SABINA DAROVA: L’AGO TRA I CAPELLI

SABINA DAROVA: L’AGO TRA I CAPELLI



L’AGO TRA I CAPELLI


Dopo un anno in un Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, Kerime nota, in un angolo del soggiorno, su un tavolo, delle stoffe colorate, fili, righelli, aghi e altri piccoli accessori del mondo della sartoria.

Si avvicina con passo leggero, quasi temesse di disturbare, e osserva con uno sguardo curioso che non nasconde il piacere della scoperta.



«Ma che cosa sono queste stoffe?» chiede piano.



«Sono pezzi di stoffa per creare qualcosa che piace a te» le rispondo. «Questo è l’angolo creativo. Hai voglia di provare?»



Lei alza lo sguardo verso di me. C’è esitazione, ma anche il desiderio di fidarsi. Davanti a sé ha il modello di una borsa.



«Çantë?… Borsa?»

Sorride. «Oh, che bello.»



Lentamente prende le stoffe e le accosta tra loro. Sceglie i colori con attenzione, come se stesse ascoltando una voce interiore. Poi afferra il filo e l’ago. Mi guarda con un sorriso che la fa sembrare una bambina.



Avvicina l’ago ai suoi capelli e lo strofina con delicatezza.



«Così faceva mia nonna» sussurra. «Prima di infilare il filo, lo strofinava tra i capelli, perché il filo entrasse meglio.»



Kerime si perde nei pensieri. I suoi occhi non sono più nella stanza, ma in un cortile lontano, profumato di fiori. È di nuovo una bambina seduta accanto alla nonna. È il primo giorno in cui la nonna la chiama vicino a sé con una missione importante: imparare a ricamare. Presto diventerà grande e dovrà preparare il suo corredo di matrimonio. Lenzuola, vestiti, tovaglie e tappeti dovranno nascere dalle sue mani.



Vede sua nonna che strofina l’ago sui capelli grigi ogni volta che infila il filo. Quel gesto la faceva ridere. Era un gioco, un segreto condiviso.



Kerime riapre gli occhi e inizia a cucire. Nel suo sguardo rimane cucito il ricordo della nonna. Nell’angolo dell’occhio scivola una lacrima. Nostalgia della sua terra e del suo passato camminano nell’aria.



Non parliamo. Lei è concentrata sulla sua borsa.



Dentro quella borsa c’è la sua vita: i quarantasei anni già vissuti, i ricordi, le perdite, le partenze. Ma c’è anche uno spazio vuoto, pronto ad accogliere qualcosa che ancora non conosce.



Quando termina l’ultima cucitura, solleva la borsa e la osserva in silenzio. La apre, infila la mano dentro, come per provarne la profondità. Poi la appoggia sul petto.



«È forte» dice. «Tiene.»



La guarda ancora un momento, poi aggiunge: «Anche io tengo.»



E in quell’angolo creativo, tra fili e stoffe, Kerime non ha cucito solo una borsa.

Ha ricucito un filo spezzato tra il passato e il futuro.

E per la prima volta, il paese straniero non le sembra soltanto un luogo di attesa, ma una tela nuova su cui ricamare la propria vita.





mariapellino

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