L’Altalena dei Crepuscoli (La luna, tra perdita e ritrovamento dell’io) di Leonardo Migliore. Recensione di Alessandria today
Un viaggio tra crepuscolo e identità perduta. Leonardo Migliore, con la sua opera L’Altalena dei Crepuscoli, ci conduce attraverso un percorso poetico di introspezione e smarrimento, dove il crepuscolo – tanto serotino quanto mattutino – diventa la soglia simbolica di una ricerca interiore. La luna, simbolo di incostanza e nostalgia, incarna l’inquietudine di un io frammentato, in bilico tra perdita e riscoperta di sé. L’intero componimento si sviluppa tra immagini evocative e un linguaggio denso di musicalità, in cui la natura diventa specchio dell’anima: il vento che sussurra, il mare che ghermisce, la notte che avvolge. L’io poetico si muove tra dissoluzione e rinascita, desideroso di trattenere la luce morente della luna per riscoprire la propria essenza.
Il tema dell’anamorfosi: il sé da un’altra prospettiva. Uno degli aspetti più affascinanti di questa poesia è la rappresentazione dell’identità come immagine anamorfica, ovvero un volto che sfugge alla comprensione se osservato frontalmente, ma che trova la sua forma solo attraverso una prospettiva eccentrica. Il poeta fa riferimento all’anamorfosi catottrica cilindrica, tecnica artistica che deforma un’immagine rendendola leggibile solo attraverso un particolare specchio curvo. Questa metafora è centrale: l’io narrante cerca un volto che inizialmente non riconosce, un’identità che si ricompone solo nel momento in cui accetta il proprio percorso di trasformazione. Così come la luna, dapprima imprigionata, si libera e risplende, il protagonista ritrova se stesso oltre il rimpianto e la frammentazione.
Uno stile evocativo e ricco di simbolismo. La poesia di Migliore è caratterizzata da un linguaggio evocativo e una forte componente simbolica. I versi si muovono in un flusso quasi musicale, alternando immagini di dissoluzione e rinascita:
- La luna prigioniera diventa simbolo della crisi interiore.
- Il crepuscolo e l’aurora rappresentano il ciclo di perdita e ritrovamento.
- Il mare, la rugiada e il vento danno voce all’inquietudine dell’anima.
- Il concetto di “cavalieri delle ore blu” richiama un viaggio esistenziale oltre la realtà immediata.
Un invito all’accettazione del sé. L’opera non si limita a rappresentare il dolore dello smarrimento, ma propone una soluzione poetica e filosofica: accogliere l’immagine riflessa nello specchio della propria esperienza, anche se inizialmente incomprensibile. Il finale, con il ritorno alla luce e alla libertà, suggella questo viaggio di riconciliazione, ricordandoci che ogni istante può essere un nuovo inizio.
L’Altalena dei Crepuscoli è un’opera intensa e stratificata, che unisce suggestioni visive, concetti filosofici e una ricerca interiore profonda. Il lettore è invitato a specchiarsi nei versi, trovando nella luna e nel crepuscolo il riflesso delle proprie inquietudini e della propria crescita. Un viaggio poetico che ci ricorda che, anche nell’ombra, esiste sempre una luce pronta a risorgere.
Leggi anche il testo integrale dell’autore:
~ L’ALTALENA DEI CREPUSCOLI ~
(la luna, tra perdita e ritrovamento dell’io)
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Sopra il colle, dove il tempo
si consuma in sussurri d’ombra,
odo il vento, sacro araldo,
tracciare orme d’invisibili dei.
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Là mi perdo, naufrago assorto,
dove il giorno dilegua
nel languore d’un crepuscolo esule,
quando la luce si piega al silenzio.
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Eppure, vi è un grido sommesso,
un lamento rigato d’argento,
là, nell’altana segreta del cuore,
dove la luna, tremante, giace prigioniera.
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Non posso slegarla dalla sua inquietudine,
mentre effigia il suo ligneo segno
intagliato lungo le assi del sogno,
piccola, spaventata, dolce luna
che stilla fiochi raggi sul sacro fuoco
nelle are di mute vestali.
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Vorrei ridestarti, sbiadito chiarore,
tenerti fra le mani come un frutto acerbo,
versare il tuo pianto furtivo sulle mie labbra,
perché ogni notte sento il tuo murmure
nel palpito cieco dell’orizzonte.
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E tu taci, mentre il gufo
intona dal pulpito
un diluvio di versi,
mentre la notte ti avvolge
nella veste d’un’eco smarrita.
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Non senza di te.
Non senza la rugiada notturna
dei tuoi occhi
che aspergi oltre le pareti,
mentre il fiore si piega all’atro destino,
mentre il mare ti ghermisce e ti inghiotte
nel ventre profondo dell’attesa.
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Il pianto del crepuscolo
gronda lungo le vertebre
di una folata di vento,
sussurra il tuo nome nel buio,
e il tempo si eclissa nell’ombra
che lasci nel cavo delle mie mani.
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Saremo i cavalieri
delle ore blu indaco,
cavalcando madrigali
prima del crepuscolo, dell’oscurità,
prima che il vento sfaldi i contorni,
prima che il sogno strida con la realtà.
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Lasciami ascoltare il requiem della luce
che si congeda nei tuoi occhi abissali,
lasciami affondare in quell’istante
che svanisce, fragile,
nel punto notturno
di uno zenit sfuggente.
.
Ma nel frattempo,
amami con rabbia,
contro il tempo che ci svelle,
che ci spinge ad andare avanti,
nella veglia dell’epilogo
dell’orizzonte nella finestra,
prima che le tenebre notturne
si levino impietose
a infrangere il nostro miraggio.
.
Così ti amerò, così ti perderò,
nella veglia infinita d’un’assenza,
dove sei e non sei,
presenza sciolta nell’eterno.
.
E la luna, dal giogo soluta,
si libra in culmine etereo,
non più oppressa, stanca e sfiduciata,
ma regina nel suo regno di luce silente.
.
Giungerà un’aurora, vaticinio astrale,
dove l’eco dei flebili suoni svanirà
e l’anima, specchio ritrovato,
accoglierà il suo sembiante ignoto.
.
Siedi, viandante, al convito del cuore,
dove il pane della Madre terra è fragrante,
il vino di Ampelo placa l’oblio
e ogni cicatrice si fa gemma scintillante.
.
Restituisci il cuore al suo esilio errante,
all’ombra che ti amò in silenzio,
al volto anamorfizzato che cercasti invano
nel riflesso dello specchio curvo del rimpianto.
.
Disperdi le immagini scolorite del passato,
le missive d’amore, i ritratti muti,
e ascolta, nel silenzio rinato,
il canto che gremisce gli spazi vuoti
delle pagine della vita.
.
Siedi, finalmente libero,
e gusta il frutto maturo del presente,
perché in ogni istante vi è un nuovo inizio,
un’alba che risorge dalle ceneri dell’enigma.
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Lasciamo sui petali di ogni fiore
la rugiada che esala dal sonno letéico
e ricade nella nostra breve alba.
Mille stille brillano sui cespi
dove il sole si frange.
I verzieri, al risveglio,
sono caravelle su nuvole di cotone
trasportate dai fiotti della fortuna
sulla riva di colli beati e placidi,
isola involta da un fondale carta da zucchero
decorato con ciuffi di nastri verdi,
ghirlande di ligustri, stellati di rose
e biancheggianti gelsomini.
Ora, il ricordo non più si smaga
per la costante paura di essere dimenticato,
perché essere poeta
è la mia maniera di stare solo assieme a te,
di sentire che alla nostra esistenza
basta lo spazio di una crepa,
l’interstizio fra granulo e granulo
di un terreno sabbioso,
per rinfiorarsi.
_ Il testo poetico sopra riportato si sviluppa nelle ore di confine della giornata: il crepuscolo serotino e il crepuscolo mattutino.
Il vespro e l’alba diventano momenti di riflessione e di smarrimento.
La luna, simbolo di svigorimento, è il fulcro di un percorso interiore, l’eco di un sé che fatica a ritrovarsi. La sua presenza inquieta è segnata dal legame con un passato che non si lascia afferrare del tutto.
Nel movimento della poesia, l’io narrante cerca un volto che non riesce a decifrare, un’immagine che sfugge alla visione diretta, come una figura deforme, sebbene esistente.
Ciò rappresenta un palese riferimento all’anamorfosi, una tecnica che consiste nel disegnare un’immagine deforme, detta anamorfica o anamorfizzata, incomprensibile se vista frontalmente, che appare ben proporzionata da un punto di vista eccentrico, oppure osservando il suo riflesso da un opportuno specchio curvo che introduce una deformazione ottica uguale e opposta alla deformazione del disegno anamorfico, permettendo, così, di vedere una riproduzione nelle corrette proporzioni. L’anamorfosi costituisce, quindi, la metafora di un processo di recupero del sé, ovvero un affascinante viaggio tra arte, geometria e matematica.
La poesia ci invita a considerare questo percorso di “riconoscimento” non come una semplice restituzione, bensì come un atto di accettazione, dove l’io narrante si ricongiunge con quella parte di sé che rivela la verità e che si era sottratta alla comprensione.
È un’immagine interiore che finalmente si fa chiara, così come la luna che si libera dal giogo della prigionia e risplende di luce propria nel suo regno notturno.
La foto allegata si riferisce all’anamorfosi catottrica cilindrica (1635 circa) denominata «Re Luigi XIII davanti al crocifisso, con angelo», attribuita a Jean-François Niceron (1613-1646).
Olio su tela, 50 cm x 66,7 cm.
Ubicazione: Gallerie nazionali di arte antica di Roma.
Il riflesso dello specchio cilindrico in figura introduce una deformazione ottica uguale e opposta alla deformazione del disegno anamorfico posto sotto lo stesso specchio curvo, consentendo, così, di vedere un’immagine che effettivamente non esiste, in quanto dipinta in modo deforme, nelle corrette proporzioni sulla superficie laterale dello specchio cilindrico.