“Compassione” di Milan Kundera. Una riflessione sull’etimologia e la profondità emotiva del termine. Recensione di Alessandria today
Nel suo stile unico e profondamente analitico, Milan Kundera ci offre in questo frammento una riflessione etimologica e filosofica sul significato della compassione, esplorandone le sfumature linguistiche e culturali. Con una precisione quasi chirurgica, Kundera confronta le diverse interpretazioni del termine, gettando luce sulla complessità emotiva e sulla percezione che la compassione evoca nelle lingue e nei sentimenti umani.
Analisi del testo.
“Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso ‘com-‘ e la radice ‘passio’.”
L’autore introduce il concetto attraverso la sua analisi etimologica, evidenziando come le lingue latine associno la compassione alla sofferenza condivisa. Questo contrasto linguistico pone immediatamente il lettore davanti a una verità universale: la compassione, pur nascendo da radici comuni, si manifesta in modi differenti, plasmata dalla cultura e dalla lingua.
“Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice ‘sofferenza’ (passio) bensì dal sostantivo ‘sentimento’, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre.”
Con una brillante intuizione, Kundera svela come l’etimologia plasmi non solo il significato letterale, ma anche il valore emotivo attribuito a una parola. La compassione, nelle lingue germaniche e slave, acquisisce una connotazione più nobile e ampia, che trascende la sola sofferenza per abbracciare una gamma di emozioni condivise, dalla gioia al dolore.
“Avere compassione significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento.”
Kundera ribalta l’idea comune che la compassione sia un sentimento di second’ordine, legato a un senso di superiorità (come suggerito dal termine pietà). La compassione, intesa come “co-sentimento”, diventa invece una forma di empatia suprema, un’arte quasi telepatica di condividere l’universo emotivo dell’altro.
Temi principali.
- L’etimologia come chiave di comprensione: Kundera dimostra come l’origine delle parole influenzi il nostro modo di concepire i sentimenti, rivelando profonde differenze culturali.
- Empatia e umanità: La compassione viene definita come il sentimento supremo, una forma di connessione umana che supera i confini individuali per abbracciare l’altro in tutte le sue sfumature emotive.
- Critica alla pietà: Kundera distingue chiaramente la compassione dalla pietà, sottolineando come quest’ultima implichi una superiorità che distorce il vero significato dell’amore e dell’empatia.
Stile narrativo.
Kundera scrive con la precisione di un filosofo e la sensibilità di un poeta. Il suo linguaggio è chiaro, diretto e carico di significato, arricchito da confronti e riflessioni che invitano il lettore a un’analisi profonda. Ogni frase è cesellata per stimolare il pensiero, guidando il lettore attraverso un percorso di comprensione che va ben oltre il linguaggio stesso.
Motivi per leggerlo.
- Un nuovo modo di vedere la compassione: Kundera offre una prospettiva unica su un sentimento spesso frainteso, elevandolo a una dimensione universale.
- Riflessione culturale: Il confronto tra lingue e culture arricchisce la comprensione delle emozioni umane.
- Una lezione di umanità: La compassione, nel senso più ampio descritto da Kundera, diventa una guida per una vita più consapevole e connessa.
Conclusione.
Con la sua analisi raffinata e profonda, Milan Kundera ci invita a ripensare il significato della compassione, non come semplice partecipazione al dolore altrui, ma come la capacità suprema di condividere emozioni, gioie e sofferenze. Questo frammento non è solo una lezione di linguistica, ma un richiamo alla nostra umanità più autentica, un invito a coltivare l’arte dell’empatia.
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Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio che significa originariamente “sofferenza”.
In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre.
Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello. È per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre.
La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore.
Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.
(Milan Kundera)
Dalla pagina facebook: Poeti Viandanti