IL RIARMO EROPEO COME PROVA DI MATURITA’ DELLA UE. Di Dorotj Biancanelli, Roma

IL RIARMO EROPEO COME PROVA DI MATURITA’ DELLA UE. Di Dorotj Biancanelli, Roma

Negli ultimi tempi, il dibattito sul riarmo europeo è tornato con insistenza al centro dell’impegno politico. Il riarmo, nella maggior parte dei casi, viene considerato una “corsa agli armamenti” imposta dalle emergenze, una scelta obbligata quindi, che non solo chiude le libertà alternative ma che pone in secondo piano tutto il resto. Le premesse principali includono alcune osservazioni condivise ma decisioni politiche diverse. Se si scende al di sotto della superficie del dibattito, la realtà si mostra più articolata di quanto si pensi.

Tra il 2020 e il 2025, si è assistito ad una trasformazione sostanziale dell’Unione Europea, intesa come modifica strutturale della governance europea. La pandemia, la guerra in Ucraina, l’instabilità nel Medio Oriente, le crisi energetiche conseguenti, hanno palesato un dato ormai difficile da aggirare. Ciò non significa, tuttavia, che la risposta debba tradursi automaticamente in un aumento indiscriminato della spesa militare: al contrario, il nodo centrale non è quanto spendere, ma come farlo e con quali limiti.

Il rischio più serio oggi, non è che l’Europa investa troppo nella difesa, ma che lo faccia in modo sbilanciato. Un riarmo finanziato sottraendo risorse a sanità, istruzione, e alla transizione ecologica non rafforza l’Unione, perché rischia, secondo una catena di effetti prevedibili e sistemici, di indebolirla gravemente dall’interno.

Non è corretto considerare la sicurezza esterna e la sicurezza interna come due compartimenti separati perché un sistema sanitario fragile, una scuola impoverita e una transizione ecologica rallentata producono vulnerabilità sociali che nessuna capacità militare può compensare. La stabilità di una comunità si fonda prima di tutto sulla coesione, sulla continuità dei servizi essenziali e, non ultimo, sulla fiducia nelle istituzioni.

Per questo il riarmo europeo, se vuole essere sostenibile nel tempo, deve reggere su un principio chiaro: un accantonamento selettivo e privo di sprechi, capace di rafforzare l’autonomia della difesa senza che ciò finisca con il comprimere i pilastri dello Stato sociale.

La crisi geopolitica apertasi nel 2022 ha modificato radicalmente i precetti della comprensione economica della difesa all’interno dell’Unione Europea, per decenni, quasi esclusivamente nazionale, la difesa non era infatti considerata un bene pubblico europeo incluso nel Quadro finanziario pluriennale 2014-2020. L’indivisibilità e non escludibilità del bene sicurezza, tuttavia, negli ultimi cinque anni ha dimostrato quanto il livello di protezione dipenda dalle capacità aggregate del continente e non solo dalla somma degli investimenti nazionali. Di conseguenza, la riallocazione teorica è notevole: la difesa richiede più responsabilità condivise, più coordinamento e più strumenti in grado di mitigare le asimmetrie tra gli Stati membri.

Un elemento particolarmente innovativo è dato dal ruolo delle tecnologie dual-use. I sistemi satellitari utilizzati per l’osservazione e il monitoraggio dei territori producono benefici civili rilevanti nella gestione delle emergenze o nella prevenzione dei disastri naturali. Le piattaforme di cybersecurity usate per la protezione delle infrastrutture strategiche sono allo stesso tempo fondamentali per proteggere dati sanitari, reti energetiche e sistemi bancari.

C’è un altro effetto del riarmo europeo che difficilmente entra nel dibattito pubblico e che riguarda molto da vicino la vita delle persone. Non ha a che fare con i bilanci, né con le procedure istituzionali, ma con qualcosa di più quotidiano e meno visibile: le priorità della ricerca, della formazione e del lavoro. Ogni scelta strategica, infatti, finisce per orientare anche ciò che una società considera utile e degno di essere sostenuto, anche quando questa direzione non è discussa apertamente.

Negli ultimi anni, la tematica sulla sicurezza, sulla resilienza e sulla protezione è stata inserita nel discorso europeo, ma più come una mera espressione retorica che come esperienza concreta. Questo scostamento tra dichiarazione e realtà non è trascurabile e non incide solo sull’insieme dei meccanismi legati alla sicurezza in senso stretto, ma produce anche effetti indiretti sulle università, sui centri di ricerca, sui percorsi di studio e sulle opportunità professionali offerte a chi oggi si forma.

Il punto è riconoscere che l’espansione di un settore genera inevitabilmente attenzione e aspettative. Se la difesa viene indicata come priorità nel settore dell’innovazione, alcune competenze vengono considerate strategiche, ma altre scivolano progressivamente ai margini. Alcuni lavori appaiono indispensabili, altri improvvisamente secondari. Questo passaggio incide sulla qualità dell’occupazione, sulle possibilità di scegliere e sulla percezione dell’utilità di ciò che si studia e di ciò che si sceglie di fare.

È qui che si misura la maturità dell’Unione Europea. Parlare di sicurezza senza interrogarsi su quali forme di lavoro vengano effettivamente garantite, rischia di produrre un impoverimento non previsto. Una sicurezza che resta astratta, mentre la violenza continua a manifestarsi nei contesti più ordinari della vita sociale, finisce per indebolire proprio ciò che si dovrebbe rafforzare. E una comunità che perde il riconoscimento del proprio lavoro quotidiano è, nel tempo, una comunità più fragile, e non più sicura.

In questo clima di incertezza si aggiunge anche il riapparire, ricorrente ma oggi più vivo nel dialogo comune, dell’argomento della chiamata alle armi. Al di là della sua reale possibilità o delle ipotesi legislative, il semplice fatto che torni a essere menzionata contribuisce ad alimentare un sentimento diffuso di ansia. Per molte persone, soprattutto tra le fasce più giovani e le loro famiglie, la chiamata non rappresenta un problema tecnico di organizzazione delle forze armate, ma un segnale simbolico: l’idea che la guerra non sia più un’eventualità lontana, bensì qualcosa che può incidere direttamente sui progetti di vita, sui percorsi formativi e sulle decisioni individuali.

Questo timore, spesso liquidato come irrazionale o strumentale, merita invece di essere preso sul serio perché segnala un interrogativo inquietante tra il discorso sulla difesa e la vita reale delle persone. Quando il rafforzamento militare viene percepito come un processo che può tradursi in obblighi personali e sacrifici non chiaramente definiti, il divario tra istituzioni e cittadini tende ad ampliarsi. Ed è proprio in questo spazio, fatto di apprensioni non affrontate e di domande irrisolte, che la coesione si indebolisce, ancor prima della sicurezza.

Il vero salto strutturale sta nel coordinamento: concentrare le risorse su capacità realmente strategiche e costruire procedure condivise. Gli strumenti europei introdotti negli ultimi anni vanno letti in questa direzione ossia come il tentativo di orientare la spesa verso obiettivi comuni e verificabili. Solo così la difesa può essere considerata un investimento e non un costo dispersivo. L’Europa, infatti, ha storicamente sofferto di un problema strutturale riconducibile alla frammentazione: programmi nazionali duplicati e scelte industriali guidate più da logiche interne che da una visione comune. In questo contesto, aumentare la spesa senza correggere questi limiti significa moltiplicare inefficienze e generare continue dispersioni.

L’Unione Europea è impegnata in trasformazioni di ampia portata, dalla decarbonizzazione alla sicurezza energetica, e per farlo richiede risorse ingenti, continuità nel tempo e una visione di lungo periodo. Aggiungere la difesa a questa cornice senza un disegno integrato dà il via a un conflitto permanente tra priorità. Il punto non è l’avvio di una disputa tra difesa e transizione ecologica, il che sarebbe altrettanto insignificante quanto inutile, ma è evitare che una scelta sbilanciata produca effetti negativi come la riduzione degli investimenti nella sostenibilità perché si tradurrebbe in maggiore dipendenza esterna, maggiore instabilità economica e, paradossalmente, in meno sicurezza.

Anche la sicurezza alimentare rientra ormai a pieno titolo in tale disamina. Le crisi internazionali hanno dimostrato quanto non solo il settore energetico ma anche il settore agricolo sia vulnerabile. Proteggerli è parte della sicurezza europea tanto quanto la difesa dei confini.

L’autonomia europea nella difesa non è una sfida ideologica, rappresenta, più semplicemente, la capacità di non dipendere completamente da altri in un contesto globale instabile. Ma questa autonomia non si costruisce a colpi di annunci o percentuali astratte sul PIL, si costruisce con scelte coordinate e orientate all’efficienza. Un’Europa che spende molto, ma male, resta dipendente; un’Europa che investe in modo mirato rafforza la propria credibilità senza rinnegare il proprio modello sociale.

Il riarmo europeo è, prima ancora che una scelta militare, un’altra prova di maturità politica: misura la capacità dell’UE di attraversare una fase storica complessa senza rinnegare i propri principi fondativi.

La domanda decisiva non è se l’Europa debba rafforzare la propria difesa, (quella più giusta è ormai evidente), ma se saprà farlo senza svuotare le fondamenta del welfare europeo, delle politiche di sviluppo sostenibile e senza trasformare la sicurezza in un fattore di disuguaglianza o di conflitto sociale.

Un riarmo sostenibile deve nascere dalla responsabilità e da una scelta consapevole e bilanciata: la sicurezza europea si costruisce proteggendo le persone, prima ancora delle strutture.

C’è infine un elemento che merita di essere esplicitato con chiarezza: il riarmo europeo non può essere governato solo con strumenti tecnici, né lasciato ai margini di logiche legate all’emergenza. Richiede trasparenza, responsabilità democratica e, qui sta il nodo centrale, capacità di spiegazione. I cittadini europei accettano scelte difficili quando ne comprendono la razionalità, i limiti e gli obiettivi.

Se la difesa diventa una politica non trasparente, e non sottoposta al controllo pubblico o percepita come un qualcosa di intoccabile, il rischio oltre ad essere economico diventa anche politico perché si traduce in perdita di fiducia. L’aumento delle disuguaglianze, misurabile anche attraverso indicatori come l’indice di Gini e il crescente astensionismo elettorale, con un cittadino su due che non si reca alle urne, sono segnali che non possono essere ignorati. Al contrario, un riarmo inserito in una visione coerente di sicurezza interna, sostenibilità sociale e autonomia responsabile può diventare uno degli strumenti attraverso cui l’Europa rafforza non solo la propria autonomia internazionale, ma diventa anche un’occasione per elaborare un patto di fiducia con la sua comunità. È su questo equilibrio, fragile ma necessario, che si gioca la credibilità dell’Unione nei prossimi anni.

Dorotj Biancanelli

Doroty Biancanelli

Economista, Scrittrice, Saggista e Opinionista TV.

5 pensieri su “IL RIARMO EROPEO COME PROVA DI MATURITA’ DELLA UE. Di Dorotj Biancanelli, Roma

  1. Riflessioni Concrete,sullle quali prendere appunti e attraversao le stesse, definire provvedimenti reali! Grazie e Complimenti !

  2. Il fatto è che è necessario continuare a parlarne, già sta tra le righe di un sistema che fa rumore solo quando lo ritiene opportuno. Brava vera

  3. Un’analisi attenta e mirata, una chiave di lettura diversa e assolutamente degna di attenzione. Articolo importantissimo. Complimenti

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