aprile 2026 dal martedì alla domenica 10:30-18:30 Castello de Albertis, Corso Dogali, Genova
Andrea Macciò