Perché oggi abbiamo ancora bisogno di romanzi storici, a cura di Francesco Bianchi
Ogni epoca è convinta di essere troppo complessa per essere raccontata. Troppo veloce, troppo frammentata e troppo satura di informazioni. Eppure, proprio in un tempo come il nostro, in cui la memoria si consuma alla stessa velocità con cui scorriamo un feed, il romanzo storico torna a essere uno degli strumenti più necessari per capire chi siamo e non perché offra risposte definitive, ma perché restituisce profondità. In un mondo che vive di semplificazioni, il romanzo storico compie l’operazione opposta: rallenta, scava e mette in relazione. Non si accontenta dei fatti, ma cerca le vite che quei fatti hanno attraversato. Non si limita a ricostruire un periodo, ma prova a restituirne la temperatura emotiva, le contraddizioni, le zone d’ombra.
La storia, da sola, non basta. I documenti raccontano cosa è accaduto, ma non sempre riescono a raccontare come è stato vissuto. È qui che la narrativa diventa indispensabile: perché permette di entrare nelle pieghe dell’esperienza umana, di dare voce a chi non l’ha avuta e sopratutto di immaginare ciò che è stato taciuto.
Non per inventare, ma per completare.
In un’epoca in cui il passato viene spesso manipolato, ridotto a slogan o piegato alle esigenze del presente, il romanzo storico può diventare un antidoto. Non perché sia neutrale – nessun racconto lo è – ma perché si assume la responsabilità di restituire complessità. Di mostrare che la storia non è un blocco monolitico, ma un intreccio di scelte, di errori e talvolta di resistenze pur minime. Di ricordare che dietro ogni evento ci sono persone, non categorie.
E poi c’è un altro motivo, forse il più importante: il romanzo storico ci costringe a fare i conti con ciò che abbiamo ereditato. Non con la nostalgia, ma con la consapevolezza. Ci ricorda che il passato non è un museo, ma una presenza che continua a influenzare il nostro modo di guardare il mondo. E che alcune ferite, se non vengono raccontate, non si rimarginano: si spostano, si trasformano e tornano sotto altre forme.
Per questo oggi abbiamo ancora bisogno di romanzi storici: perché ci aiutano a vedere ciò che la memoria collettiva tende a rimuovere. Perché ci obbligano a interrogarci. Perché ci restituiscono la dimensione umana della storia, quella che spesso sfugge alle narrazioni ufficiali.
È in questo orizzonte che si colloca anche il mio lavoro su Tigri e colonie: non come ricostruzione nostalgica, ma come tentativo di riportare alla luce ciò che rischiava di restare nell’ombra. Un modo per ricordare che il passato non è mai davvero passato: continua a parlarci, se abbiamo il coraggio di ascoltarlo.
