La dimora della felicità di Khalil Gibran. Quando la felicità non è un luogo, ma uno stato dell’anima
Questa recensione di Alessandria today nasce dal desiderio di offrire al lettore una lettura attenta e accessibile dell’opera, mettendo in dialogo il testo, il contesto e il presente, con l’obiettivo di stimolare riflessione, consapevolezza e curiosità culturale.
Pier Carlo Lava
C’è una domanda che attraversa in silenzio molte pagine di Khalil Gibran: dove abita davvero la felicità. La dimora della felicità non risponde con una definizione, ma con un’immagine interiore, delicata e disarmante. È una poesia breve, quasi una meditazione in forma lirica, che invita il lettore a spostare lo sguardo dal fuori al dentro, dai luoghi alle condizioni dell’anima.
Gibran non descrive una casa fatta di muri, porte o finestre. La felicità non è un possesso né una meta geografica, ma un’esperienza che nasce quando il cuore è pronto ad accoglierla. In questo testo emerge con chiarezza una delle sue idee centrali: ciò che cerchiamo nel mondo spesso è già in noi, ma resta invisibile finché non impariamo a riconoscerlo.
Lo stile è essenziale, quasi ascetico. Ogni parola sembra pesata, ogni immagine scelta per sottrazione. La felicità, per Gibran, non si conquista: si rivela. È una presenza silenziosa che appare quando cessiamo di inseguirla come un oggetto esterno e iniziamo a vivere in armonia con ciò che siamo. In questo senso, la poesia dialoga con Il Profeta, ma anche con la grande tradizione mistica orientale, dove la verità non viene spiegata, bensì indicata.
La forza di La dimora della felicità sta nella sua attualità disarmante. In un tempo che misura tutto in termini di successo, accumulo e visibilità, Gibran ci ricorda che la felicità non ama il rumore. Abita luoghi interiori fatti di semplicità, ascolto, accettazione. È una poesia che non consola, ma accompagna; non promette, ma suggerisce.
Testo integrale della poesia
(traduzione italiana di pubblico dominio)
La dimora della felicità
La felicità non abita in una casa che tu possa indicare,
né dimora in un luogo che tu possa raggiungere con i passi.
Essa vive nel cuore che si è liberato dal desiderio,
e riposa nell’anima che non teme il domani.
Molti hanno cercato la sua dimora tra le ricchezze,
e l’hanno perduta nel peso dell’oro.
Altri l’hanno cercata nei palazzi del potere,
e l’hanno smarrita tra le ombre dell’orgoglio.
Ma la felicità è una compagna silenziosa:
entra quando apri le mani
e se ne va quando stringi i pugni.
Essa siede accanto a te quando sei in pace con te stesso,
e ti lascia quando il tuo cuore diventa un campo di battaglia.
La dimora della felicità è dentro di te,
e le sue porte si aprono solo dall’interno.
Breve nota sull’autore
Khalil Gibran (1883–1931), nato a Bsharri in Libano e vissuto a lungo negli Stati Uniti, è una delle voci poetiche e filosofiche più lette al mondo. Poeta, pittore e pensatore, ha saputo unire spiritualità orientale e sensibilità occidentale in uno stile unico, semplice e profondo. Le sue opere, tra cui Il Profeta, continuano a parlare a lettori di ogni epoca perché non offrono risposte definitive, ma domande che aprono spazi interiori.
Conclusione
La dimora della felicità è una poesia che non chiede di essere capita, ma ascoltata. Non insegna come essere felici, ma come smettere di ostacolare la felicità. In poche righe, Gibran ci consegna una verità che richiede coraggio: la felicità non si trova cercandola, ma vivendo con autenticità. Ed è forse per questo che, ogni volta che torniamo a leggerla, ci sembra sempre nuova.
Geo
Khalil Gibran nacque a Bsharri, in Libano, e visse tra il Medio Oriente e gli Stati Uniti, soprattutto a New York, dove entrò in contatto con ambienti letterari e spirituali internazionali. La sua opera continua a essere letta e amata anche in Italia, dove testate culturali come Alessandria today promuovono la riscoperta dei grandi classici della poesia universale, valorizzandone il dialogo con il presente e con il bisogno contemporaneo di senso e interiorità.
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