Ti chiamerò una poesia di Vincenzo Savoca
TI CHIAMERÒ
Ti chiamerò col nome ch'ha il mare,
d'afflato marino la voce e l'origlio,
nei solecchi di luce l'azzurra marea.
Oppure come una poesia di rime baciate,
da decifrare i versi caduchi, e pensare!
Ti chiamerò col nome d'una via dov'io
ogni giorno consumo l'ore ed ancora
mi stupisce il sole che vermiglio recita.
Ti chiamerò come si chiama il pane
quando dentro di me rissa e scroscia
la fame, e m'assale con gridi d'angoscia.
Ed ancora ti chiamerò come si chiama
l'acqua quando l'arsura brucia ogni
vena e gl'occhi scrollano a stille lacrime
di secchezza. Lascia che ti chiami nelle
notti di luna, nei giorni di sole ed in
quelli di pioggia. Lascia che ti chiami
quando il vuoto mi divora e l'ombra
dispaia la luce, quando il tramonto
fa vicina la sera, quando l'alba fa del
giorno una promessa. Ti chiamerò
come si chiama l'estate d'inverno,
come si chiama la primavera che tarda,
e scruto negl'alberi le nuove gemme
e i voli degl'uccelli nel cielo, nel ventre
d'una spiga giace l'inverno ch'ancora
pallido ristagna. E nella voce d'antiche
conchiglie, su gusci sventrati di granchi
rimbomba contorto lo sgrido del vento.
"Forse è questo il momento" mi dice,
ruggendo un lamento secco di morte.
Ti chiamerò quando l'ombra si comprime
nel petto e mi scoppia dentro l'amarezza
del tempo. Ma la vita ancora mi tenta e
mi dice, "È bello restare!". Per una volta
ti chiamerò col tuo nome, "Gioventù!".
VIncenzo Savoca
Ragusa 17 gennaio 2026
La poesia “TI CHIAMERÒ” di Vincenzo Savoca si distingue per una voce lirica intensa e autentica, capace di fondere immagini naturali con profonde riflessioni esistenziali. Lo stile dell’autore rivela una marcata sensibilità evocativa, sostenuta da un uso ricco e originale della metafora, che trasforma elementi concreti, come il mare, il pane, l’acqua o le stagioni, in simboli del desiderio, della nostalgia e del tempo che fugge.
La struttura, costruita sull’anafora “Ti chiamerò”, conferisce al testo un ritmo incantatorio e una dimensione quasi invocativa, culminante nella rivelazione finale: il nome invocato è “Gioventù!”, non una persona, ma un ideale perduto. Questo colpo di scena dona alla poesia forza emotiva e profondità tematica.
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