Un Paese senza uomini: la vita quotidiana nelle case svuotate dalla guerra, a cura di Francesco Bianchi
La Seconda guerra mondiale lasciò un vuoto che non si vede nelle fotografie dell’epoca e non compare nei bollettini militari: il vuoto dentro le case. Non era l’assenza di oggetti, ma di presenze.
Gli uomini partivano per il fronte, venivano dispersi nei Balcani o in Africa, cadevano prigionieri senza possibilità di inviare notizie. I figli più grandi venivano arruolati, i fratelli sparivano lungo linee di combattimento che nessuno in famiglia avrebbe mai visto. Le abitazioni italiane si trasformarono in luoghi sospesi, abitati da donne, bambini e anziani che impararono a convivere con un’assenza che non aveva un termine.
La guerra colpiva chi partiva, ma colpiva ancora di più chi restava. Le donne si trovarono a sostenere tutto: il lavoro, la gestione della casa, la cura dei figli, le file per il cibo, le decisioni quotidiane che prima erano condivise. Non era un avanzamento sociale, era un carico inevitabile. Le famiglie vivevano in un equilibrio fatto di attese e di silenzi.
Una lettera diventava un evento, un ritardo un segnale inquietante. I bambini crescevano in fretta: imparavano a non chiedere, a non pesare sugli altri, a interpretare gli sguardi delle madri più che le parole. La guerra entrava comunque, anche quando si cercava di tenerla fuori: entrava nei posti vuoti a tavola, nei discorsi interrotti, nelle fotografie che diventavano un modo per trattenere chi non c’era. Le case sembravano più grandi, come se ogni stanza amplificasse la mancanza. Le sere si allungavano, i rumori diventavano più netti, le notti più incerte.
La sociologa Margaret Mead osservò che “le società si riconoscono nei ruoli che mancano”: nell’Italia in guerra mancavano gli uomini, e quella assenza ridisegnò la vita familiare.
Le donne divennero il centro della casa senza che questo comportasse un riconoscimento. I bambini entrarono troppo presto nel mondo degli adulti, senza protezione. Gli anziani cercavano di mantenere una normalità che non riuscivano più a garantire. La paura diventò una presenza quotidiana: paura di non ricevere più notizie, paura dei bombardamenti, paura dei rastrellamenti, paura che un bussare alla porta portasse una notizia definitiva.
L’assenza divenne un’esperienza collettiva: milioni di famiglie vivevano la stessa sospensione, la stessa incertezza. Eppure, dentro questa fragilità, nacquero forme di solidarietà che oggi sembrano lontane: le donne si sostenevano tra loro, i vicini dividevano il poco che avevano, le comunità si stringevano attorno ai più vulnerabili.
Le case vuote non erano solo luoghi segnati dalla mancanza, ma anche spazi di resistenza quotidiana. Raccontare cosa significasse crescere senza padri, senza mariti e senza figli significa riportare alla luce una parte della guerra che non si vede nelle immagini ufficiali. Significa ricordare che la guerra non è fatta solo di fronti e di eserciti, ma di stanze silenziose, di tavoli apparecchiati a metà, di fotografie che diventano un modo per non perdere il filo. Significa riconoscere che la perdita non fu un episodio, ma una condizione che segnò un’intera generazione.
Le case vuote della guerra non appartengono solo al passato: continuano a porre una domanda su ciò che resta di una famiglia quando la storia irrompe senza preavviso.

In un intreccio di memoria, miseria e guerra, “Tigri e colonie” riporta alla luce la storia rimossa di tredicimila bambini italo‑libici deportati nel 1940, un dolore collettivo che l’Italia ha quasi dimenticato. La narrazione non si limita alla tragedia umana: accosta quelle vite spezzate alla presenza misteriosa e potente delle tigri indiane sul territorio nazionale, simbolo di forza e sopravvivenza in un Paese lacerato dalla guerra. Il risultato è un racconto che commuove e scuote, che trasforma la Storia in esperienza viva e ci obbliga a guardare negli occhi un passato scomodo. “Tigri e colonie” non è solo un romanzo storico: è un viaggio emotivo che restituisce voce agli innocenti e invita il lettore a non dimenticare. Un libro che si legge con il cuore in gola e che merita di essere acquistato, perché la memoria non può restare sepolta.