L’aquilone – Giovanni Pascoli. Recensione di Alessandria today

L’aquilone – Giovanni Pascoli. Recensione di Alessandria today

La poesia L’aquilone di Giovanni Pascoli è un capolavoro di lirismo e introspezione, dove il ricordo dell’infanzia si mescola alla malinconia della perdita. Pascoli, con il suo stile evocativo e simbolico, trasforma un semplice gioco di bambini in un’immagine potente del destino umano, oscillante tra la gioia del volo e l’inevitabile caduta.

Fin dai primi versi, il poeta ci immerge in una mattina di primavera, dove c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. Questo ossimoro racchiude il senso della poesia: il presente si fonde con il passato, l’aria fresca del mattino richiama alla mente i giorni lontani della fanciullezza. La natura è in fermento, il vento scuote le morte foglie, eppure la vita rifiorisce, simbolo del ciclico rinnovarsi delle stagioni e dei ricordi.

L’elemento centrale della poesia è l’aquilone, che i bambini fanno volare da una collina. L’oggetto, con il suo moto oscillante e ascensionale, diventa allegoria dell’innocenza e della speranza che si librano verso il cielo. L’aquilone è il legame tra la terra e il sogno, tra il desiderio di elevarsi e la realtà della gravità che inevitabilmente lo richiama a terra.

La poesia si carica di una profonda malinconia quando il poeta rievoca un compagno di giochi ormai scomparso. L’immagine del bambino che chiudesti gli occhi persuaso, stringendoti sul cuore il più caro dei tuoi cari balocchi è di un’intensità struggente: la morte viene raccontata con dolcezza, quasi come un addormentarsi con il giocattolo preferito tra le braccia. Pascoli esprime il desiderio di una morte serena, ancora col volto raggiante della vita, simile a una corsa gioiosa conclusasi in cima a una collina.

Lo stile di Pascoli è inconfondibile: il ritmo spezzato, le ripetizioni, l’uso frequente di immagini sensoriali rendono ogni verso un quadro vivido. L’uso dei suoni e delle pause imita il movimento dell’aquilone che ondeggia nel cielo, mentre le parole evocano il fruscio del vento, il grido dei bambini, il battito del cuore.

Questa poesia è uno straordinario esempio della poetica pascoliana: il nido familiare, il ricordo struggente dell’infanzia, il dolore della perdita e la ricerca di conforto nei simboli della natura. L’aquilone non è solo un gioco, ma un ponte tra la vita e la morte, tra il passato e il presente, tra l’innocenza perduta e il desiderio di ritrovarla.


Biografia dell’autore

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855, in una famiglia numerosa e benestante. Tuttavia, la sua infanzia fu segnata da un evento tragico: l’assassinio del padre nel 1867, mai chiarito, segnò profondamente la sua visione del mondo e della poesia. La perdita del capofamiglia portò la famiglia Pascoli a gravi difficoltà economiche, costringendo Giovanni e i suoi fratelli a vivere in condizioni precarie.

Nonostante il dolore, Pascoli proseguì gli studi con grande impegno, laureandosi in Lettere all’Università di Bologna sotto la guida di Giosuè Carducci. Insegnò in diversi licei e università, diventando uno dei più importanti poeti e studiosi del suo tempo.

La sua poetica, profondamente influenzata dagli eventi dolorosi della sua vita, si concentra sulla memoria, sull’infanzia e sulla natura come rifugio dai tormenti del mondo. Le sue raccolte più celebri includono Myricae (1891), Canti di Castelvecchio (1903) e I Poemetti (1904), opere in cui sviluppò una lirica intima e simbolica, spesso caratterizzata dal tema del nido, metafora della famiglia e dell’infanzia perduta.

Pascoli morì il 6 aprile 1912, lasciando un’eredità letteraria che ha influenzato profondamente la poesia italiana moderna. La sua capacità di trasformare piccoli dettagli quotidiani in simboli universali della condizione umana lo rende uno degli autori più amati e studiati della nostra letteratura.


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L’aquilone di Giovanni Pascoli

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?

Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda tua madre…

adagio, per non farti male.

Poesia da: https://sapere.virgilio.it/

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Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale. Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding. Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile. Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro. Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.

Un pensiero su “L’aquilone – Giovanni Pascoli. Recensione di Alessandria today

  1. Ho ‘vissuto’ e condiviso le mie fatiche sui libri con Giovanni Pascoli…alle elementari, prima di tutto…poi fu ugualmente intrigante la sua presenza là, fino al crepuscolo del mio Classico bolognese, foriero di Socrate, Platone, Aristotele e quella ‘natura, sfondo immutabile che nessun Dio fece’ di cui Eraclito mi lascia ancora oggi un segno indelebile che mi coinvolgerà ‘fino a ché il giorno sarà giorno, la notte, notte e il tempo tempo’.
    Che dire? Si può volare in piena autonomia senza condizionare le bizzarrie del vento? Sì, ne abbiamo facoltà. Tuttavia per molti di noi appare assai più semplice seguirne i capricci lasciandoci andare…tanto per scoprirne insieme le mete sorprendenti. In fondo adagiarsi al volere dell’ inconscio, quasi sempre porta a gustarne i segreti…
    L’ Aquilone, pur se guidato con maestria, cambia la sua predestinata meta, finendo, quasi sempre, nel baratro dell’ inconscio. La seconda parte pascoliana, prevarica ogni sogno, dove la realtà finisce con lo scontrarsi inevitabilmente in una realtà tragica piena di biechi significati…
    E così la morte finisce all’ interno del sacco pieno di nodi delle nostre ipocondrie, esprimando emozioni e riflettendo lo stato d’ animo del grande poeta romagnolo.
    •••$ergio Gunnella©

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