I Testimoni di Geova accusano “Zona Bianca”: “Racconti falsi e discriminatori contro di noi”

I Testimoni di Geova accusano “Zona Bianca”: “Racconti falsi e discriminatori contro di noi”

I Testimoni di Geova sono intervenuti pubblicamente per esprimere la loro profonda preoccupazione in merito ai contenuti trasmessi nella puntata del 21 marzo 2025 della trasmissione “Zona Bianca”, in onda su Rete 4. In una nota ufficiale pubblicata sul loro sito, l’organizzazione religiosa ha definito quanto mandato in onda come una rappresentazione “gravemente distorta e discriminatoria”, accusando il programma di aver diffuso informazioni false e potenzialmente lesive dell’immagine e della dignità dei loro membri.

L’episodio contestato ha ospitato testimonianze che, secondo i portavoce dei Testimoni di Geova, non rispecchiano la realtà della loro fede né lo stile di vita dei loro aderenti. L’organizzazione ha dichiarato che si è trattato di racconti parziali, privi di contraddittorio, che hanno contribuito a consolidare stereotipi e pregiudizi nei confronti di una comunità che pratica la propria fede pacificamente, in pieno rispetto della legalità e della libertà altrui.

Secondo i rappresentanti legali dell’associazione religiosa, la trasmissione ha violato i principi fondamentali del giornalismo etico, tra cui l’obbligo di fornire un’informazione equilibrata, verificata e rispettosa dei diritti dei soggetti coinvolti. La mancanza di una possibilità di replica da parte degli interessati ha aggravato ulteriormente, a loro dire, la gravità della narrazione proposta, rafforzando un clima di sospetto e intolleranza verso chi professa una fede minoritaria.

Nel comunicato si ribadisce che i Testimoni di Geova, riconosciuti ufficialmente in Italia e in molti altri Paesi del mondo, svolgono attività religiose e sociali in modo del tutto trasparente, promuovendo valori come la pace, la solidarietà e la famiglia. La comunità ha espresso preoccupazione per l’impatto che una simile esposizione mediatica possa avere sui propri membri, molti dei quali – sottolineano – hanno già subito episodi di esclusione, mobbing o diffamazione in contesti lavorativi e sociali.

A fronte di questi fatti, l’organizzazione ha chiesto ai responsabili della rete televisiva e alla redazione del programma di dare spazio a un confronto diretto, fondato sulla correttezza e sul diritto di replica. Inoltre, ha dichiarato che valuterà eventuali azioni legali per tutelare la reputazione della propria confessione religiosa e dei suoi fedeli.

Nel dibattito pubblico odierno, che vede spesso le minoranze religiose bersaglio di narrazioni parziali e sensazionalistiche, l’intervento dei Testimoni di Geova apre una riflessione più ampia sull’uso dei media e sulla necessità di un’informazione rispettosa della diversità religiosa e culturale. La libertà di espressione è un diritto fondamentale, ma non può trasformarsi in un pretesto per alimentare odio e disinformazione.

Fonte e ulteriori dettagli su Agenzia DIRE:

https://www.dire.it/24-03-2025/1134853-i-testimoni-di-geova-contro-zona-bianca-su-di-noi-racconti-falsi-e-discriminatori

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Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale. Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding. Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile. Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro. Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.

89 pensieri su “I Testimoni di Geova accusano “Zona Bianca”: “Racconti falsi e discriminatori contro di noi”

  1. Non esiste nella Bibbia un versetto che indica la discesa, in esclusiva, dello spirito santo nell’America del XX secolo. Una casa editrice americana che stampa riviste sulla fine del mondo, stabilendo date inesistenti e false di avvenimenti celesti che nessuno può verificare e senza alcun adempimento visibile, ma a cui gli adepti devono credere ciecamente, altrimenti si viene espulsi per mancanza di fede nel caposetta, ha creato una teocrazia all’interno degli stati sovrani.
    Hanno scritto leggi; hanno nominato organi giudiziari; hanno stabilito regole di vita nei minimi dettagli; hanno stabilito a chi appartiene la salvezza dalla sempre imminente fine del mondo; hanno dichiarato di essere gli unici ad avere la verità perché sono l’unico canale di ricezione dei comandi di Dio; asseriscono che tutte le altre religioni sono false e saranno distrutte da Dio; asseriscono che sono le uniche persone buone e pacifiche esistenti sulla terra.
    Quando un adepto viene espulso perché mette in discussione l’infallibilità e le mutevoli opinioni bibliche del caposetta, gli altri cosiddetti fratelli non sono al corrente dei contenuti del processo, perché tenuto a porte chiuse e senza testimoni esterni. Tuttavia tutti gli adepti o sottomessi dopo l’annuncio ufficiale della scomunica eviteranno come un lebbroso il presunto malvagio senza alcuna prova di colpevolezza scritturale e senza conoscenza dei fatti. L’amore per il fratello o la sorella scomunicati svanisce in un secondo. La decisione dei comitati giudiziari è insindacabile e infallibile. Da qui si deduce che i sentimenti all’interno della setta sono frutto di ammaestramento, conformismo, finzione, indottrinamento e disposizioni del caposetta. E’ un amore a tempo e luogo, su ordine del caposetta. Siamo in un mondo distopico creato dalla fantascienza americana. Per sottomettere e fare soldi funziona. Oltretutto, il fratello dissidente che col suo operato può compromettere l’immagine del paradiso artificiale creato in America è dannoso per la pace mentale acquisita dai colleghi inquadrati. Pertanto, deve essere sicuramente colpevole. Amore e giustizia imperano nella setta dei TDG.

  2. Sig Gustavo
    Questo è il suo commento :
    “Io non penso che il matrimonio finisca e la famiglia si disgreghi e i figli finiscano per strada, penso che quella risposta lascia intendere che il rapporto tra il il padre disassociato e il resto della famiglia continuerà come prima, a prescindere se i figli vivranno con loro o andranno a vivere altrove. Ma come afferma la rivista del 2017 così non è quando i figli andranno a vivere altrove. Ecco perché ho scritto che tale risposta asserisce il falso!”

    commento online jw.org
    “Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? Dal punto di vista religioso le cose cambiano, ma i legami di sangue restano inalterati. Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.”

    La frase “normali rapporti familiari e affettivi proseguono” si adatta perfettamente alla dinamica di una famiglia che continua a vivere insieme, nonostante la disassociazione di un membro, ma non si applicherebbe allo stesso modo a figli adulti, sposati e con una propria famiglia che vivono altrove. è così che noi la intendiamo

    LA CITAZIONE ONLINE DESCRIVE ACCURATAMENTE LA REGOLA PER I FAMILIARI CONVIVENTI: I RAPPORTI QUOTIDIANI E AFFETTIVI NELLA CASA PROSEGUONO. NON È FALSA, MA È SPECIFICA PER QUEL CONTESTO. NON PRETENTE DI DESCRIVERE COSA SUCCEDE DOPO CHE I FIGLI SE NE VANNO.

    lei dice
    ” Ma come afferma la rivista del 2017 così non è quando i figli andranno a vivere altrove.”

    La regola citata online è valida solo per chi vive insieme; appena questa condizione viene meno, scatta l’applicazione di un’altra regola, quella più restrittiva per i non conviventi menzionata nella rivista del 2017. Non si tratta di una contraddizione, ma dell’applicazione di norme diverse a circostanze diverse.”

    buona notte

    1. Ed io gli ho già spiegato perché ritengo che la risposta online non si riferisce esclusivamente a coloro che vivono sotto lo stesso tetto ma anche ai quei familiari che vivono altrove.
      Buona notte.

    2. Ed io gli ho già spiegato perché ritengo che la risposta online non si riferisce esclusivamente a coloro che vivono sotto lo stesso tetto ma anche ai quei familiari che vivono altrove.
      Buona notte.

      1. Sig Gustavo
        Non conosco ancora la sua spiegazione
        La menzione specifica del “vincolo coniugale” e il contesto immediato (moglie e figli rispetto al marito/padre disassociato) rafforzano l’idea che si stia parlando del nucleo familiare che vive insieme.

        Se la frase ‘normali rapporti familiari e affettivi proseguono’ si applicasse indistintamente anche a chi vive altrove, come lei interpreta, questo renderebbe di fatto prive di senso le numerose e chiare direttive, come quelle della rivista del 2017 che lei stesso cita, le quali impongono l’esatto contrario per i parenti disassociati non conviventi

        buona notte

    3. Se torna un po’ indietro troverà la mia spiegazione. Non intendo più aggiungere altro. Se ha il desiderio di continuare a postare altri commenti lo faccia rispondendo al sig. Giuseppe. Oppure vuole assomigliare alla sua organizzazione che ogni volta che deve metterci la faccia preferisce scappare e continuare a fare la vittima?

      1. Gustavo

        Gustavo, scusi, lei sta facendo un pessimo servizio all’opinione pubblica. Con il suo insistere verso la persona testimone di Geova (o le persone) che si nasconde dietro al nickname “Angelo Serafino” lei sta facendo credere alla maggioranza di persone (che non sono TdG) che ogni singolo testimone di Geova è in qualche modo protagonista nella creazione di norme dottrinarie ed ecclesiastiche del suo culto. Niente di più lontano dalla realtà. Gustavo lei, credo, sa molto bene che i TdG che scrivono su internet, che rispondono nei blog, nei forum ecc., non contano niente. Come giustamente ha rilevato già qualcuno in questo forum. Anzi, non dovrebbero nemmeno stare qui a controbattere con “apostati” o con “oppositori della parola di Geova”! Come ha ribadito anche recentemente l’emissario del Corpo direttivo mondiale della Watchtower.
        Faccio un piccolo esempio per rinfrescare i pensieri. Barba e gonna, Cosa avrebbe risposto “Angelo Serafino” su questa questione fino a 2 anni fa? Avrebbe difeso a spada tratta l’obbligo di radersi e di portare la gonna in servizio e alle adunanze per le sorelle. Oggi, invece, è costretto a dire che è “volontà di Geova” che ci siano anche membri del CD barbuti e che le donne possono fare le adunanze e la predicazione in pantaloni! Stessa cosa per i trapianti di organi. Stessa cosa per l’accettazione delle frazioni del sangue. E si potrebbe continuare. Chissà ancora a quali novità i vari “Angeli Serafini” dovranno adattarsi, loro malgrado, rispetto le decisioni che prenderanno gli americani capi della WTS (oggi sono in 11 credo) che dominano la fratellanza mondiale. Tutto dipende da loro. Se un dopodomani il CD americano dirà che si può fare sesso anche senza l certificato matrimoniale o ammetteranno il matrimonio monosessuale, o si potrà frequentare gli “apostati” senza problemi particolari, gli “angeli Serafini” diranno che è volontà di Geova e che è sempre stato così. Diranno che erano i nemici di Geova o coloro in malafede che affermavano il contrario. Il mondo dei testimoni di Geova è questo! E’ fatto così. Tu ci entri, ci rimani, perché accetti di essere un burattino mentale nelle mani dei Corpo direttivo americano., convincendoti però, che in realtà fai la volontà del “Creatore universale”, e che così facendo sei la persona più giusta, più felice, e più onesta del genere umano, e che condividi tale qualità esclusiva con i tuoi fratelli in fede. Non vede, caro Gustavo, che tutti questi TdG internettiani scrivono nascosti dietro uno o più nickname? Perché hanno paura delle ritorsioni. Ecco la contraddizione: essi sentono il bisogno di ribattere, di essere protagonisti in qualche maniera nella gestione dottrinaria, essere solo burattini gli va stretto (è comprensibile!), ma scrivono più per autoconvincersi che restare nelle file della WTS è la cosa più giusta della loro vita. Il dubbio è atroce, per loro. Caro Gustavo, smetta di dare importanza a questa gente frustrata. Dico all’opinione pubblica che legge: queste persone che rispondono come TdG non sono nessuno! Possono solo obbedire a quello che si decide nella cupola di New York della Watchtower Society. Il culto dei testimoni di Geova si potrebbe sintetizzare proprio così.

  3. Sig. Angelo Serafino, la sua esperienza di 54 anni non può smentire la risposta online che è più che chiara nel dire l’opposto di quello che affermano le varie pubblicazione. In altre parole tale risposta asserisce il falso!
    Se lei non è in grado di comprenderlo perché ha problemi con la lingua italiana se lo faccia spiegare da qualcuno capace.
    La saluto.

  4. Sig. Angelo Serafino, la sua esperienza di 54 anni non può smentire la risposta online che è più che chiara nel dire l’opposto di quello che affermano le varie pubblicazione. In altre parole tale risposta asserisce il falso!
    Se lei non è in grado di comprenderlo perché ha problemi con la lingua italiana se lo faccia spiegare da qualcuno capace.
    La saluto.

    1. Sig Gustavo

      Contrariamente a quanto afferma, è proprio la risposta ufficiale online che Lei cita a smentirla clamorosamente, non la mia esperienza (che pure conferma la prassi). Sembra che la Sua interpretazione sia unica, perché il significato di quel testo è chiaro a chiunque lo legga senza preconcetti.
      Rileggiamolo insieme, ancora una volta:

      “Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? Dal punto di vista religioso le cose cambiano, ma i legami di sangue restano inalterati. Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.”

      Da queste semplici e chiare parole – “Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono” – Lei costruisce uno scenario fantasioso e distorto. Sembra quasi suggerire che, secondo questo testo, il matrimonio venga annullato, la famiglia si disgreghi e i figli finiscano per strada, fuori dal “tetto coniugale”. Questa è una grossolana esagerazione che non trova alcun riscontro nel testo.

      Non si tratta di problemi con la lingua italiana, Signor Gustavo. Si tratta, da parte Sua, di una evidente difficoltà (o forse una riluttanza) a comprendere il significato letterale di poche righe scritte. L’interpretazione corretta non richiede competenze particolari, solo una lettura onesta.

      Un’interpretazione così palesemente errata e forzata fa sorgere il dubbio che non derivi da una difficoltà linguistica, ma da un profondo pregiudizio, se non un odio palese, verso i Testimoni di Geova, che La porta a voler vedere significati che semplicemente non ci sono.

      salute

      1. Sig. Angelo Serafino, mi conferma ancora di più che lei fa fatica a capire un testo scritto in italiano! Io non penso che il matrimonio finisca e la famiglia si disgreghi e i figli finiscano per strada, penso che quella risposta lascia intendere che il rapporto tra il il padre disassociato e il resto della famiglia continuerà come prima, a prescindere se i figli vivranno con loro o andranno a vivere altrove. Ma come afferma la rivista del 2017 così non è quando i figli andranno a vivere altrove. Ecco perché ho scritto che tale risposta asserisce il falso!

        Ma so che lei continuerà a non comprendere perché non ha ancora compreso che tale risposta non si riferisce ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto.
        Buon pomeriggio.

      2. Sig. Angelo Serafino, mi conferma ancora di più che lei fa fatica a capire un testo scritto in italiano! Io non penso che il matrimonio finisca e la famiglia si disgreghi e i figli finiscano per strada, penso che quella risposta lascia intendere che il rapporto tra il il padre disassociato e il resto della famiglia continuerà come prima, a prescindere se i figli vivranno con loro o andranno a vivere altrove. Ma come afferma la rivista del 2017 così non è quando i figli andranno a vivere altrove. Ecco perché ho scritto che tale risposta asserisce il falso!

        Ma so che lei continuerà a non comprendere perché non ha ancora compreso che tale risposta non si riferisce ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto.
        Buon pomeriggio.

  5. Sig Gustavo

    Lei dice che io voglio cambiare discorso? Le assicuro che non mi schiodo dall’argomento. Risulta a tutti che è lei che lo vuole spostare su quello del Sig. Giuseppe. Lei non si accorge che non sta rispondendo per niente alle mie osservazioni e ripete la stessa cosa come un disco rotto.

    *** lv p. 208 par. 2 Come comportarsi con chi è disassociato ***
    In certi casi il disassociato fa parte dell’immediata cerchia familiare e vive nella stessa casa. Poiché la disassociazione non pone fine ai vincoli familiari, le attività e i rapporti quotidiani tra i membri della famiglia possono continuare. Tuttavia, con il suo comportamento il disassociato ha scelto di troncare il legame spirituale che lo univa alla famiglia. Pertanto i familiari leali a Dio non hanno più con lui rapporti di natura spirituale. Per esempio, anche se fosse presente quando la famiglia si riunisce per lo studio della Bibbia, non vi prenderebbe parte attiva. Se invece viene disassociato un minorenne, i genitori hanno ancora la responsabilità di istruirlo e disciplinarlo. Perciò i genitori amorevoli potrebbero disporre di tenere con lui uno studio biblico. — Proverbi 6:20-22; 29:17.

    Signor Gustavo, la pubblicazione base per chi desidera diventare Testimone di Geova (che ho citato) dice chiaramente che il disassociato “vive nella stessa casa”. Lei, invece, sembra non accettare questa formulazione, sostenendo che si sarebbe dovuto scrivere “sotto lo stesso tetto”. Non serve un professore per capire che le due espressioni indicano la stessa cosa, e Le assicuro che insistere su questa distinzione non Le fa fare una bella figura.

    Il mio riferimento alla pubblicazione del 1964 non era un tentativo di cambiare discorso, ma di dimostrare la coerenza storica della procedura. Quella rivista utilizzava l’espressione “sotto lo stesso tetto” per descrivere esattamente la stessa situazione così recitava: “L’altra situazione è il caso in cui coloro che hanno buona reputazione vivono sotto lo stesso tetto del disassociato, cioè il disassociato fa parte della stessa cerchia familiare.”
    Questo conferma che la procedura applicata – consentire al disassociato di vivere con la famiglia pur limitando i rapporti spirituali – è rimasta la stessa dai primi anni ’60 fino ad oggi, indipendentemente dalla scelta lessicale (“stessa casa” o “stesso tetto”).

    Quindi, Sig. Gustavo, ammetta che si è sbagliato e che ha preso una cantonata

    PS
    Sig Gustavo gentilmente le dico non continui a mettere “il disco rotto” ma provi a confutare tutto il mio commento se ci riesce
    ma dubito che lo farà
    grazie

    1. Sig. Angelo Serafino, non gli ho mai contestato che le espressioni “vive nella stessa casa” o “sotto lo stesso tetto” non abbiano lo stesso significato, ma gli ho fatto notare che non ricorrono nella risposta online perché lì si parla dei legami di sangue che restano inalterati, e gli ho già spiegato quanto sia cruciale questa aspetto per capire che la risposta non è limitata solo a coloro che vivono insieme. Ma vedo che ha proprio bisogno di un prof. di italiano per poterlo comprendere.
      Non voglio per niente spostare la discussione su quello che ha evidenziato Giuseppe, però anche lì si vede che è un vostro modus operandi di non essere schietti, e il fatto che stia zitto dimostra che non è umile ad ammettere la gravità di quella circolare a due facce.
      Prenda atto che la risposta online cozza con le vostre pubblicazioni che dichiarano qualcosa di totalmente diverso.
      Come vede, alla fine è proprio lei che mi spinge a ripetere sempre le stesse cose, ma capisco che dopo 54 anni di appartenenza a questa organizzazione non è per niente facile prendere atto di queste cose. Mi dispiace per lei.
      Buona giornata.

      1. Sig Gustavo

        Come prevedibile, Lei non ha confutato punto per punto il mio commento precedente, ma ripropone la sua solita
        argomentazione (un po’ come un “disco rotto”), insistendo sul fatto che «lì si parla dei legami di sangue che restano inalterati».
        Tuttavia, Lei sta estrapolando questa frase dal suo contesto. Permetta che Le riporti la citazione completa, presa direttamente dal sito ufficiale jw.org:
        “Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? Dal punto di vista religioso le cose cambiano, ma i legami di sangue restano inalterati. Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.”
        (Fonte: https://www.jw.org/it/testimoni-di-geova/domande-frequenti/evitare-ogni-contatto/)
        La parte fondamentale, che Lei sembra ignorare, è: «Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono». Sa cosa significa questo in pratica? Significa che la vita quotidiana, le relazioni e le interazioni all’interno della famiglia continuano normalmente, escludendo la partecipazione spirituale congiunta.
        Questo è esattamente ciò che avviene e ciò che le pubblicazioni indicano da decenni, come Le ho già dimostrato facendo riferimento alla procedura già in corso dal 1964 e rimasta sostanzialmente invariata fino ad oggi.

        Niente da fare, Signor Gustavo. Persino una figura critica come il Sig. Politi non condividerebbe la Sua interpretazione, che appare onestamente come un palese errore di lettura da parte Sua.

        buona giornata

      2. Signor Gustavo,
        Lei ironizza sui miei 54 anni da Testimone di Geova, ma Le sfugge un punto cruciale: è proprio questa lunga esperienza diretta – la “vita vissuta” all’interno – che smentisce categoricamente la Sua interpretazione e, mi permetta di dire, evidenzia la Sua difficoltà nel comprendere correttamente un semplice testo.
        Ho visto con i miei occhi, diverse volte, mariti disassociati continuare a vivere sotto lo stesso tetto coniugale, conducendo una vita familiare del tutto normale nelle sue dinamiche quotidiane (pur con le note limitazioni sul piano spirituale), esattamente come indicato dalle procedure che stiamo discutendo e che Le ho già citato.
        Le Sue affermazioni suonano anacronistiche e rasentano la disinformazione. Il Suo errore di lettura è talmente palese che dubito persino un oppositore accanito (sì, anche quelli che Lei potrebbe definire “apostati”) convaliderebbe la Sua tesi, che sembra nascere semplicemente da un’incapacità di cogliere il senso chiaro di poche righe.
        Non è Lei che mi spinge a ripetermi; è la Sua ostinazione a non voler vedere l’evidenza che La porta a sentire sempre le stesse confutazioni.
        Buona giornata a Lei.
        PS:
        Ho postato un’altro commento prima di questo, aspetto che viene convalidato

  6. Sig. Angelo Serafino, lei continua a insistere che quell’articolo si riferisca esclusivamente ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto, ma le faccio notare che l’articolo ha lo scopo di spiegare che “i legami di sangue restano inalterati”.
    Parlando di legami di sangue è chiaro che non valgono solo se si vive nella stessa casa ma sussistono anche quando non si vive più nella stessa casa.
    Ecco perché non posso essere d’accordo la sua spiegazione.

    Faccia leggere questa risposta data sul vostro sito ad un prof. di italiano e vedrà che come minimo gli dirà che tale risposta è ambigua.

    1. Sig. Gustavo,

      Dal mio punto di vista, e basandomi sul contesto delle pubblicazioni che stiamo esaminando, le espressioni “vivere nella stessa casa” (come indicato in lv p. 208, par. 2) e “vivere sotto lo stesso tetto” (menzionato nel link JW che abbiamo consultato) sono usate come sinonimi per indicare la convivenza familiare. Non credo sia necessaria l’opinione di un professore per riconoscere questa equivalenza nel nostro specifico ambito di riferimento.

      D’altronde, se desidera un riferimento all’espressione “sotto lo stesso tetto”, le ricordo che già la Torre di Guardia del 15 gennaio 1964, a pagina 41, nell’articolo “Responsabilità familiari per mantenere pura l’adorazione di Geova”, affermava:
      “L’altra situazione è il caso in cui coloro che hanno buona reputazione vivono sotto lo stesso tetto del disassociato, cioè il disassociato fa parte della stessa cerchia familiare.”
      Questo dimostra come, già in passato, la terminologia “sotto lo stesso tetto” fosse usata specificamente nelle nostre pubblicazioni per indicare la convivenza fisica all’interno della “stessa cerchia familiare”.

      buona notte

      1. Sig. Angelo Serafino, nel suo ultimo commento vedo che lei continua a spostare l’attenzione su altri articoli sorvolando sul fatto che nell’articolo o risposta online non si usa né l’espressione “vivere nella stessa casa” e né l’espressione “vivere nella stessa casa”. Peraltro non ha nemmeno tenuto conto della frase chiave che ho evidenziato nel mio commento precedente e che è cruciale per comprendere che non ci si sta riferendo esclusivamente a persone che vivono insieme perché si vuole chiarire che “i legami di sangue restano inalterati”, e tali legami non decadono quando si va a vivere altrove.

        Ha sorvolato pure sul mio commento delle 09:47 in cui ho evidenziato l’altro problema che sorgerebbe qualora, ammesso e non concesso, questa risposta fosse realmente rivolta a coloro che vivono insieme.

        Mi sembra chiaro che quando si sente con le spalle al muro fa di tutto per non renderlo evidente, sorvolando o addirittura non rispondento a chi gli mette sotto gli occhi determinate cose che fanno molto pensare ( come quel link postato dal sig. Giuseppe).

        Buona notte.

  7. sig Gustavo
    Sono Testimone di Geova da 54 anni e conosco bene come queste direttive vengono comprese e applicate nella pratica, specialmente quando un marito viene disassociato e continua a vivere con la sua famiglia.

    La questione qui non è di mettere in dubbio l’onestà, ma di applicare la ragionevolezza alla comprensione del testo, considerando il contesto. Rileggiamo l’articolo dal sito:
    “Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? Dal punto di vista religioso le cose cambiano, ma i legami di sangue restano inalterati. Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.”

    Quando l’articolo parla di “vincolo coniugale” e di “normali rapporti familiari e affettivi” che “proseguono” tra marito, moglie e figli, dove pensa ragionevolmente che questi rapporti si svolgano se non principalmente all’interno dell’unità familiare, che tipicamente condivide la stessa abitazione? L’alternativa logica quale sarebbe? Sarebbe realistico pensare che avvengano “in mezzo alla strada”?

    Lei ipotizza forse che la disassociazione del marito implichi automaticamente il divorzio o la separazione fisica della famiglia? Se sì, su quale nostra pubblicazione basa questa idea? Nessuno ha mai sostenuto una cosa simile, neanche l’acerrimo oppositore Sig. Politi.

    Tuttavia, per dimostrarle che l’organizzazione è chiara su questo punto e per smentire l’idea menzionata dal Sig. Politi che chi studia non sia informato sulla disassociazione, le cito direttamente dal manuale usato per l’istruzione prima del battesimo, ‘Come rimanere nell’amore di Dio’:”

    *** lv p. 208 par. 2 Come comportarsi con chi è disassociato ***
    In certi casi il disassociato fa parte dell’immediata cerchia familiare e vive nella stessa casa. Poiché la disassociazione non pone fine ai vincoli familiari, le attività e i rapporti quotidiani tra i membri della famiglia possono continuare. Tuttavia, con il suo comportamento il disassociato ha scelto di troncare il legame spirituale che lo univa alla famiglia. Pertanto i familiari leali a Dio non hanno più con lui rapporti di natura spirituale. Per esempio, anche se fosse presente quando la famiglia si riunisce per lo studio della Bibbia, non vi prenderebbe parte attiva. Se invece viene disassociato un minorenne, i genitori hanno ancora la responsabilità di istruirlo e disciplinarlo. Perciò i genitori amorevoli potrebbero disporre di tenere con lui uno studio biblico. — Proverbi 6:20-22; 29:17.

    Come vede, Sig. Gustavo, questo passo dal nostro manuale di studio specifica in modo inequivocabile la situazione del disassociato che “vive nella stessa casa”. Esso conferma esattamente quanto le dicevo: in questo caso, le attività e i rapporti quotidiani familiari possono continuare , mentre sono le interazioni spirituali a cessare.

    buona sera

  8. Sig Gustavo

    Lei dice:
    “lei afferma che si riferisce a ” un familiare disassociato che vive sotto lo stesso tetto”.
    Le posto il link di tale articolo così potrà vedere con i suoi occhi che non viene specificato quello che lei afferma: https://www.jw.org/it/testimoni-di-geova/domande-frequenti/evitare-ogni-contatto/

    Il link da lei invitato a leggere dice che i Testimoni di Geova:
    1) Non evitano chi smette di praticare, anzi cercano il contatto.
    2) Disassociano solo per gravi errori senza pentimento, basandosi sulla Bibbia.
    3 Mantengono i legami familiari e coniugali con i disassociati.
    4) Permettono a qualsiasi disassociato di frequentare le adunanze e ricevere aiuto spirituale.
    5) Mirano al reintegro di chi abbandona la condotta sbagliata e desidera tornare.

    La sola domanda dell’articolo aiuta a comprendere:: ‘Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova?’. Questo scenario evoca immediatamente la situazione più comune e diretta: quella di una famiglia nucleare. Sebbene possano esistere casi di coppie separate, il riferimento esplicito al ‘vincolo coniugale’ e ai ‘rapporti familiari e affettivi’ che ‘proseguono’ punta fortemente, in questo contesto, alla dinamica di una famiglia che continua a esistere come unità. Questa descrizione si adatta in modo molto naturale alla situazione di familiari che vivono tipicamente sotto lo stesso tetto, dove tali rapporti quotidiani sono inevitabili.”

    cordiali saluti

    continua….

    1. Buonasera sig. Angelo Serafino, se l’articolo si riferisse esclusivamente ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto perché non lo dovrebbe dire chiaramente?
      Premesso che il sito è rivolto principalmente a chi non è tdG, ora una persona che non conosce i tdG e che gli capita di leggere questo articolo capirà che ci si sta riferendo ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto?

      Suvvia, cerchiamo di essere onesti!

      1. sig Gustavo
        Sono Testimone di Geova da 54 anni e conosco bene come queste direttive vengono comprese e applicate nella pratica, specialmente quando un marito viene disassociato e continua a vivere con la sua famiglia.

        La questione qui non è di mettere in dubbio l’onestà, ma di applicare la ragionevolezza alla comprensione del testo, considerando il contesto. Rileggiamo l’articolo dal sito:
        “Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? Dal punto di vista religioso le cose cambiano, ma i legami di sangue restano inalterati. Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.”

        Quando l’articolo parla di “vincolo coniugale” e di “normali rapporti familiari e affettivi” che “proseguono” tra marito, moglie e figli, dove pensa ragionevolmente che questi rapporti si svolgano se non principalmente all’interno dell’unità familiare, che tipicamente condivide la stessa abitazione? L’alternativa logica quale sarebbe? Sarebbe realistico pensare che avvengano “in mezzo alla strada”?

        Lei ipotizza forse che la disassociazione del marito implichi automaticamente il divorzio o la separazione fisica della famiglia? Se sì, su quale nostra pubblicazione basa questa idea? Nessuno ha mai sostenuto una cosa simile, neanche l’acerrimo oppositore Sig. Politi.

        Tuttavia, per dimostrarle che l’organizzazione è chiara su questo punto e per smentire l’idea menzionata dal Sig. Politi che chi studia non sia informato sulla disassociazione, le cito direttamente dal manuale usato per l’istruzione prima del battesimo, ‘Come rimanere nell’amore di Dio’:”

        *** lv p. 208 par. 2 Come comportarsi con chi è disassociato ***
        In certi casi il disassociato fa parte dell’immediata cerchia familiare e vive nella stessa casa. Poiché la disassociazione non pone fine ai vincoli familiari, le attività e i rapporti quotidiani tra i membri della famiglia possono continuare. Tuttavia, con il suo comportamento il disassociato ha scelto di troncare il legame spirituale che lo univa alla famiglia. Pertanto i familiari leali a Dio non hanno più con lui rapporti di natura spirituale. Per esempio, anche se fosse presente quando la famiglia si riunisce per lo studio della Bibbia, non vi prenderebbe parte attiva. Se invece viene disassociato un minorenne, i genitori hanno ancora la responsabilità di istruirlo e disciplinarlo. Perciò i genitori amorevoli potrebbero disporre di tenere con lui uno studio biblico. — Proverbi 6:20-22; 29:17.

        Come vede, Sig. Gustavo, questo passo dal nostro manuale di studio specifica in modo inequivocabile la situazione del disassociato che “vive nella stessa casa”. Esso conferma esattamente quanto le dicevo: in questo caso, le attività e i rapporti quotidiani familiari possono continuare , mentre sono le interazioni spirituali a cessare.

        buona sera

    2. E ammesso e non concesso che quella risposta si riferisca ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto, devo aggiungere che ommette di specifare che una volta che i figli si sposeranno e andranno via da casa dovranno attenersi a quello che si legge nella rivista del 2017 che dice ” DOBBIAMO EVITARE CONTATTI NON NECESSARI CON UN FAMILIARE DISASSOCIATO ATTRAVERSO TELEFONATE, MESSAGGI, LETTERE, E-MAIL O SOCIAL NETWORK”.

      Le ricordo che ommettere volontariamente di specificare qualcosa non indifferente equivale a dire una bugia.

      E leggendo quell’articolo che il sig. Giuseppe ha postato sul tema dei prestiti annullati, apparentemente, con la relativa circolare che annunciava questo provvedimento fasullo, non esito a dirle che c’è poca schiettezza da parte dei vertici che dirigono l’organizzazione a cui appartiene.

      Buona notte.

    3. E ammesso e non concesso che quella risposta si riferisca ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto, devo aggiungere che ommette di specifare che una volta che i figli si sposeranno e andranno via da casa dovranno attenersi a quello che si legge nella rivista del 2017 che dice ” DOBBIAMO EVITARE CONTATTI NON NECESSARI CON UN FAMILIARE DISASSOCIATO ATTRAVERSO TELEFONATE, MESSAGGI, LETTERE, E-MAIL O SOCIAL NETWORK”.

      Le ricordo che ommettere volontariamente di specificare qualcosa non indifferente equivale a dire una bugia.

      E leggendo quell’articolo che il sig. Giuseppe ha postato sul tema dei prestiti annullati, apparentemente, con la relativa circolare che annunciava questo provvedimento fasullo, non esito a dirle che c’è poca schiettezza da parte dei vertici che dirigono l’organizzazione a cui appartiene.

      Buona notte.

  9. Sig. Gustavo,

    A quanto pare, per farle capire le cose, bisogna ripeterle. Dico questo perché le questioni sono già state spiegate. La invito a rileggere e a fare quello che non ha fatto fino a questo momento: confutarle.

    10 Aprile 2025 alle 12:38 AM (La Corte d’Appello norvegese e la questione di 1 Corinzi 5 esaminata dai giudici)
    10 Aprile 2025 alle 11:48 PM
    13 Aprile 2025 alle 10:53 PM

    Vediamo di chiarire ancora una volta la differenza tra le due citazioni che lei continua a mettere sullo stesso piano, ignorandone i contesti distinti.
    La prima citazione (dal sito):

    “Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? […] Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.”

    Questo caso è specifico: parla di un familiare disassociato che vive sotto lo stesso tetto. Un marito, una moglie, un figlio che continua a vivere in casa. È chiaro? Credo che non serva che faccia un disegnino. Il matrimonio continua, la vita quotidiana in casa prosegue. Cambia l’aspetto religioso, ma la convivenza e le necessità familiari restano. I “normali rapporti familiari” si riferiscono a questo scenario di vita comune.

    La seconda citazione (dalla Torre di Guardia w17):
    “DOBBIAMO EVITARE CONTATTI NON NECESSARI CON UN FAMILIARE DISASSOCIATO ATTRAVERSO TELEFONATE, MESSAGGI, LETTERE, E-MAIL O SOCIAL NETWORK.”
    Questo si riferisce chiaramente a un familiare disassociato che vive altrove. Non nella stessa casa. Per capirci: uno vive a Milano, l’altro a Siracusa. È qui che si applica il principio di limitare i contatti non necessari, specialmente quelli di tipo sociale o tramite mezzi di comunicazione a distanza (telefono, email, social).
    La differenza è lampante:
    Caso 1: Conviventi. La vita quotidiana impone interazioni continue.
    Caso 2: Non conviventi. Si limitano i contatti non necessari a distanza.
    Davvero pensa che la direttiva di evitare telefonate, messaggi o email non necessari sia pensata per persone che si vedono a colazione, pranzo e cena nella stessa casa? O riesce a cogliere che si tratta di due situazioni distinte con indicazioni diverse?

    saluti

    1. Buona sera sig.Angelo Serafino, lei scrive che la Corte Norvegese ha riconosciuto che la disassociazione di un familiare che vive altrove non recide i legami in modo assoluto. Siccome non ho mai affermato il contrario, penso che non ci sia nulla da confutare.

      Concordo con lei che la seconda citazione è riferita “a un familiare disassociato che vive altrove”, ma non concordo quando, riferendosi alla citazione che si trova nel sito ufficiale, lei afferma che si riferisce a ” un familiare disassociato che vive sotto lo stesso tetto”.
      Le posto il link di tale articolo così potrà vedere con i suoi occhi che non viene specificato quello che lei afferma: https://www.jw.org/it/testimoni-di-geova/domande-frequenti/evitare-ogni-contatto/

      Ritornando a quel paragrafo della rivista ha compreso che quello che raccontano i tanti ex tdG che vivono altrove non è altro che quello che la vostra organizzazione pretende che i familiare facciano nei loro confronti?

      Saluti

      1. Sig. Gustavo,
        Lei dice:
        “lei afferma che si riferisce a ” un familiare disassociato che vive sotto lo stesso tetto”.
        Le posto il link di tale articolo così potrà vedere con i suoi occhi che non viene specificato quello che lei afferma: https://www.jw.org/it/testimoni-di-geova/domande-frequenti/evitare-ogni-contatto/

        lei insiste che non si parli del “tetto coniugale”
        L’articolo comunque chiarisce che i Testimoni di Geova:

        1)Non evitano chi smette di praticarela religione , non frequentandola, anzi cercano il contatto.
        2)Disassociano solo per gravi errori senza pentimento, basandosi sulla Bibbia.
        3)Mantengono i legami familiari e coniugali con i disassociati.
        4)Permettono ai disassociati di frequentare le funzioni e ricevere aiuto spirituale.
        5)Mirano al reintegro di chi abbandona la condotta sbagliata e desidera tornare.

        La domanda specifica posta dall’articolo è: ‘Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova?’. Questo scenario evoca immediatamente la situazione più comune e diretta: quella di una famiglia nucleare. Sebbene possano esistere casi di coppie separate, il riferimento esplicito al ‘vincolo coniugale’ e ai ‘rapporti familiari e affettivi’ che ‘proseguono’ punta fortemente, in questo contesto, alla dinamica di una famiglia che continua a esistere come unità. Questa descrizione si adatta in modo molto naturale alla situazione di familiari che vivono tipicamente sotto lo stesso tetto, dove tali rapporti quotidiani sono inevitabili.”

        saluti cordiali

        continua….

      2. Sig Gustavo

        Lei mi dice:
        “lei afferma che si riferisce a ” un familiare disassociato che vive sotto lo stesso tetto”.
        Le posto il link di tale articolo così potrà vedere con i suoi occhi che non viene specificato quello che lei afferma: https://www.jw.org/it/testimoni-di-geova/domande-frequenti/evitare-ogni-contatto/

        Comunque l’articolo chiarisce che i Testimoni di Geova:
        1) Non evitano chi smette di praticare, anzi cercano il contatto.
        2) Disassociano solo per gravi errori senza pentimento, basandosi sulla Bibbia.
        3 Mantengono i legami familiari e coniugali con i disassociati.
        4) Permettono a qulsiasi disassociato di frequentare le adunanze e ricevere aiuto spirituale.
        5) Mirano al reintegro di chi abbandona la condotta sbagliata e desidera tornare.

        La sola domanda dell’articolo fa comprendere la risposta: ‘Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova?’. Questo scenario evoca immediatamente la situazione più comune e diretta: quella di una famiglia nucleare. Sebbene possano esistere casi di coppie separate, il riferimento esplicito al ‘vincolo coniugale’ e ai ‘rapporti familiari e affettivi’ che ‘proseguono’ punta fortemente, in questo contesto, alla dinamica di una famiglia che continua a esistere come unità. Questa descrizione si adatta in modo molto naturale alla situazione di familiari che vivono tipicamente sotto lo stesso tetto, dove tali rapporti quotidiani sono inevitabili.”

        cordiali saluti

        continua…

      3. Sig Gustavo
        Lei scrive:
        “lei afferma che si riferisce a ” un familiare disassociato che vive sotto lo stesso tetto”.
        Le posto il link di tale articolo così potrà vedere con i suoi occhi che non viene specificato quello che lei afferma: https://www.jw.org/it/testimoni-di-geova/domande-frequenti/evitare-ogni-contatto/

        Il link da lei invitato a leggere dice che i Testimoni di Geova:
        1) Non evitano chi smette di praticare, anzi cercano il contatto.
        2) Disassociano solo per gravi errori senza pentimento, basandosi sulla Bibbia.
        3 Mantengono i legami familiari e coniugali con i disassociati.
        4) Permettono a qulsiasi disassociato di frequentare le adunanze e ricevere aiuto spirituale.
        5) Mirano al reintegro di chi abbandona la condotta sbagliata e desidera tornare.

        La sola domanda dell’articolo aiuta a comprendere:: ‘Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova?’. Questo scenario evoca immediatamente la situazione più comune e diretta: quella di una famiglia nucleare. Sebbene possano esistere casi di coppie separate, il riferimento esplicito al ‘vincolo coniugale’ e ai ‘rapporti familiari e affettivi’ che ‘proseguono’ punta fortemente, in questo contesto, alla dinamica di una famiglia che continua a esistere come unità. Questa descrizione si adatta in modo molto naturale alla situazione di familiari che vivono tipicamente sotto lo stesso tetto, dove tali rapporti quotidiani sono inevitabili.”

        cordiali saluti

        continua….

  10. “E poi come si fa dire…..”… Gustavo, Gustavo, eppure dovrebbe saperlo già: la cosa importante non è quello che sta scritto nel testo biblico (che in ogni caso bisognerebbe analizzarlo filologicamente e glottologicamente nella lingua in cui è stato scritto e rapportarlo all’ambiente ideologico e storico in cui è stato prodotto), bensì quello che i capi WTS dicono in merito a come bisogna interpretarlo. Né più né meno di quanto fanno tutti gli “autoproclamati procuratori umani” (frase della Molinari che mi è piaciuta molto, ndr) della “parola di Dio” che, a sua volta, è inchiostro su carta messoci da uomini.

    L’angelo sublime Serafino la porterà in volo attraverso l’orbita terrestre, e anche oltre, finchè lei gli farà domande: così facendo, come ho già scritto, il serafico Serafino sta accumulando tesori immensi presso Geova e sta rafforzando la salute spirituale della sua famiglia, nonché la fortezza della speranza di vita eterna che lo difende dai problemi della società umana, dalla sofferenza e dalla morte. E’ programmato per fare quello che sta facendo. Fuori da lì per lui c’è solo abisso sconosciuto. Questa è la sua realizzazione di personalità che, ovviamente, crede sia la miglior forma di comportamento umano possibile. Migliore anche di quello di Mattarella o della Meloni, anche se né il Serafino, né i capi CCTdG hanno il coraggio di ammettere ciò davanti a Mattarella e/o Meloni e neanche davanti al sindaco del loro Comune di residenza: l’alta saggezza insegnata dalla “verità” torreguardiana è infatti il bisbiglio riparato dalle dichiarazioni da pubblica piazza (come insegnano la vicenda di Zona Bianca e i comunicati anonimi beteliti in luogo di un pubblico e trasparente confronti diretto).

    Dunque. Che vuole ancora da lui caro Gustavo? Ripeto, vuole forse che l’alato Serafino o altri come lui risolvano la questione dell’”ostracismo”? Non lo possono fare nemmeno i vari Comodi, Andreotti e compagnia cardinalizia della betel romana (non ancora bolognese). Tutto ruota attorno al mantenimento dello status giuridico della Section 501(c)(3) del codice tributario degli USA. La vera volontà di Geova si trova lì….

  11. Buonasera sig. Angelo Serafino, quando parlo di coscienza in relazione al passo di Corinti non sto negando che Paolo stia dando un comando a cui i cristiani devono attenersi. Parlo di lasciare libertà di coscienza ai familiari che hanno un parente non più tdG perché tale verso non dice né “eccetto il padre, la madre …..” e nemmeno “compreso il padre, la madre….”.
    Ripeto, il verso non è così esplicito come vuole fare intendere lei/voi, però capisco che sia normale difendere a tutti i costi gli insegnamenti che gli hanno inculcato chissà da quanto tempo, mentre da parte mia mi limito a fare risaltare solo quello che traspare dal versetto, senza spingermi oltre con interpretazione dubbie. Inoltre ribadisco che non abbiamo altri versi che chiariscono meglio il punto che stiamo discutendo. Ecco perché ho citato la scrittura in cui siamo messi in guardia dal “non andare oltre ciò che è scritto”.

    Solo Paolo sa esattamente cosa intendeva dire effettivamente ai corinti.
    Gli ho già detto che mi sono concentrato su questa scrittura perché trovo disumano il modo in cui l’applicate in relazione ai familiari.

    La saluto.

    1. “Caro Sig. Gustavo,
      Comprendo che la Sua obiezione riguardo all’applicazione di 1 Corinzi 5:11 ai familiari rimanga la stessa, e forse abbiamo esaurito gli argomenti scritturali diretti su questo specifico punto senza raggiungere un accordo. Rischieremmo di ripeterci riguardo al diretto significato del testo.

      Capisco sinceramente la Sua preoccupazione riguardo all’impatto umano di questa pratica, che Lei definisce “disumana”. Tuttavia, permetta di suggerire che tale percezione possa essere talvolta influenzata da narrazioni provenienti da fonti critiche o da oppositori dichiarati.

      È naturale che chi si oppone a un gruppo ne presenti le pratiche nella luce peggiore.
      A volte, come Lei forse intuisce, queste critiche si basano sull’amplificazione di situazioni particolari o isolate (quella che potremmo chiamare la ‘mosca bianca’), presentandole come se fossero rappresentative della norma e ignorando così il quadro generale o le motivazioni profonde. Per una visione più completa, potrebbe essere utile considerare anche le analisi di studiosi esterni che hanno esaminato il nostro gruppo e le dinamiche sociali al suo interno, come Massimo Introvigne o Raffaella Di Marzio, o persino l’esito di contenziosi legali come l’ultimo della Norvegia

      A questo proposito, trovo interessante una riflessione (non specificamente su di noi, ma sul fenomeno in generale) fatta da Vittorio Messori riguardo alla valutazione delle testimonianze critiche:
      “Ci sono addirittura degli “ex” di professione, sempre intervistati su qualunque giornale e tv. […] Nel mio lavoro di giornalista, non mi sono mai fidato né di questi né di altri pentiti: per esempio, dei gruppi, assai affollati, di ex-geovisti […] Non occorre essere psicologi per comprendere il perché di una doverosa diffidenza: chi ha abbandonato una strada, magari una vocazione, un ideale, deve giustificarsi davanti a se stesso e al prossimo, ha bisogno di aumentare la responsabilità degli altri per diminuire la propria, per contrastare il senso di colpa che cova, magari nell’inconscio e che in qualche caso è devastante. Non mi azzardo oltre in questi intrighi emotivi. Volevo solo avvertire, sulla base della esperienza: qualunque realtà discussa contestata dobbiate giudicare, non fatelo prendendo sul serio sempre e solo le testimonianze, magari impressionanti, di chi se ne è andato.”
      -fine della citazione-
      Questa riflessione sottolinea la complessità nel valutare testimonianze che possono nascere da vissuti personali difficili ,Infine, tornando alla percezione di “durezza”, la Bibbia stessa parla della disciplina divina in termini che potrebbero suonare forti all’orecchio moderno, ma la inquadra come un atto d’amore finalizzato alla correzione. Lei stesso potrebbe consultare, ad esempio, Ebrei 12:5-6 nella Sua versione Riveduta (2020):
      “Figlio mio, non fare poca stima della disciplina del Signore, e non ti perdere d’animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge colui che egli ama, e flagella ogni figlio che egli gradisce”.
      Questo passo ci ricorda che la correzione, anche quando severa (“flagella”), è vista nelle Scritture come una manifestazione dell’amore e della cura paterna di Dio, finalizzata al bene spirituale a lungo termine. È in questa luce che cerchiamo di comprendere e applicare anche il comando in 1 Corinzi 5, vedendolo non come una punizione fine a se stessa, ma come una misura disciplinare necessaria e, secondo i principi divini, fondamentalmente amorevole, per quanto difficile possa essere.
      La saluto cordialmente,
      Angelo Serafino

      1. Buongiorno sig. Angelo Serafino, quando ho usato il termine ” disumano” mi sono fatto influenzare da quello che si legge sulle vostre pubblicazione. Per esempio, sul vostro sito, rispondendo ad una domanda si afferma: ” «Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? Dal punto di vista religioso le cose cambiano, ma i legami di sangue restano inalterati. Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.»

        Quindi “I NORMALI RAPPORTI FAMILIARI E AFFETTIVI PROSEGUONO”.
        Eppure in una vostra recente rivista si legge:

        «Rispettiamo la disciplina di Geova. Anche se in un primo momento può causare dolore, la disciplina di Geova produce i migliori risultati a lungo termine per tutti, compreso il trasgressore. (Leggi Ebrei 12:11.) Geova, ad esempio, ci comanda di ‘cessar di mischiarci in compagnia’ di peccatori che non si pentono (1 Cor. 5:11-13). Anche se questo potrebbe farci soffrire, DOBBIAMO EVITARE CONTATTI NON NECESSARI CON UN FAMILIARE DISASSOCIATO ATTRAVERSO TELEFONATE, MESSAGGI, LETTERE, E-MAIL O SOCIAL NETWORK. (Fonte: w17 ottobre p. 16 “La verità non porta pace, ma spada”).

        Il punto non è quello che affermano gli ex ma quello che si legge sulle vostre stesse pubblicazioni. Gli ex tdG non fanno altro che confermare che i loro familiari stanno attuando questo paragrafo nei rapporti con lui/lei.

        E poi come si fa dire sul sito che “I NORMALI RAPPORTI FAMILIARI E AFFETTIVI PROSEGUONO” quando una vostra afferma l’opposto scrivendo ” DOBBIAMO EVITARE CONTATTI NON NECESSARI CON UN FAMILIARE DISASSOCIATO ATTRAVERSO TELEFONATE, MESSAGGI, LETTERE, E-MAIL O SOCIAL NETWORK”?

        Buona giornata.

  12. Caro Sig Gustavo
    il weekend da lei augurato è andato oltre le aspettative con picchi di presenza -alla commemorazione- superiori rispetto agli anni precedenti .

    Apprezzo il Suo richiamo all’importanza della coscienza individuale nel prendere decisioni, specialmente in materie delicate come i rapporti familiari.

    Tuttavia, il punto cruciale qui è distinguere tra situazioni in cui le Scritture sono silenti o offrono principi generali che richiedono discernimento personale (si pensi ad esempio alle questioni trattate in 1 Corinti 10:23-31), e situazioni in cui forniscono un’indicazione o un comando specifico, seppur espresso in termini generali.

    È significativo notare che nella stessa lettera ai Corinti, Paolo usa entrambi gli approcci: lascia spazio alla coscienza in capitolo 10, ma dà un comando diretto in capitolo 5. Nel caso di 1 Corinti 5:11, quindi, non ci troviamo di fronte a un silenzio biblico o a una mera questione di coscienza. Abbiamo un’istruzione chiara e diretta da parte dell’apostolo Paolo: “smettere di stare in compagnia” sociale e volontaria con chi, pur identificandosi come “fratello”, persiste impenitentemente in gravi peccati specificati. È un comando, non un suggerimento.

    Il fatto che questo comando sia espresso in termini generali (“chi è chiamato fratello”, “smettere di stare in compagnia”, “non mangiando nemmeno”) non lo rende meno vincolante né lo relega automaticamente al regno della coscienza individuale per decidere se applicarlo o meno.

    Piuttosto, la sua generalità suggerisce un’applicazione ampia a tutte le forme di frequentazione sociale volontaria che scegliamo attivamente.
    La sfida che sentiamo, quindi, non è quella di riempire un vuoto lasciato dalle Scritture, ma quella di applicare fedelmente l’indicazione che le Scritture hanno fornito. Usare la coscienza per creare eccezioni non menzionate nel testo (come una distinzione basata sul grado di parentela non convivente) rischierebbe di annacquare o limitare la portata del comando divino, andando di fatto “oltre ciò che è scritto” (1 Corinzi 4:6) introducendo una clausola che Paolo non ha inserito

    Spero che questa nostra conversazione possa aver contribuito a chiarire, a chi eventualmente ci sta leggendo, che le nostre pratiche non sono frutto di invenzioni personali, ma derivano da uno sforzo sincero di comprendere e applicare ciò che leggiamo nelle Scritture.

    Lei giustamente solleva un punto cruciale che forse merita enfasi finale: la netta distinzione che Paolo stesso fa. Da un lato, c’è il nostro dovere cristiano, come fece Gesù, di avvicinarci e aiutare persone del mondo che magari praticano cose errate – prostitute, ladri, ubriaconi, idolatri (come menzionato in 1 Corinzi 5:9-10). Paolo chiarisce che se dovessimo evitare queste persone, dovremmo letteralmente “uscire dal mondo”! Anzi, la speranza è proprio che, come dice Paolo in 1 Corinzi 6:11, alcuni di loro possano essere ‘lavati, santificati e dichiarati giusti’ , con un positivo impatto sul tessuto sociale quando avviene un cambiamento in meglio.

    Questo è il cuore dell’opera di predicazione e aiuto che noi offriamo .
    Dall’altro lato, c’è la situazione completamente diversa descritta in 1 Corinzi 5:11: quella di una persona che è già “chiamata fratello”, che fa parte della congregazione cristiana, ma che sceglie di praticare impenitentemente proprio quei gravi peccati dai quali era stato forse “lavato”.

    È per questo specifico caso– il “fratello” impenitente – che Paolo dà il comando: “smettete di stare in compagnia […] non mangiando nemmeno con una persona del genere”.

    Purtroppo, come avverte Pietro, a volte accade che qualcuno, dopo essere stato “lavato”, torni indietro, come “il cane al proprio vomito” o “la scrofa lavata a rotolarsi nel fango” (2 Pietro 2:21-22).

    Quando questo avviene e la persona rifiuta ostinatamente la correzione e il pentimento, l’allontanamento dalla congregazione (la disassociazione) diventa una misura necessaria, basata sul comando di Paolo, per proteggere la purezza spirituale della congregazione e, in ultima analisi, anche nella speranza che questo possa portare l’errante a riflettere seriamente.

    Le auguro un sereno periodo

    Angelo Serafino

    PS:
    Permetta un’ultima considerazione. Trovo singolare che il nostro scambio, iniziato da Lei che si definisce non affiliato a nessuna religione, si sia concentrato così intensamente non sulla validità intrinseca di 1 Corinzi 5:11, ma sulla nostra specifica applicazione di questo passo – un precetto che prendiamo seriamente. Mi sorge spontanea una domanda: non le sembra curioso che Lei, da osservatore esterno, dedichi così tanta attenzione a queste sottili sfumature pratiche, riconoscendone implicitamente il peso, anziché rivolgere la Sua critica verso coloro che, nel panorama religioso, negano l’autorità di tale Scrittura o la ignorano apertamente? Sembrerebbe che, nel contestare i dettagli del nostro tentativo di obbedienza, Lei stia paradossalmente offrendo una sorta di tacita approvazione alla completa inosservanza di diverse fedi religiose.

  13. La scomunica TDG seguirà il corso della scomunica cattolica. Si estinguerà. I TDG sono solo in ritardo di qualche secolo. Imitano la chiesa cattolica del medioevo. Gli adepti solo solo pecore da tosare. Faranno di tutto per non perdere la lana che possono accumulare usando la scomunica e la propaganda WT come deterrente all’esodo di massa.

  14. Massì cara sig.ra Elena Molinari, la WTS si aggrappa a tutti i gruppi politicamente e socialmente reazionari se tornano utili a perorare la propria esistenza: creazionisti, fondamentalisti, ultra-clericalisti, crociati contro i LGBTQIA+ ecc. Così come si ricorre agli opposti se serve. Si va dall’andare al CNR a sentire il Legionario di Cristo De Mattei (vicepresidente del CNR) che rilancia il creazionismo alla conferenza stampa con i senatori del PD per denunciare la persecuzione di Putin. La WTS si muove come un mercante che si vende a chi le può portare aiuto per i propri fini organizzativi. Ci sono stato oltre 30 anni in quell’organizzazione. Da nominato “importante”. Conosco il modus operandi e il modus mentis.

    Cari Otto, Gustavo et al. Cosa date da mangiare al fratello Serafino!….Gli state dando l’opportunità di accumulare ricchezze presso Geova con le riposte che vi dà….Lui è così: fa parte dei soldatini CCTdG/WTS che ottusamente difendono (e glissano su talune questioni) l’organizzazione. Per lui questo è garanzia di stabilità familiare, personale e difesa verso la società la sofferenza e la morte.
    Ma poi che vi aspettate? Tutto dipende dai capi americani! Nemmeno dai CO e nemmeno dai capi della CCTdG che sono solo proconsoli temporanei.
    Otto, vuoi davvero ottenere una “riforma” sull’ostracismo da Serafino???? Per favore, dai! Quel disgraziato non può fare nulla di più di scrivere quello che scrive. E poi guardate i capi della CCTdG verso Zona Bianca: scappano via dal confronto. E allora che pretendete dal povero Serafino?

    Sorelle, avanti, domani c’è la Commemorazione, tutte dal parrucchiere! Domani, giovani TdG, c’è la gran giornata mondana del post-Commemorazione che il mondo vi invidia…

    Sorelle, ballate come la sorella Serena Williams: gambe all’aria e negli eventi pagani! Potete farlo! Sfidate i nominati a spiegare perché la Serena sì e voi no:
    https://www.reddit.com/r/popculturechat/comments/1ilvau6/serena_williams_crip_walking_to_not_like_us/

    Comunque, se si vuole creare problemi alla CCTdG/WTS si portano le questioni nelle pubbliche piazze, nei consigli comunali, regionali, nelle prefetture, nelle procure (non volete forse una legge dello Stato che “obblighi i familiari e gli amici nella verità a frequentare i fuoriusciti”? E se rifiutano di farlo lo stesso? Li dovete portare in tribunale o no? Ecco perché trovo ridicolo la proposta di legge), si chiamano per nomi e cognomi di proconsoli della filiale italiane della WTS. Non vedete che è bastata una trasmissione trash come Zona Bianca a creare scompiglio persino a New York che hanno mandato lo Snyder? non negli intersizi internettiani. Che volete ottenere dai “Serafini”?

    1. Buongiorno sig. Angelo Serafino, come gli ho già detto, è vero che non leggiamo “a meno che ……..”, ma è anche vero che non dice in modo esplicito quello che pensa lei. Peraltro non abbiamo altri versi scritti da Paolo o da qualcun altro che ci danno la certezza del modo in cui i parenti devono relazionarsi con il proprio familiare disassociato. Questo rende chiaro che non è mia volontà affermare con certezza la mia tesi a discapito della sua, ma ho solo voluto far risaltare che nel dubbio è sempre meglio lasciare decidere alla coscienza dei familiare se sia il caso di continuare a mangiare con il parente non più tdG.

      Buon weekend.

      1. Caro Sig Gustavo
        il weekend da lei augurato è andato oltre le aspettative con picchi di presenza -alla commemorazione- superiori rispetto agli anni precedenti .

        Apprezzo il Suo richiamo all’importanza della coscienza individuale nel prendere decisioni, specialmente in materie delicate come i rapporti familiari.

        Tuttavia, il punto cruciale qui è distinguere tra situazioni in cui le Scritture sono silenti o offrono principi generali che richiedono discernimento personale (si pensi ad esempio alle questioni trattate in 1 Corinti 10:23-31), e situazioni in cui forniscono un’indicazione o un comando specifico, seppur espresso in termini generali.

        È significativo notare che nella stessa lettera ai Corinti, Paolo usa entrambi gli approcci: lascia spazio alla coscienza in capitolo 10, ma dà un comando diretto in capitolo 5. Nel caso di 1 Corinti 5:11, quindi, non ci troviamo di fronte a un silenzio biblico o a una mera questione di coscienza. Abbiamo un’istruzione chiara e diretta da parte dell’apostolo Paolo: “smettere di stare in compagnia” sociale e volontaria con chi, pur identificandosi come “fratello”, persiste impenitentemente in gravi peccati specificati. È un comando, non un suggerimento.

        Il fatto che questo comando sia espresso in termini generali (“chi è chiamato fratello”, “smettere di stare in compagnia”, “non mangiando nemmeno”) non lo rende meno vincolante né lo relega automaticamente al regno della coscienza individuale per decidere se applicarlo o meno.

        Piuttosto, la sua generalità suggerisce un’applicazione ampia a tutte le forme di frequentazione sociale volontaria che scegliamo attivamente.
        La sfida che sentiamo, quindi, non è quella di riempire un vuoto lasciato dalle Scritture, ma quella di applicare fedelmente l’indicazione che le Scritture hanno fornito. Usare la coscienza per creare eccezioni non menzionate nel testo (come una distinzione basata sul grado di parentela non convivente) rischierebbe di annacquare o limitare la portata del comando divino, andando di fatto “oltre ciò che è scritto” (1 Corinzi 4:6) introducendo una clausola che Paolo non ha inserito

        Spero che questa nostra conversazione possa aver contribuito a chiarire, a chi eventualmente ci sta leggendo, che le nostre pratiche non sono frutto di invenzioni personali, ma derivano da uno sforzo sincero di comprendere e applicare ciò che leggiamo nelle Scritture.

        Lei giustamente solleva un punto cruciale che forse merita enfasi finale: la netta distinzione che Paolo stesso fa. Da un lato, c’è il nostro dovere cristiano, come fece Gesù, di avvicinarci e aiutare persone del mondo che magari praticano cose errate – prostitute, ladri, ubriaconi, idolatri (come menzionato in 1 Corinzi 5:9-10). Paolo chiarisce che se dovessimo evitare queste persone, dovremmo letteralmente “uscire dal mondo”! Anzi, la speranza è proprio che, come dice Paolo in 1 Corinzi 6:11, alcuni di loro possano essere ‘lavati, santificati e dichiarati giusti’ , con un positivo impatto sul tessuto sociale quando avviene un cambiamento in meglio.

        Questo è il cuore dell’opera di predicazione e aiuto che noi offriamo .
        Dall’altro lato, c’è la situazione completamente diversa descritta in 1 Corinzi 5:11: quella di una persona che è già “chiamata fratello”, che fa parte della congregazione cristiana, ma che sceglie di praticare impenitentemente proprio quei gravi peccati dai quali era stato forse “lavato”.

        È per questo specifico caso– il “fratello” impenitente – che Paolo dà il comando: “smettete di stare in compagnia […] non mangiando nemmeno con una persona del genere”.

        Purtroppo, come avverte Pietro, a volte accade che qualcuno, dopo essere stato “lavato”, torni indietro, come “il cane al proprio vomito” o “la scrofa lavata a rotolarsi nel fango” (2 Pietro 2:21-22).

        Quando questo avviene e la persona rifiuta ostinatamente la correzione e il pentimento, l’allontanamento dalla congregazione (la disassociazione) diventa una misura necessaria, basata sul comando di Paolo, per proteggere la purezza spirituale della congregazione e, in ultima analisi, anche nella speranza che questo possa portare l’errante a riflettere seriamente.

        Le auguro un sereno periodo

        Angelo Serafino

        PS:
        Permetta un’ultima considerazione. Trovo singolare che il nostro scambio, iniziato da Lei che si definisce non affiliato a nessuna religione, si sia concentrato così intensamente non sulla validità intrinseca di 1 Corinzi 5:11, ma sulla nostra specifica applicazione di questo passo – un precetto che prendiamo seriamente. Mi sorge spontanea una domanda: non le sembra curioso che Lei, da osservatore esterno, dedichi così tanta attenzione a queste sottili sfumature pratiche, riconoscendone implicitamente il peso, anziché rivolgere la Sua critica verso coloro che, nel panorama religioso, negano l’autorità di tale Scrittura o la ignorano apertamente? Sembrerebbe che, nel contestare i dettagli del nostro tentativo di obbedienza, Lei stia paradossalmente offrendo una sorta di tacita approvazione alla completa inosservanza di diverse fedi religiose.

    2. Salve signor Dario T, nel suo lungo commento scrive “E allora che pretendete dal povero Serafino?”, personalmente pretenderei che Angelo Serafino mi dasse il suo parere su questo articolo https://testimonidigeovachiedono.blogspot.com/2020/10/sollecitano-contribuzioni-anzi-no-o.html?m=1 in cui è possibile visionare una loro circolare in cui traspare poca onesta da parte dei vertici. Non si può essere bravi a affermare che quello che è stato detto nel programma di rete 4 è TUTTO falso e poi scappar via quando, con le loro stesse pubblicazioni o circolari, gli si fa notare delle magagne oggettive. Vediamo se avrà il coraggio di farsi vivo. Nel frattempo pregherò per lui.

  15. “Gentile sig Gustavo
    rispondo alla sua del 10 Aprile 2025 alle 9:39 AM

    Comprendo la Sua osservazione sul fatto che 1 Corinti 5:11 non entri nei dettagli di ogni possibile scenario familiare.
    Come spesso accade con i princìpi biblici, la loro applicazione pratica richiede riflessione e interpretazione alla luce dell’intero contesto scritturale.

    Noi crediamo che il principio fondamentale – evitare la compagnia sociale volontaria con chi, pur professandosi cristiano, persiste impenitentemente in gravi peccati – sia chiaro e si estenda logicamente anche ai rapporti familiari quando questi non sono più legati alla convivenza quotidiana ma diventano una scelta di frequentazione attiva.

    Riguardo al Suo riferimento a 2 Giovanni 10, [‘Se qualcuno viene da voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa vostra e non rivolgetegli un saluto’] è vero che la comprensione di alcune scritture può affinarsi nel tempo attraverso lo studio continuo. Consideriamo questo un processo positivo che dimostra l’impegno a conformarsi sempre più fedelmente alla volontà di Dio man mano che la si comprende meglio, piuttosto che un motivo per dubitare di ogni interpretazione basata su princìpi biblici consolidati.

    Capisco che dall’esterno la nostra posizione possa apparire severa, e rispetto la Sua opinione che la definisce ‘disumana’. Tuttavia, dal nostro punto di vista, questa condotta non è motivata da crudeltà, ma da amore e ubbidienza a quelli che consideriamo comandi divini.

    Gli obiettivi sono molteplici: proteggere la congregazione da influenze negative (1 Cor 5:6), mantenere gli alti standard morali richiesti da Dio e, non da ultimo, sperare che questa presa di distanza possa toccare il cuore della persona e aiutarla a riflettere sui propri passi per un possibile ritorno (2 Cor 2:5-8).
    Come evidenziato anche dalla Corte d’Appello norvegese e dalla nostra letteratura, questo non significa recidere ogni legame in modo assoluto. I normali rapporti familiari all’interno della stessa casa continuano, e resta l’obbligo morale e scritturale di assistere i familiari (anche se disassociati e non conviventi) in caso di effettiva necessità (‘questioni familiari necessarie’).

    Questo dimostra che la disciplina è bilanciata da considerazione e doveri familiari fondamentali.

    Apprezzo la Sua franchezza riguardo alla Sua posizione personale e La ringrazio nuovamente per questo scambio.
    Cordiali saluti,
    Angelo Serafino,

    1. Buongiorno sig. Angelo Serafino, rispetto la sua opinione ma non condivido questa sua affermazione in relazione al familiare che non vive in casa : ” Noi crediamo che il principio fondamentale – evitare la compagnia sociale volontaria con chi, pur professandosi cristiano, persiste impenitentemente in gravi peccati – sia chiaro e si estenda logicamente anche ai rapporti familiari quando questi non sono più legati alla convivenza quotidiana ma diventano una scelta di frequentazione attiva”.
      Come dice lei ‘ noi crediamo….” , ma né 1 Corinti 5:11 e né qualche altra scrittura lo attestano senza ombra di dubbio.
      Attenzione a “non andare oltre ciò che è scritto”. 1 Corinti 4:6

      Buon pomeriggio

      1. Se un adepto viene isolato, ricattato di venire scomunicato e torturato in senso fisico e psicologico anche con processi a porte chiuse senza nessuna difesa, può confessare anche reati mai commessi. Se la scelta di restare nella setta non è motivata dall’amore per se stessi, per il prossimo e per Dio non ha nessun valore. Senza libera scelta niente ha valore. Esempio biblico di scelte motivate dalla paura:
        Giovanni 12:42
        Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui (Gesù), ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga;…………………………..
        Come considerava Gesù i gentili e i pubblicani equiparati allo scomunicato? In un’occasione, Gesù parlò con un ufficiale dell’esercito romano e guarì il suo servitore. In un’altra occasione, guarì la figlia di una donna fenicia gentile. E non è strano che mangiasse con i pubblicani? Si invitò persino a casa di uno di loro.
        Gesù disse a Zaccheo, capo dei pubblicani: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». (Luca 19:2, 5)
        Inoltre, Gesù chiamò Matteo Levi a seguirlo, mentre Matteo lavorava ancora come esattore delle tasse.
        Mentre Gesù cenava a casa di Matteo, molti pubblicani e peccatori vennero e mangiarono con lui e i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei chiesero ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori?”.
        Udito questo, Gesù disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Perché io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Matteo 9:10-13).
        “I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio”.
        In conclusione, bisogna seguire l’esempio di Cristo o dei farisei:
        “ L’autorità è il nemico più grande e inconciliabile della verità e della discussione che questo mondo abbia mai offerto. Tutti i sofismi, tutte le sfumature della plausibilità, gli artifici e le astuzie del più sottile disputatore del mondo possono essere svelati e sfruttati a vantaggio di quella stessa verità che sono progettati per nascondere; ma contro l’autorità non c’è difesa. ” ( Benjamin Hoadley, studioso del XVIII secolo )

      2. Sig. Gustavo,
        buona sera.
        Grazie per la Sua osservazione e per il richiamo all’importante principio di ‘non andare oltre ciò che è scritto’ (1 Corinzi 4:6), che è fondamentale per la nostra fede.
        Su questo Lei ha perfettamente ragione: l’importanza di questo principio è cruciale. E la nostra posizione si basa proprio su ciò che è scritto. Il comando è chiaro in 1 Corinzi 5:11 – “vi scrivo di smettere di stare in compagnia di chi è chiamato fratello ma pratica l’immoralità sessuale o è avido, idolatra, oltraggiatore, ubriacone o ladro, non mangiando nemmeno con una persona del genere” – ed è questo comando che guida la nostra condotta.
        Come vede, non è un’invenzione, ma un principio biblico che prendiamo molto sul serio, proprio perché è scritto chiaramente.
        Paolo istruisce di smettere di frequentare socialmente chi si comporta in modo gravemente sbagliato pur essendo un ‘fratello’. È significativo che il testo stesso non faccia distinzioni basate sul grado di parentela per questa istruzione. Non specifica, ad esempio: ‘smettete […] a meno che non sia vostro cugino, zio o cognato che vive altrove’.
        Se Lei ritiene che esistano tali eccezioni, Le chiedo: su quale base scritturale, e quindi rispettando il monito di ‘non andare oltre ciò che è scritto’ (1 Corinzi 4:6), si potrebbero stabilire tali limiti parentali?
        Cordiali saluti,
        Angelo Serafino

      3. Sig. Gustavo,
        buona sera.
        Grazie per la Sua osservazione e per il richiamo all’importante principio di ‘non andare oltre ciò che è scritto’ (1 Corinzi 4:6), che è fondamentale per la nostra fede.
        Su questo Lei ha perfettamente ragione: l’importanza di questo principio è cruciale. E la nostra posizione si basa proprio su ciò che è scritto. Il comando è chiaro in 1 Corinzi 5:11 – “vi scrivo di smettere di stare in compagnia di chi è chiamato fratello ma pratica l’immoralità sessuale o è avido, idolatra, oltraggiatore, ubriacone o ladro, non mangiando nemmeno con una persona del genere” – ed è questo comando che guida la nostra condotta.
        Come vede, non è un’invenzione, ma un principio biblico che prendiamo molto sul serio, proprio perché è scritto chiaramente.
        Paolo istruisce di smettere di frequentare socialmente chi si comporta in modo gravemente sbagliato pur essendo un ‘fratello’. È significativo che il testo stesso non faccia distinzioni basate sul grado di parentela per questa istruzione. Non specifica, ad esempio: ‘smettete […] a meno che non sia vostro cugino, zio o cognato che vive altrove’.
        Se Lei ritiene che esistano tali eccezioni, Le chiedo: su quale base scritturale, e quindi rispettando il monito di ‘non andare oltre ciò che è scritto’ (1 Corinzi 4:6), si potrebbero stabilire tali limiti parentali?
        Cordiali saluti,
        Angelo Serafino

  16. Buongiorno sig. Angelo Serafino, la ringrazio per la sua risposta chiara, però mi riferivo ad un familiare a prescindere se vive o non vive sotto lo stesso tetto. Se si può mangiare con un familiare con cui si vive insieme, dove legge in 1 corinti 5: 11-13 che non lo si può fare con un familiare ( padre, madre o fratelli e sorelle) con cui non si vive più insieme?

    1. sig Gustavo

      Prima di tutto, riconosciamo che il comando di Paolo in 1 Corinti 5:11 (“smettere di stare in compagnia …. non mangiando nemmeno con una persona del genere”) si applica a chiunque sia “chiamato fratello” (cioè un membro battezzato della congregazione) ma pratichi peccati gravi senza pentimento e sia stato quindi formalmente allontanato (disassociato). Il testo non dice: “…a meno che non sia tuo padre/madre/figlio che vive fuori casa”. Il principio base di evitare la compagnia sociale volontaria si applica a tutti i membri della congregazione in quella situazione, inclusi i parenti.

      Quando si vive sotto lo stesso tetto, specialmente con familiari stretti (coniuge, figli minorenni, genitori anziani a carico), un certo grado di interazione e condivisione è inevitabile e necessario per il funzionamento della famiglia.

      Sarebbe impossibile evitare completamente ogni contatto o condivisione all’interno delle mura domestiche. Mangiare allo stesso tavolo, in questo contesto, può rientrare nelle normali e necessarie attività familiari quotidiane, piuttosto che essere un atto di scelta per socializzare mentre chiudere i rapporti di natura spirituale è possibile.

      Quando un familiare disassociato non vive più sotto lo stesso tetto l’interazione diventa una scelta: Incontrarsi, andare a trovarlo, invitarlo a casa, uscire insieme (ad esempio, per un pasto al ristorante) diventa un atto volontario di ricerca della sua compagnia

      LA CORTE D’APPELLO NORVEGESE (e la questione di 1 corinti 5 esaminata dai giudici )
      Norvegia, i Testimoni di Geova “pienamente riabilitati” dalla Corte d’Appello
      19/03/2025 BITTER
      Inoltre, come riassume la Corte d’Appello sulla base della letteratura dei Testimoni di Geova, di fatto “i ‘legami familiari’ non vengono spezzati dall’isolamento o dall’esclusione. Ciò si riflette in due eccezioni in particolare alla regola generale di evitare i contatti. In primo luogo, i membri battezzati potranno comunque avere normali contatti quotidiani con i membri isolati o esclusi che vivono nella stessa casa del membro, anche se la comunione spirituale cesserà.

      In secondo luogo, i membri battezzati potranno avere contatti con i familiari isolati o esclusi con cui non vivono in relazione a quelle che vengono definite… ‘questioni familiari necessarie'”. Ad esempio, “Se i genitori esclusi si ammalano o non sono più in grado di provvedere a se stessi finanziariamente o fisicamente, i figli Testimoni di Geova avranno il dovere biblico e morale di aiutarli. Allo stesso modo, se un figlio escluso [non convivente] non sta bene fisicamente o emotivamente, i genitori Testimoni di Geova si prenderanno cura di lui” (p. 17).

      Se permette, vorrei chiederle: come mai è così interessato a queste specifiche domande sull’applicazione di 1 Corinti 5? C’è un motivo particolare dietro la sua curiosità?

      Inoltre, se non le dispiace dirmelo, a quale organizzazione o gruppo religioso appartiene?

      Cordiali saluti

      1. Buongiorno sig.Angelo Serafino, è vero che “Il testo non dice: “…a meno che non sia tuo padre/madre/figlio che vive fuori casa”, ma è anche vero che il testo non dice chiaramente quello che pensa lei. Quindi attenzione a non leggere quello che non è chiaramente scritto come è vi accaduto con la scrittura di 2 Giovanni 10. Dopo quasi 50 anni avete cambiato la vostra interpretazione dicendo che tale scrittura si applica solo agli apostati, mentre prima l’applicavate a tutti gli ex senza che ciò fosse specificato.

        Non ho mai avuto il desiderio di appartenere a qualche gruppo religioso, e trovo disumano imporre ai familiare di star lontani da propri cari che non sono più TdG, a meno che non siano loro stessi a comprendere che tale compagnia possa essere deleteria per la loro salute spirituale.

        Cordiali saluti

      2. Salve Angelo Serafino, ieri pomeriggio ho postato un commento in cui gli ho chiesto la sua opinione sul tema delle contribuzioni. Sicuramente non l’avrà visto perché si è collocato quasi all’inizio del commenti, esattamente il quinto commento partendo dal primo.

        Resto in attesa di una sua risposta, sempre se lo desidera.
        Buona giornata.

  17. Sig. Otto, rispondo al post -6 Aprile 2025 alle 9:21 PM-
    Lei continua a etichettare le recenti indicazioni riguardanti i disassociati come una semplice ‘modifica amministrativa’, insinuando che l’obiettivo sia sminuire il complesso lavoro pastorale svolto finora dagli anziani nel seguire questi casi. Mi permetto di chiederle: crede davvero che una questione così delicata si riduca a questo?
    Inoltre, lei sembra suggerire che questa presunta ‘semplificazione’ basterebbe a motivare persone come il Sig. Rocco Politi, e chiunque si trovi nella stessa situazione, a rientrare. È davvero convinto di questo?
    Pensare che i disassociati – persone che hanno vissuto un’esperienza spesso dolorosa e complessa – siano così sprovveduti da rispondere a un appello come se si trattasse di un’offerta a tempo limitato (‘Affrettatevi, il bonus per rientrare scade tra 4 mesi!’) mi sembra una visione che banalizza profondamente sia le loro motivazioni personali e spirituali, sia la serietà del percorso di reintegrazione stesso.

    PS: A me quello che interessa è che c’è stato un rientro di molti disassociati. Indipendentemente da come si vogliano etichettare le modifiche o criticare le motivazioni, il fatto che persone stiano tornando alla congregazione è ciò che conta veramente.

    cordialità

    1. Buongiorno sig.Angelo Serafino, è vero che in 1Corinti 5:11-13 viene detto di non mangiare con persone che commettono uno di quei peccati citati, però dove legge che va applicato anche verso un familiare che è stato rimosso dalla congregazione?

      1. Signor Gustavo
        Lei ha colto correttamente il comando in 1 Corinzi 5:11-13 di limitare la compagnia con un ‘fratello’ che pecca gravemente senza pentirsi.

        Tuttavia, come lei giustamente intuisce e come spiegano le nostre pubblicazioni, c’è una distinzione pratica per i familiari conviventi. Le necessarie responsabilità e attività quotidiane all’interno della stessa casa (tra coniugi, o genitori con figli minorenni) proseguono, compreso il mangiare insieme.
        Quindi, la limitazione riguarda la compagnia sociale volontaria, non le interazioni domestiche necessarie con i familiari che vivono sotto lo stesso tetto.”
        cordialità

  18. Gentile sig. Serafino,
    la ringrazio per la sua risposta e per l’attenzione dedicata alle mie osservazioni.
    Mi fa piacere che abbia notato la mia affermazione: “le Scritture prevedono che in certi casi, chi non rispetta determinati principi possa essere escluso dalla comunità”. Tuttavia, il mio intento non è mettere in discussione questo principio, bensì le modalità e lo spirito con cui viene applicato.​
    Interpretazioni di Matteo 18:17
    Lei cita Matteo 18:17 per sostenere l’idea dell’ostracismo nei confronti del peccatore impenitente. È importante notare che questo versetto ha dato origine a diverse interpretazioni nei commentari biblici:
    Filone “separatista”: Secondo questa visione, il peccatore impenitente deve essere trattato come un “pagano” o un “pubblicano”, ovvero escluso dalla comunità per preservarne la purezza morale. Questo approccio si basa sull’idea che l’esclusione sia necessaria per mantenere l’integrità della congregazione. ​
    Filone “misericordioso”: Altri studiosi sottolineano che Gesù interagiva con pagani e pubblicani mostrando loro amore e offrendo opportunità di pentimento e riconciliazione. Pertanto, questo approccio suggerisce che il peccatore impenitente debba essere trattato con compassione e continuo invito al ravvedimento, piuttosto che con una separazione definitiva. ​
    E’ una questione di scelta fra queste due interpretazioni; avete scelto quella migliore?
    Riflessioni sui dati delle reintegrazioni
    Lei menziona l’aumento delle reintegrazioni seguito all’aggiornamento n. 2 del 2024. È fondamentale considerare che una riduzione del periodo di disassociazione da un anno a tre mesi porta naturalmente a un incremento temporaneo delle reintegrazioni. Questo fenomeno è analogo a una modifica delle leggi penali: se la pena per un reato viene ridotta, coloro che hanno già scontato la nuova durata della pena vengono rilasciati, causando un picco iniziale nelle liberazioni. Tuttavia, questo aumento non riflette necessariamente un cambiamento nel livello di pentimento o nella condotta dei reintegrati, ma piuttosto una conseguenza amministrativa della nuova politica.​
    Conclusione
    La mia preoccupazione principale riguarda il modo in cui vengono trattati coloro che sbagliano. Gesù ha sempre mostrato compassione e cercato il recupero dei peccatori, interagendo con loro e offrendo opportunità di pentimento. Mi chiedo se le vostre pratiche attuali riflettano pienamente questo spirito di misericordia e riconciliazione.​
    Con rispetto, Otto

    1. Caro OTTO
      Lei ha scritto

      “Lei menziona l’aumento delle reintegrazioni seguito all’aggiornamento n. 2 del 2024. È fondamentale considerare che una riduzione del periodo di disassociazione da un anno a tre mesi porta naturalmente a un incremento temporaneo delle reintegrazioni. Questo fenomeno è analogo a una modifica delle leggi penali: se la pena per un reato viene ridotta, coloro che hanno già scontato la nuova durata della pena vengono rilasciati, causando un picco iniziale nelle liberazioni. Tuttavia, questo aumento non riflette necessariamente un cambiamento nel livello di pentimento o nella condotta dei reintegrati, ma piuttosto una conseguenza amministrativa della nuova politica”

      Capisco il suo ragionamento sull’analogia con le leggi penali, ma credo ci sia un malinteso fondamentale riguardo al processo di reintegrazione. Non c’è stata una modifica ‘amministrativa’ che ha semplicemente ridotto un periodo di attesa obbligatorio, sbloccando automaticamente le persone come nel caso di una riduzione di pena.
      La reintegrazione è sempre dipesa, e dipende tuttora, da un passo attivo e volontario da parte della persona disassociata. Sono loro che devono decidere di voler tornare, dimostrare pentimento e un cambiamento di condotta, e quindi fare richiesta.
      Quindi, se c’è stato un aumento delle reintegrazioni, questo è da attribuire interamente alla volontà e all’iniziativa di quegli individui che hanno scelto di intraprendere quel percorso, non a un automatismo burocratico o a una semplice riduzione dei tempi minimi imposta dall’alto
      ho impressione che lei non è attento alle mie risposte

      la invito a rivedere il video
      https://tinyurl.com/5824hwct

    2. Qualcuno difende le pratiche dei TDG dicendo che l’adepto è a conoscenza della regola della disassociazione. E pertanto non deve lamentarsi se dovesse esserne vittima.
      L’indottrinamento subito dal testimone di Geova non prevede che ci sia la consapevolezza delle conseguenze dell’ostracismo, dei comitati giudiziari a porte chiuse, della pedofilia e delle regole dittatoriali instaurate dal caposetta. L’indottrinamento è finalizzato, soprattutto, a innestare nel cervello dell’adepto immagini di paradisi, di salvezza esclusiva, di amore vero fraterno, di giustizia, di congregazioni dove si raccoglie solo grano, etc. grazie alla verità praticamente incontestabile trasmessa dal caposetta che ha contattato Dio. L’adepto appena battezzato non pensa minimamente che potrebbe essere in seguito ostracizzato; è solo pieno di fervore comunitario e ripieno di profezie fino a scoppiare. CAMBIARE IDEA E RENDERSI CONTO CHE 2+2 NON FA CINQUE MA FA QUATTRO TRA I TDG NON E’ PERMESSO. Solo il corpo direttivo può rivedere le dottrine, emulando così altri capi religiosi infallibili della cristianità da loro tanto odiata, grazie alla fantomatica luce progressiva che li guida, quest’ultima eretica solo per il sottomesso.
      Non esiste il diritto di criticare le interpretazioni fallibili del gruppo dirigente, non vige nessuna libertà di cambiare idea senza essere espulso e non esiste neppure la libertà di relazionarsi fraternamente con chi è stato disassociato o si è dissociato perché non condivide le teorie fallibili e deliranti della WT, pur rimanendo credente. Usando lo stesso criterio tutte le religioni o sette della cristianità dovrebbero ostracizzare coloro che non appartengono più alla loro chiesa. I cattolici non dovrebbero discutere con i TDG che si sono allontanati dal cattolicesimo, quasi tutti, e così via per le altre denominazioni religiose.

    3. sig OTTO

      Con tutto il rispetto, l’idea di una modifica ‘amministrativa’ che lei descrive – quella che ridurrebbe i tempi sbloccando automaticamente le persone come in una riduzione di pena – sembra essere una sua personale costruzione che però non trova nessun fondamento . Non esiste un meccanismo del genere.
      La reintegrazione è sempre dipesa, e dipende tuttora, da un passo attivo e volontario da parte della persona disassociata. Sono loro che devono decidere di voler tornare, dimostrare pentimento sincero e un cambiamento tangibile di condotta, e solo allora fare richiesta. Non c’è nulla di automatico legato al semplice trascorrere del tempo.
      Quindi, se c’è stato un aumento delle reintegrazioni, questo è da attribuire interamente alla volontà e all’iniziativa di quegli individui che hanno scelto attivamente di intraprendere quel percorso e ne hanno soddisfatto i requisiti spirituali e comportamentali. Non è assolutamente il risultato di un presunto (e, nei fatti, inesistente) automatismo burocratico o di una semplice riduzione dei tempi minimi imposta dall’alto, come da lei ipotizzato.

      buona serata

      segue altra risposta

      Ps
      non capisco perchè questa piattaforma non mi convalida alcuni commenti

      1. Gentile sig. Serafino,
        capisco il suo punto di vista, ma le stesse pubblicazioni ufficiali dei Testimoni di Geova mostrano chiaramente che in passato si incoraggiava ad attendere “molti mesi, un anno o anche più” prima di riammettere un disassociato, mentre ora si parla di “pochi mesi”. È un cambiamento che, di fatto, c’è stato, e lo confermano sia la Torre di Guardia di agosto 2024 sia le istruzioni interne aggiornate.
        Se lei è davvero convinto che non esista alcuna modifica “amministrativa” o direttiva dall’alto, la invito a rivolgersi con sincera apertura agli anziani della sua congregazione: verifichi personalmente cosa dicono oggi le circolari e quali tempistiche suggeriscono. Dopo averlo fatto, sarò lieto di leggere il suo riscontro qui.
        Le ricordo, con altrettanta franchezza, che anche la menzogna è considerata un peccato grave nelle Scritture (al pari di altre condotte immorali) e può comportare gravi conseguenze spirituali, inclusa la disassociazione. Perciò, se ci fossero informazioni contrastanti rispetto alle nostre fonti, mi sembra doveroso e onesto parlare apertamente di queste discrepanze con i suoi anziani.
        La ringrazio per l’attenzione e attendo, con serenità e rispetto, i suoi aggiornamenti.
        Con stima,
        Otto

    4. Matteo 18:17
      Ho gia spiegato al mio post del 6 Aprile 2025 alle 3:46 AM

      posso anche aggiungere

      Riguardo alla sua domanda se sia solo una questione di scelta tra un’interpretazione ‘separatista’ e una ‘misericordiosa’ di Matteo 18:17, e se abbiamo scelto la ‘migliore’, vorrei ribadire e chiarire la mia posizione basata sulla logica interna del passo stesso, come accennato

      Gesù, in Matteo 18:15-17, non presenta due opzioni interpretative tra cui scegliere, ma delinea un processo ben definito con conseguenze specifiche a seconda della risposta della persona coinvolta. Analizziamo gli step:

      (v. 15) Tentativo Privato: L’obiettivo è esplicito: “Se ti ascolta, hai guadagnato tuo fratello”. Questo è il risultato desiderato.
      (v. 16) Tentativo con Testimoni: Si attiva solo se il primo tentativo fallisce, cioè se il fratello non viene ‘guadagnato’.
      (v. 17a) Coinvolgimento della Congregazione: Si attiva solo se anche il secondo tentativo fallisce.
      (v. 17b) Conseguenza Finale: “Se non ascolta neanche la congregazione, consideralo proprio come un uomo delle nazioni e come un esattore di tasse.”

      Questa non è un’opzione, ma l’istruzione diretta di Gesù che scatta come conseguenza del rifiuto ostinato della persona a tutti i livelli di appello.

      Il punto cruciale è questo: l’intero processo è finalizzato a “guadagnare il fratello”, cioè alla riconciliazione.

      Ma cosa succede se la persona stessa impedisce attivamente questo risultato, rifiutando ogni tentativo? Gesù dà una risposta chiara: la relazione all’interno della comunità cambia. La persona viene considerata come qualcuno che si è posto ‘al di fuori’ della struttura di responsabilità e comunione fraterna (‘come un uomo delle nazioni e un esattore di tasse’).

      Applicare un’interpretazione ‘misericordiosa’ nel senso di continuare a trattare la persona esattamente come prima, come un fratello in piena comunione, dopo che ha rifiutato persino l’appello della congregazione, svuoterebbe di significato l’intero processo e l’istruzione finale di Gesù.

      Se prendiamo l’ esempio del contenzioso per denaro: se chi ha torto rifiuta ostinatamente ogni soluzione, fino a ignorare la congregazione, come si può logicamente ‘ricompensarlo’ mantenendo invariato lo status di piena fratellanza, quando il testo stesso prescrive di considerarlo diversamente?

      In merito a Matteo 18:17, non si tratta di scegliere tra un’interpretazione ‘separatista’ o ‘misericordiosa’. Gesù descrive un processo graduale per recuperare chi sbaglia (‘guadagnare tuo fratello’).
      Se però la persona rifiuta ostinatamente ogni tentativo, inclusa la correzione della congregazione, Gesù stesso indica la conseguenza diretta: considerarla ‘come un pagano ed esattore’, cioè come esterna alla piena comunione fraterna.

      Ignorare questa conseguenza, continuando la piena fratellanza come se nulla fosse, svuoterebbe di senso il processo.

      Infatti, 1 Corinzi 5 conferma questo approccio, comandando una netta separazione (‘non mangiare con’, ‘togliere il malvagio di mezzo a voi’) dal credente impenitente.
      Quindi, non è una scelta di ‘filone’, ma seguire l’istruzione biblica completa ,per proteggere la comunità e sperare nel ravvedimento.

      PS
      Sig. Otto, lei è protestante? Di che religione è? A quale organizzazione religiosa appartiene?

      saluti

  19. Sig OTTO

    Caro amico, credo che lei sottovaluti il fatto che nessuno desidera l’allontanamento o la disassociazione, poiché implica la perdita di un fratello. Tuttavia, queste misure sono necessarie quando si verificano peccati gravi che infangano il nome di Dio, di suo Figlio e dell’intera congregazione. Lei è consapevole che la mancata disciplina in casi di grave impenitenza porterebbe a una cattiva reputazione sui media, con la conseguente generalizzazione che la congregazione tollera tali comportamenti e che siamo tutti uguali.

    Vorrei precisare che in caso di peccato grave come l’adulterio, la disassociazione non è automatica. Se la persona mostra sincero pentimento e volontà di cambiare, la questione potrebbe risolversi a quel punto. Tuttavia, se si scopre che il pentimento non è autentico o che la condotta errata continua, si può procedere con la decisione di allontanarlo dalla congregazione (disassociazione), nonostante tutto, l’interessato ha la possibilità di contestare questa decisione in un breve periodo di tempo, richiedendo un riesame del caso da parte di un diverso comitato di anziani di altre congregazioni. Questo dimostra che la procedura prevede delle garanzie per l’accusato e non si basa unicamente su accuse.
    La sua stessa bibbia prevede di togliere di mezzo il peccatore impenitente
    1 cor 5:13 VR “Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi.!”
    Usando anche toni forti
    (1 Corinti 5:5) …dovrete consegnare quell’uomo a Satana …

    Lei mette molta carne al fuoco, non pretenda che io approfondisca ogni punto.
    Circa la durata della disassociazione, dipende dal peccatore: prima si riprende, prima viene riassociato, come nel caso di Corinto.
    Lei sembra voler dire che, oltre a quel peccato di fornicazione, non si è autorizzati ad altro [cioè, ad applicare la disassociazione per altri motivi]. Non siamo d’accordo. Paolo dice in 1 Corinti 5:13 VR: ‘Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi!’. Questo principio si estende a molti altri tipi di peccato menzionati nel capitolo successivo nella stessa lettera ai Corinti, oltre al caso di immoralità sessuale del cristiano di Corinto:

    (1 Corinti 6:9-11)  Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il Regno di Dio? Non illudetevi: né persone che praticano l’immoralità sessuale, né idolatri, né adulteri, né uomini che si sottopongono ad atti omosessuali, né uomini che praticano l’omosessualità, 10 né ladri, né avidi, né ubriaconi, né oltraggiatori, né estorsori erediteranno il Regno di Dio. 11 E alcuni di voi erano persone del genere. Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati dichiarati giusti nel nome del Signore Gesù Cristo e con lo spirito del nostro Dio.

    “Nel primo secolo, le lettere ispirate, quelle apostoliche, venivano scambiate, copiate e date alle congregazioni (Colossesi 4:16): “…E quando questa lettera sarà stata letta fra voi, fate in modo che sia letta anche nella congregazione dei Laodicesi, e anche voi leggete quella inviata da Laodicea…” (1 Tessalonicesi 5:27): “Vi chiedo solennemente nel nome del Signore che questa lettera sia letta a tutti i fratelli.” Quindi, anche quella ai Corinti doveva circolare nelle congregazioni del primo secolo.”
    In questo modo i fratelli del primo secolo erano uniti dottrinalmente
    (1 Corinti 1:10)  Ora, fratelli, vi esorto nel nome del nostro Signore Gesù Cristo a parlare tutti concordemente e a non avere divisioni fra voi, ma a essere perfettamente uniti nello stesso pensiero e nello stesso modo di ragionare…

    A questo punto, se lei ancora pensa che Gesù fosse buono e Paolo cattivo, mi dispiace ma si sbaglia. Le ricordo che Paolo non agiva di propria iniziativa; gli insegnamenti di Paolo erano “comandamenti del Signore” (1 Corinti 14:37 VR: “Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che vi scrivo sono comandamenti del Signore”). E lo dice proprio ai Corinzi che avevano appena ricevuto il comando (1 Corinti 5:13): “…Allontanate il malvagio di mezzo a voi.” (vedi anche Atti 9:15).
    E siccome la congregazione non è né mia né sua, ma il proprietario è Cristo, questo significa che Gesù, il capo della congregazione, non vuole al suo interno peccatori impenitenti, ladri, adulteri, e tanto altro Quindi, caro amico, non cerchi di aggirare questa procedura tentando di delegittimarla.”

    buona serata

    1. Gentile sig. Serafino,

      la ringrazio per la sua risposta e per la chiarezza con cui ha esposto il suo punto di vista. Il dialogo è un segno di civiltà, e il fatto che possiamo confrontarci, anche partendo da posizioni diverse, è per me un valore.

      Concordo con lei su un punto essenziale: le Scritture prevedono che in certi casi, chi non rispetta determinati principi possa essere escluso dalla comunità. Su questo siamo d’accordo. Concordo anche sul fatto che i motivi di esclusione debbano avere una solida base biblica. Le condotte che lei ha citato — se praticate in modo impenitente — possono e devono portare, in determinati casi, all’esclusione del peccatore impenitente.

      Ma, mi permetta, la questione che pongo non è tanto se escludere, ma come, quando e per quali motivi. Che dire infatti di quelle pratiche non previste dalle Scritture, ma che nella sua organizzazione conducono comunque all’allontanamento?

      Prenda ad esempio il caso di due giovani fidanzati che si prendono delle confidenze oltre il lecito. Nella Legge mosaica — che pure era severa e che oggi è stata abolita — vi era l’obbligo di matrimonio, che in un certo senso “sanava” l’eccesso di affetto. Eppure, nella vostra organizzazione cosa accade? Prima del matrimonio, i due ragazzi vengono interrogati per verificare la “purezza” della loro condotta. Se qualcosa non quadra, si può arrivare alla disassociazione — anche solo di uno dei due — con la conseguenza che il matrimonio salta. È successo. E ciò nonostante il fatto che i due si amassero, e volessero costruire una vita insieme.
      Mi chiedo allora: questa è giustizia o è legalismo? Perché la vostra normativa interna, di fatto, si mostra più severa della stessa Legge mosaica.

      Inoltre, Gesù insegnò chiaramente che i peccatori andavano trattati “come le persone delle nazioni e come gli esattori di tasse” (Matteo 18:17). Ma come li trattava Gesù? Come facevano i farisei, che li evitavano e li disprezzavano? O come faceva lui stesso, che li cercava, li ascoltava, li toccava, mangiava con loro e li accoglieva con gioia?

      La domanda è fondamentale: la vostra pratica attuale di ostracismo riflette lo spirito di Gesù o quello dei farisei?

      Altro aspetto: le Scritture parlano di “debita misura”. È davvero equo trattare una persona che non riesce a smettere di fumare come chi ha rapporti immorali con la moglie del proprio padre? Non c’è una scala di gravità, un principio di proporzionalità da applicare? Lo stesso Paolo dice che la legge è “per il nostro bene”, non per la condanna cieca.

      Lei poi cita la necessità di evitare una cattiva reputazione sui media. Ma, con franchezza, oggi la reputazione negativa non deriva dal tollerare il peccato — semmai il contrario. Deriva da come vengono trattati i fuoriusciti, da testimonianze strazianti di figli ignorati, amici cancellati, famiglie frantumate da direttive rigide e meccaniche. E, mi permetta, dalla mancanza di autocritica, di scuse pubbliche, di una riflessione umana e spirituale su questo dolore diffuso.

      Lei afferma che la durata della disassociazione dipende dal peccatore. Eppure, fino a pochissimi mesi fa, le direttive della sua organizzazione prevedevano che, anche in caso di pentimento immediato, si dovessero attendere molti mesi, se non un anno o più, prima della riammissione. Anche questo, purtroppo, è confermato da decine di esperienze documentate. Dov’è, allora, lo spirito di perdono pronto e accogliente di cui parla Paolo in 2 Corinti?

      Infine, lei ha citato spesso l’apostolo Paolo come fonte normativa. È vero, Paolo fu un servo potente del Cristo. Ma mi permetta una domanda aperta, sincera: come mai il capo della congregazione — Gesù stesso — non ha mai usato il “corpo direttivo” del primo secolo per emanare direttive così dettagliate e vincolanti su disassociazioni, requisiti degli anziani e dei diaconi, segnature, ruoli nella congregazione, riammissioni, ruolo della donna, ecc.?
      Cristo forse li aveva delegittimati? O semplicemente aveva scelto di non costituire una struttura rigida, centralizzata, ma di ispirare il popolo di Dio attraverso lo Spirito e non attraverso un corpo direttivo?

      Con rispetto, ma con profonda convinzione,
      Otto

      1. Signor Otto
        Caro amico, noto che ha posto molte domande (circa una ventina!). Rispondere a tutte in dettaglio qui sarebbe troppo lungo.
        Se desidera un approfondimento, Le suggerisco di contattare un Testimone di Geova per uno studio biblico gratuito.

        Comunque mi sento soddisfatto di questa sua ammissione : “le Scritture prevedono che in certi casi, chi non rispetta determinati principi possa essere escluso dalla comunità.”

        adesso le risponderò quello che ritengo più utile per lei

        Lei ha citato Matteo 18:17. Leggendo il contesto, vediamo che si parla di come Gesù insegna a risolvere i contrasti tra fratelli nella fede:
        (Matteo 18:15-17) “Inoltre, se tuo fratello commette un peccato, va’ e metti a nudo la sua colpa fra te e lui solo. Se ti ascolta, hai guadagnato tuo fratello. 16 Ma se non ti ascolta, prendi con te uno o due altri, così che ogni questione sia stabilita sulla base della dichiarazione di due o tre testimoni. 17 Se non li ascolta, parla alla congregazione. Se non ascolta neanche la congregazione, consideralo proprio come un uomo delle nazioni e come un esattore di tasse.”

        Lei interpreta questo passaggio finale (il trattamento “come un uomo delle nazioni…”) affermando sostanzialmente questo:
        “Ma come li trattava Gesù? Come facevano i farisei, che li evitavano e li disprezzavano? O come faceva lui stesso, che li cercava, li ascoltava, li toccava, mangiava con loro e li accoglieva con gioia? La domanda è fondamentale: la vostra pratica attuale di ostracismo riflette lo spirito di Gesù o quello dei farisei?”

        Qui lei sbaglia, Sig. Otto. Questa interpretazione sembra suggerire che chi ha causato il danno, cioè chi ha torto, alla fine non subisca una reale conseguenza negativa o un cambiamento nello status comunitario.

        L’esempio generale di Gesù che mangia con i peccatori era per attirarli al pentimento (evangelizzazione). L’istruzione specifica di Gesù in Matteo 18 riguarda invece un membro della comunità (‘fratello’) che rifiuta la correzione interna dopo molti tentativi. È Gesù stesso a dire che, in quel caso preciso di impenitenza ostinata, il rapporto con quella persona deve cambiare, trattandola ‘come un pagano’, cioè limitando l’associazione.

        La risposta, Sig. Otto, è invece questa, basata sul significato delle parole di Gesù nel loro contesto:
        “Se [il peccatore] non li ascolta, parla alla congregazione. Se egli non ascolta neanche la congregazione, ti sia proprio come un uomo delle nazioni e come un esattore di tasse”. — Matteo 18:17.

        infatti una nostra pubblicazione dice:

        Essendo ebrei, gli apostoli capivano bene cosa significava trattare un peccatore “come un uomo delle nazioni e come un esattore di tasse”. Gli ebrei evitavano la compagnia di persone delle nazioni, e disprezzavano gli ebrei che raccoglievano le tasse per Roma. (Giovanni 4:9; Atti 10:28) Gesù stava quindi raccomandando ai discepoli di smettere di frequentare un peccatore che fosse stato rigettato dalla congregazione

        lei sta spesso criticando erroneamente una procedura cristiana ma io non sono daccordo con lei perchè se è Cristo che l’ha voluto deve portare risultati buoni
        Solo nei primi quattro mesi dopo l’aggiornamento N°2 del 2024, abbiamo assistito a un’ondata di rientri senza precedenti:

        Sudafrica: 1200 fratelli e sorelle sono stati riaccolti con gioia.
        Stati Uniti: Più di 5000 persone hanno fatto ritorno alla congregazione.
        Brasile: 5200 individui hanno espresso il desiderio di essere di nuovo parte della nostra comunità.
        America Centrale: Un notevole numero di 5300 persone sono state riassociate.
        E chi sa quanti altri in altre parti del mondo!

        Questi numeri non sono solo statistiche, ma rappresentano storie di pentimento, perdono e amore. Dimostrano che il nostro sistema di disciplina, pur essendo severo, è guidato da un sincero desiderio di aiutare le persone a correggere la propria condotta e a ristabilire una relazione con Geova e con la congregazione

        https://tinyurl.com/5824hwct

  20. Ecco gli ingranaggi del sistema dei nominati nell’organizzazione di Geova e fonti di fenomeni di cordate che ne derivano per fare carriera teocratica.
    Legenda per i non TdG:
    SKE ( Scuola Evangelizzatori del Regno)
    SAM ( Scuola addestramento ministero)
    CCA (Coordinatore corpo anziani)
    CA (Corpo anziani)
    SS (Sorvegliante del servizio)
    SSC ( Sostituto sorvegliante circoscrizione)
    SC (Sorvegliante circoscrizione)
    S-329 ( Modulo raccomandazione compilato dai sorveglianti)

    Procedura per diventare SC (Sorvegliante di Circoscrizione)

    I doplomati SKE, come gli ex SAM, per raggiugere dati privilegi , e velocemente se non passano l’eta, devono essere CCA, per essere poi sostituiti SC o SC. Se non passano dal CCA, non possono.
    Alcuni casi possono diventare SSC, se sono SS, ma inclusi nei comitati speciali. Chi di voi sa , lo sa cos’è questo elenco dei comitati speciali. Insomma è un percorso che pochi sanno, ma che hanno creato il CD, e il Reparto Servizio è fedele in questo.
    Perchè uno della SKE per tre anni che serve solo come SS, perde tre anni di S-.329 e pertanto gli viene precluso lo step successivo, per diventare SSC, e poi SC. Capite.
    Poi ci sono i raccomandati speciali, che sorvolano questi passaggi, ma sono l’eccezione proprio perchè sono conosciuto dal reparto Servizio, e bypassano il tutto, pero in genere il percorso senza ostacoli è:
    1-diplomarsi poi ricevere assegnazione,
    2-diventare CCA,
    3-e in quei tre anni di CCA, diventi SSC, (e insegnate scuola pionieri pure),
    4-e dopo SC.

    Se qualcuno ostacola questo percorso, ritarda …e se ritarda lo SKE si arrabbia e diventa nero perchè oramai sa dei limiti di età (38-40 anni).
    Quindi conta il percorso, e dove sei assegnato, perchè se ti capita una congregazione ove ci sono anziani che ostacolano il percorso SKE, o dove c’è già un CCA che non vuole lasciare diventa tutto piu difficile. Ecco perchè si creano SKE carrieristi, e tutti veloci, per non sentirsi dire a 40 anni di essere oramai sulla via del tramonto. C’è da dire che per lo meno adesso il vertice è piu trasparente, lo era anche prima un cordone difficile ai tempi dei pionieri speciali o SAM, pero era tutto segreto, nessuno sapeva nulla certi diplomtai SAM. A 50 anni speravano ancora nel SSC, invece poi il brusco risveglio di essere già fuori da tutto. Immaginatevi che ripercussione emotiva e quante coppie di nominati e consorti in povertà (hanno rinunciato a lavori e carriere mondane per servire l’organizzazione) ci sono in giro per l’Italia.
    Solo in casi particolari e raccomandazione dalla filiale per speciali competenze si può saltare questa trafila.

    Che dite fratelli nominati o diplomati SKE che siete ancora al palo. Visto che la CCTdG non ha nemmeno iscritto tutti i nominati nel fondo pensioni dei ministri di culto, portiamo la cosa in Parlamento?

  21. Gentile Sig Otto
    Grazie per il commento Apprezzo molto la sua pacatezza e il tono educato del suo interessante commento.
    È vero, la Corte descrive la pratica dell’esclusione e le sue possibili conseguenze, come da lei citato.

    Tuttavia, il punto cruciale è l’esito giuridico: la Corte ha annullato la decisione dello Stato. Non si tratta di un semplice “difetto formale”, ma del fatto che le prove presentate dallo Stato non sono state ritenute legalmente sufficienti per giustificare una misura così drastica come la revoca della registrazione e dei sussidi.

    In altre parole, pur prendendo atto della nostra disciplina interna, la Corte ha stabilito che essa, secondo la legge norvegese e le prove fornite, non raggiunge la soglia di gravità richiesta per invalidare il nostro status legale.

    se le accuse dello Stato fossero state legalmente provate come sufficientemente gravi per giustificare la revoca, non avremmo vinto la causa. La vittoria dimostra che, secondo la valutazione della Corte, non lo erano.

    Per comprendere la nostra posizione su questa pratica, può essere utile un esempio biblico tratto da 1 Corinti 5:1, dove si descrive un caso grave nella congregazione di Corinto: “un uomo convive con la moglie di suo padre”.
    A causa di questo scandalo, l’apostolo Paolo diede istruzioni chiare di rimuovere (o “allontanare”) quell’uomo dalla congregazione (1 Corinti 5:13). Secondo la nostra comprensione, questa disciplina aveva un duplice scopo:
    Mantenere la purezza morale e spirituale della congregazione, proteggendola da influenze negative.
    Aiutare il peccatore a comprendere la gravità della sua condotta e a motivarlo al pentimento e al cambiamento.
    È significativo notare che questa disciplina sembra aver avuto un esito positivo. In una lettera successiva (2 Corinti 2:5-8), Paolo esortò la congregazione a perdonare e riaccogliere un uomo che si era evidentemente pentito, mostrando che lo scopo era correttivo e non meramente punitivo.

    Visto che questo commento è già piuttosto lungo, concludo qui per ora. Ritengo comunque importante menzionare l’analisi di Massimo Introvigne, sociologo e direttore del CESNUR, riconosciuto esperto nello studio dei nuovi movimenti religiosi. La sua prospettiva accademica offre un punto di vista fondato e oggettivo sulla questione, che considero particolarmente rilevante.
    Cordiali saluti,

    1. Gentile sig. Serafino,
      la ringrazio ancora per il tono rispettoso del suo intervento. Il confronto sincero è un valore in sé, e mi auguro che queste riflessioni aiutino non solo noi due, ma anche chi legge.
      Lei cita giustamente l’episodio di 1 Corinti 5 per sostenere la legittimità dell’allontanamento. Tuttavia, mi permetta di analizzarlo meglio, mettendolo in relazione con il comportamento di Gesù, che dovrebbe essere il nostro modello supremo, al di sopra di ogni struttura organizzativa.
      Gesù non umiliava né isolava i peccatori, nemmeno quando erano realmente colpevoli. Al contrario, li cercava, li ascoltava, li difendeva e offriva sempre una via per rialzarsi. Pensiamo alla donna adultera, a Matteo il pubblicano, a Zaccheo, alla peccatrice che gli lava i piedi: Gesù si sedeva a tavola con loro, li guardava negli occhi, li onorava con la sua presenza, mentre tutti gli altri li evitavano o li giudicavano. Non usava l’esclusione sociale per purificare la congregazione. Non minacciava l’emarginazione. La sua misericordia generava il cambiamento, non la paura del rifiuto.
      In 2 Corinti 2:6 inoltre leggiamo: “Basta per quel tale il castigo inflittogli dalla maggioranza.” Questo passaggio apre a una riflessione importante: perché Paolo parla di “maggioranza” e non dell’intera congregazione? E perché non rimprovera chi non sostenne quella decisione? Questo ci suggerisce che non c’era un’uniformità imposta, nessun obbligo di lealtà cieca, nessuna minaccia per chi voleva usare misericordia. Paolo non ordina un isolamento totale, né impone ai familiari di smettere di amare. E, non appena intravede un cuore pentito, invita tutti ad aprire le braccia, non a voltare le spalle.
      Oggi, nei Testimoni di Geova, la realtà è molto diversa. L’allontanamento non viene deciso dalla “maggioranza”, ma da un comitato chiuso; chiunque non si adegua, anche solo per mostrare compassione o mantenere un legame umano con un familiare disassociato, viene a sua volta ammonito o considerato sleale. Un figlio che smette di credere può perdere completamente il rapporto con i suoi genitori, anche se non ha fatto nulla di immorale. E chi osa continuare a parlargli rischia a sua volta di essere segnalato. Questo non è più fede. È coercizione affettiva. E non ha nulla a che vedere con lo spirito del Vangelo.
      Come già evidenziato, la Corte d’Appello norvegese non ha dichiarato l’ostracismo illegale, ma ha riconosciuto ufficialmente che si tratta di una prassi strutturale dell’organizzazione e che comporta gravi danni psicologici, soprattutto nei rapporti familiari. Questo non è un dettaglio secondario. È una condanna morale implicita, chiara e inequivocabile.
      Chi isola un figlio, un padre o una madre in nome della fede, sta tradendo il cuore stesso del messaggio cristiano. Gesù ha detto: “Voglio misericordia, non sacrificio”. Non ha mai chiesto a nessuno di smettere di amare.
      Con rispetto.

      1. Sono d’accordo sul fatto che Gesù offre il perdono a tutti, come dimostrato nel racconto della donna adultera in Giovanni 8. Tuttavia, è importante notare che l’autenticità di questo passo è dibattuta, poiché manca in alcuni manoscritti antichi autorevoli come il Vaticano e il Sinaitico. Inoltre, anche accettando il racconto come autentico, la conclusione ‘Va’, e d’ora in poi non peccare più’ GV8:11 sottolinea che il perdono non implica l’approvazione di una condotta peccaminosa continua. (vedi Riv 2:21-22)
        comunque su Gesù si dice che (Ebrei 1:9) …Hai amato la giustizia e odiato l’illegalità…
        (Matteo 25:31-33,46)  Tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri. 33 E metterà le pecore alla sua destra, ma i capri alla sua sinistra.
        Questi andranno allo stroncamento eterno, ma i giusti alla vita eterna”.
        Esattamente, Gesù accoglie i peccatori di ogni genere, offrendo loro il perdono, a condizione che abbandonino la loro condotta errata.

        Lei ha affermato di essere d’accordo con il principio dell’allontanamento menzionato in 1 Corinti 5, presumo dopo aver esaminato il contesto. Come si legge in 1 Corinti 5:5, 6, Paolo esorta a ‘consegnare quell’uomo a Satana… Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la massa?’. Questo passo sottolinea che, se la primitiva congregazione di Corinto avesse tollerato la presenza di un uomo che praticava la fornicazione, o se Paolo non avesse agito, quel ‘poco di “lievito”‘ avrebbe rischiato di corrompere l’intera congregazione.

        2 corinti 2:6

        è passato tempo da quando Paolo disse alla sua prima lettera di rimuovere “l’uomo malvagio” dalla congregazione ma quell’uomo si era pentito e si era ristabilito nella congregazione
        adesso come la sua bibbia riveduta 2006 fa notare col sottotitolo “Perdono per il colpevole” era arrivato il momento che la congregazione doveva perdonarlo e dimenticare l’accaduto

        se i fratelli e le sorelle della congregazione si fossero rifiutati di perdonare quel peccatore pentito, avrebbero messo a rischio la loro stessa relazione con Dio. Perché? In pratica sarebbero diventati strumenti che il Diavolo avrebbe potuto usare per distruggere quell’uomo a livello spirituale (2 Cor. 2:10, 11)

        Ritengo che la definizione di ‘isolamento totale’ da lei citata sia impropria e non rifletta accuratamente le nostre procedure. chi è stato allontanato ( ‘disassociato’)per esempio ha la possibilità di assistere a tutte le nostre adunanze quando vuole ..per questo e altri chiarimenti la invito a leggere l’articolo di Bitter

        è stato un piacere discutere con lei la saluto cordialmente

    2. con questo concludo mettendo in evidenza alcuni punti per me salienti. Chi desidera può approfondire leggendo l’articolo intero qui:
      https://tinyurl.com/yc6ys687

      Per quanto riguarda i minori, “la maggior parte delle persone che crescono in famiglie in cui i genitori sono Testimoni di Geova vengono battezzate intorno ai 15-18 anni” (p. 14). Solo una persona ha testimoniato di essersi battezzata all’età di 11 anni, ma questo è avvenuto decenni fa. Ci sono anche figli di Testimoni di Geova che decidono liberamente di non unirsi all’organizzazione. “Sulla base delle prove”, ha osservato la Corte d’appello, “tale scelta non impedirà il normale contatto con la loro famiglia e con altri membri dei Testimoni di Geova” (p. 14-5).

      Non c’è disaccordo tra le parti, nota la corte, sul fatto che i Testimoni di Geova insegnino il “distanziamento sociale” sulla base della loro interpretazione della Bibbia, in particolare di 1 Corinzi 5:13 (“Espellete il malvagio di mezzo a voi”) e 5:11

      Inoltre, come riassume la Corte d’appello dalla letteratura dei Testimoni di Geova, in effetti “‘i legami familiari’ non vengono spezzati dal ritiro o dall’esclusione. Ciò si riflette in due eccezioni in particolare alla regola generale di evitare il contatto. In primo luogo, i membri battezzati potranno comunque avere normali contatti quotidiani con membri ritirati o esclusi che vivono nella stessa casa del membro, anche se la comunione spirituale cesserà. In secondo luogo, i membri battezzati potranno avere contatti con familiari esclusi o ritirati con cui non vivono in relazione a ciò che viene definito… come ‘necessarie questioni familiari'”. Ad esempio, “Se i genitori esclusi si ammalano o non sono più in grado di prendersi cura di sé finanziariamente o fisicamente, i figli Testimoni di Geova avranno il dovere biblico e morale di aiutarli. Allo stesso modo, se un figlio escluso [non convivente] non sta bene fisicamente o emotivamente, i genitori Testimoni di Geova si prenderanno cura di lui” (p. 17).

      Ovviamente, “il controllo sociale è presente in tutte le famiglie e organizzazioni, comprese le comunità religiose” (p. 31). Tuttavia, “non vi è alcuna prova che i minori battezzati che crescono nei Testimoni di Geova abbiano maggiori sfide psicologiche rispetto ad altri nella popolazione” (p. 32).

      Poiché i Testimoni di Geova hanno avuto successo su tutti i punti del loro ricorso, sono stati risarciti per le spese legali per un importo di 8,5 milioni di NOK (796.000 $ USA). Come ha commentato il principale quotidiano cristiano norvegese “Dagen” il 14 marzo , si è trattato di un “giudizio devastante” in cui gli argomenti usati dal governo contro i Testimoni di Geova sono stati “smantellati

      ……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

      Questi erano i punti principali che volevo condividere dall’articolo.

      1. Gentile sig. Serafino,
        è stato un piacere dialogare con lei in questi scambi. Ho apprezzato il suo stile pacato e argomentato, ed è raro trovare interlocutori disposti a discutere con rispetto di temi così delicati.
        Detto questo, non posso nascondere una certa amarezza nel constatare quanto sia difficile, anche per chi ha una profonda formazione scritturale come lei, assaporare appieno la forza rivoluzionaria del messaggio portato da Cristo: un messaggio di apertura verso i peccatori, di attenzione al singolo, al debole, all’emarginato. Un messaggio che metteva la misericordia prima della norma, e l’essere umano prima della struttura.
        È triste vedere quanto oggi si tenda a privilegiare un approccio giustizialista, freddo, quasi meccanico, che rischia di riportare proprio a quel modello farisaico che Gesù ha più volte condannato con forza. I Vangeli non ci mostrano un Cristo che isola chi sbaglia; al contrario, lo vediamo mangiare con pubblicani e peccatori, rischiare la propria reputazione per toccare gli emarginati, e commuoversi davanti al dolore individuale.
        Ricordo con affetto insegnamenti più umani che erano presenti nella sua religione, contenuti in pubblicazioni come Accostiamoci a Geova o Il più grande uomo che sia mai esistito. In quei testi si parlava di un Dio vicino, compassionevole, che “non spezza la canna incrinata”. Eppure oggi sembra che si sia andati in direzione opposta: un irrigidimento progressivo, un’applicazione meccanica di regole, che spesso somigliano più ai “fardelli insopportabili” dei farisei che al giogo leggero promesso dal Cristo.
        Lei ha detto che l’isolamento non è totale. Ma allora mi permetta una domanda: cos’è l’isolamento sociale se non quello che per decenni è stato insegnato e praticato? Chi era disassociato non veniva salutato, non riceveva uno sguardo, era invitato a sedersi nelle ultime file, ad arrivare poco prima dell’inizio dell’adunanza e ad uscire subito dopo, per “non mettere in imbarazzo” i presenti. A me — e a molti altri — questo sembra un isolamento sistematico, anche se lei non lo chiama così.
        E che dire di chi, pur mostrando segni sinceri di rammarico, ha dovuto attendere mesi, un anno o più per essere riammesso, mentre nel caso da lei citato, quello dell’uomo di Corinto, passarono solo alcuni mesi? Se la congregazione primitiva fu invitata a perdonare così rapidamente, perché oggi si impone un iter così lungo e doloroso, a volte senza alcuna pietà per il vissuto emotivo della persona?
        E che dire dei motivi che portano all’esclusione del singolo? Nelle scritture si parla di pochi, gravi motivi per farlo. Mentre nella sua religione sono stati inseriti innumerevoli motivi, non puntualmente presenti nelle scritture e quindi definibili comandi di uomini, che producono gravi conseguenze emotive per gli individui coinvolti.
        Rattrista anche osservare che il parziale cambiamento di atteggiamento che si nota oggi — come la possibilità di rivolgere un semplice saluto — non è nato da un’onesta riflessione sul dolore causato, non è stato accompagnato da pubblici atti di pentimento o da scuse verso chi ha sofferto.
        Non si è fatto questo cambiamento dopo aver ascoltato le storie di genitori che hanno dovuto ignorare i propri figli, o di giovani che non hanno retto anni di silenzio e si sono tolti la vita.
        No. Tutto questo è avvenuto solo in seguito a pressioni pubbliche e — soprattutto — a per motivazioni economico-legali.
        Questo, più di tutto, mi addolora. Non come critico, ma come essere umano.
        Gesù non ci ha insegnato questo.
        Lui non si voltava dall’altra parte quando un dolore era scomodo.
        Lui si fermava, toccava, ascoltava, anche quando la Legge sembrava dirgli il contrario.
        Ecco perché continuo a credere che l’ostracismo, così come è stato e continua ad essere praticato, non sia solo una scelta dottrinale discutibile, ma una vera deviazione dal cuore del Vangelo.
        Con rispetto sincero.

    3. l’articolo diceva questo:

      I Testimoni di Geova sono stati pienamente giustificati in quanto le decisioni di rifiutare concessioni e registrazioni sono invalide”. Questa è la conclusione (p. 34) della Corte d’appello di Borgarting, che il 14 marzo 2025 ha ribaltato la decisione della Corte distrettuale di Oslo del 24 marzo 2024.

      Non c’è disaccordo tra le parti, nota la corte, sul fatto che i Testimoni di Geova insegnino il “distanziamento sociale” sulla base della loro interpretazione della Bibbia, in particolare di 1 Corinzi 5:13 (“Espellete il malvagio di mezzo a voi”) e 5:11 (“Non mangiate nemmeno con tali persone”). Questa “esclusione” non si applica ai membri che semplicemente diventano inattivi senza annunciare pubblicamente di aver lasciato i Testimoni di Geova.
      Inoltre, come riassume la Corte d’appello dalla letteratura dei Testimoni di Geova, in effetti “‘i legami familiari’ non vengono spezzati dal ritiro o dall’esclusione. Ciò si riflette in due eccezioni in particolare alla regola generale di evitare il contatto. In primo luogo, i membri battezzati potranno comunque avere normali contatti quotidiani con membri ritirati o esclusi che vivono nella stessa casa del membro, anche se la comunione spirituale cesserà. In secondo luogo, i membri battezzati potranno avere contatti con familiari esclusi o ritirati con cui non vivono in relazione a ciò che viene definito… come ‘necessarie questioni familiari'”. Ad esempio, “Se i genitori esclusi si ammalano o non sono più in grado di prendersi cura di sé finanziariamente o fisicamente, i figli Testimoni di Geova avranno il dovere biblico e morale di aiutarli. Allo stesso modo, se un figlio escluso [non convivente] non sta bene fisicamente o emotivamente, i genitori Testimoni di Geova si prenderanno cura di lui” (p. 17).

      Ovviamente, “il controllo sociale è presente in tutte le famiglie e organizzazioni, comprese le comunità religiose” (p. 31). Tuttavia, “non vi è alcuna prova che i minori battezzati che crescono nei Testimoni di Geova abbiano maggiori sfide psicologiche rispetto ad altri nella popolazione” (p. 32).

      Poiché i Testimoni di Geova hanno avuto successo su tutti i punti del loro ricorso, sono stati risarciti per le spese legali per un importo di 8,5 milioni di NOK (796.000 $ USA). Come ha commentato il principale quotidiano cristiano norvegese “Dagen” il 14 marzo , si è trattato di un “giudizio devastante” in cui gli argomenti usati dal governo contro i Testimoni di Geova sono stati “smantellati”.

      1. Gentile sig. Serafino,
        lei afferma — citando la sentenza e la letteratura ufficiale dei Testimoni di Geova — che i legami familiari con i disassociati non vengono spezzati e che restano intatti, soprattutto nei casi di convivenza.
        Tuttavia, parlando con un vostro anziano, mi è stato raccontato qualcosa che mi ha profondamente colpito. Mi diceva che, quando un figlio adulto viene disassociato o si dissocia e continua a vivere in casa, non è tutto così semplice come può sembrare dalle dichiarazioni ufficiali.
        Mi ha spiegato che, nei casi in cui un figlio disassociato volesse tornare a vivere con i genitori, la famiglia viene incoraggiata a porsi — o viene sollecitata a considerare — alcune domande molto specifiche. Per esempio:
        “Lo accogliamo per una reale necessità o solo per poter godere della sua compagnia?”
        “Quale impatto avrà questa scelta sulla congregazione?”
        “Potrebbe portare alcuni a perdere il rispetto per noi?”
        E, cosa ancora più angosciante, mi ha confidato che queste stesse valutazioni vengono incoraggiate anche nel caso in cui un figlio già convivente venga disassociato o si dissoci, ma i genitori scelgano di tenerlo comunque in casa.
        Ora, capirà bene che, di fronte a domande di questo tipo — poste da chi ricopre un’autorità spirituale — non siamo più nel campo della semplice gestione familiare, ma in quello della pressione morale e psicologica. Una pressione che spesso porta i genitori, anche se affranti, a convincersi che sia più “spirituale” allontanare il proprio figlio.
        Mi chiedo allora: dov’è la libertà di coscienza? Dov’è l’amore familiare?
        E soprattutto: dov’è Gesù in tutto questo?
        Perché nella parabola del figliol prodigo, il padre non caccia via il figlio quando sbaglia, non lo interroga quando torna, non si preoccupa se qualcuno della casa perderà il rispetto per lui — anzi, nella parabola è proprio il fratello maggiore a scandalizzarsi, e il padre lo corregge.
        Il padre vede il figlio da lontano, gli corre incontro, lo abbraccia, non gli chiede nulla. Fa festa. E basta.
        E allora mi permetta una riflessione sincera: se nelle pubblicazioni e nei video si mostra sempre il figlio ribelle che se ne va, ma nella realtà — lo sappiamo — sono spesso i genitori a essere spinti, direttamente o indirettamente, a fargli lasciare la casa, allora non si tratta di un malinteso, ma di una rappresentazione distorta.
        E questa, mi perdoni la franchezza, è ipocrisia.
        Con rispetto,
        Otto

  22. Sig Serafino

    Sì, la Bibbia è portatrice di un diritto familiare patriarcale. Del resto la cultura giuridica che l’ha partorita è quella di una società schiavistica e tribale. Esattamente come il Corano. Non creda che il fatto di rimandare alla Bibbia legittimi la questione dal punto di vista della legislazione statale. Perché allora lo potrebbero fare anche coloro che praticano l’infibulazione rimandando la cosa a “sacre scritture” per legittimarla. Non viviamo in un regime teocratico nello stile talebano o iraniano. E non siamo in una società tribale e schiavistica. Vede la questione è proprio questa. La Bibbia non è fonte di diritto della legislazione statale. La WTS promuove invece la Bibbia come fonte di diritto di una giurisdizione della famiglia (se i genitori sono TdG o lo è il capofamiglia secondo l’ordinamento dei TdG) che viene anteposta a quella dello Stato se questa confligge con la prima, sulla base, ovviamente, di quanto dice il Governing Body della WTS. Forse lei è un partigiano di una legislazione statale di tipo teocratico, fondata sull’antico diritto biblico. Anche questa è una posizione politica. Non è una posizione neutrale. Niente è neutrale sul piano della visione dei rapporti sociali. Però il punto, per lei, è un altro. Lei non conta niente sig. Angelo. E lo sa. Non contano nulla nemmeno i sigg. Comodi Giuseppe, Francioni Marco, Andreotti Gianfranco e altri membri della direzione della CCTdG. Tutto dipende dai capi della sede mondiale di Warwick. Se essi decideranno la fine di ogni forma di “ostracismo” o di patriarcato, di supremazia della volontà maritale ecc. ecc. anche lei si adeguerà. Al pari di questa sua situazione subalterna sono anche gli anziani di congregazione e pure i sorveglianti di circoscrizione. Dubito, ad esempio, che siano disponibili per un dibattito aperto al pubblico, nelle scuole superiori, sulle conseguenze dell’eritaggio giuridico del diritto delle “Religioni rivelate”, di secoli e millenni fa, ed emancipazione giuridica dell’individuo nella società attuale.
    Sull’esercizio dei diritti politici di figli di TdG conviventi con i propri genitori, il mio rilievo era ben altro, come lei sa bene. Mi riferivo ad una situazione specifica. Non di ex TdG, viventi lontani dai genitori rimasti nella “Verità”, che poi si sono attivati politicamente. Lei conferma: chi esercita certi diritti costituzionali, come i diritti politici, non può rimanere nell’organizzazione della WTS (detta “organizzazione di Geova”). C’è quindi un conflitto tra due ordinamenti giuridici, e la WTS in questo caso reclama sovranità rispetto alla Costituzione della Repubblica italiana. Una sorta di extraterritorialità giuridica. Ma torniamo al mio esempio pratico. Se un figlio di TdG, residente con i genitori, volesse esercitare diritti politici, e quindi uscire dall’organizzazione, come sarebbero i rapporti con i genitori e la sua coabitazione con loro? E se il genitore maschio è nominato?

    Non occorre che mi risponda lei sig. Serafino, può farlo qualsiasi altra persona testimone di Geova. Ripeto. Mi rivolgo anche, se ce ne sono che leggono, a quei figli di TdG che si sono ritrovati, volendolo fare, impossibilitati a dedicarsi all’esercizio di voto (anche nelle elezioni scolastiche) o a partecipare ad eventi e movimenti politici, perché ricattati (o minacciati) in varia forma dall’applicazione dell’ordinamento confessionale TdG in tal caso anteposto al diritto costituzionale italiano.

    Saluti
    Elena

    1. Signora Elena Molinari

      Capisco il punto sul contesto storico. È vero, la Bibbia è stata scritta in tempi e società con strutture patriarcali, che oggi riconosciamo come problematiche.
      Tuttavia, è importante distinguere tra ciò che la Bibbia descrive (le strutture sociali e le leggi del tempo) e ciò che prescrive come volontà divina universale e atemporale. Non tutto ciò che viene raccontato o legiferato nell’antichità è inteso come un modello vincolante per ogni società successiva

      Ma ridurre l’intera Bibbia solo a questo sarebbe una semplificazione. Dentro la Bibbia stessa, infatti, troviamo principi rivoluzionari che spingono oltre quelle strutture. Pensa all’uguaglianza fondamentale proclamata in Galati 3:28: ‘Non c’è né Giudeo né Greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù.’
      Quando poi si toccano i ruoli, come in Efesini 5, vediamo che l’invito alla sottomissione inizia con la reciprocità (‘Sottomettetevi gli uni agli altri’, v. 21) e il comando al marito è di amare la moglie con un amore sacrificale, come Cristo ha amato la chiesa dando sé stesso per lei (v. 25). Questo modello di ‘capo’ è servizio e sacrificio, non dominio.
      E arriviamo a 1 Corinzi 11:3: ‘Ma voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, che il capo della donna è l’uomo e che il capo di Cristo è Dio.’ La chiave qui è proprio nell’analogia: come l’autorità di Dio su Cristo e di Cristo sull’uomo è basata sull’amore perfetto e sul servizio, non sul dispotismo, così deve essere modellata l’eventuale ‘posizione di capo’ dell’uomo verso la donna. È un richiamo a esercitare quel ruolo nello stesso spirito di servizio e amore dimostrato da Dio e da Cristo, l’antitesi del despota.
      Quindi, come vede, anche versetti che a prima vista sembrano supportare una visione puramente patriarcale, se letti nel contesto più ampio della Bibbia e alla luce del modello supremo di Cristo, rivelano una profondità diversa, basata sull’amore, il servizio e la responsabilità reciproca. Affermare che la Bibbia sia solo l’espressione di una società tribale e schiavista ignora questa complessità e la sua forza trasformatrice.
      Concordiamo sul fatto che la Bibbia non sostituisce la legislazione statale. Il cristiano, infatti, si attiene alle leggi del paese in cui vive. Tuttavia, non si limita a questo: applicando i principi biblici come l’amore, il rispetto e il servizio che abbiamo menzionato, egli cerca di ‘perfezionare’ questa obbedienza, vivendo secondo uno standard etico e relazionale più elevato di quello richiesto dalla sola legge civile, ispirandosi all’esempio di Cristo.”
      cordialità

      1. Serafino lei scrive:
        “è importante distinguere tra ciò che la Bibbia descrive (le strutture sociali e le leggi del tempo) e ciò che prescrive come volontà divina universale e atemporale.”

        Caro Serafino è proprio questo il punto. La “volontà divina universale”, la cui esistenza è solo nella testa degli uomini, e ciascuno forgia (o crede) nel proprio modello divino, e nessuno può smentire l’altro, perché si parla dell’incommensurabile, per bocca di uomini autoproclamati “intermediari” con Dio, procura che nessuno può certificare se non con le sole parole, non rientra nelle fonti di diritto dei moderni Stati democratici.
        Purtroppo nella Bibbia, contrariamente a certe filosofie (vedi gli stoici), non si auspica la fine della schiavitù, cioè la fine della riduzione di una persona a cespite patrimoniale di altre persone. E c’è patriarcato. E non c’è libertà politica.

        Lei scrive: “Il cristiano, infatti, si attiene alle leggi del paese in cui vive. Tuttavia, non si limita a questo: applicando i principi biblici come l’amore, il rispetto e il servizio che abbiamo menzionato, egli cerca di ‘perfezionare’ questa obbedienza, vivendo secondo uno standard etico e relazionale più elevato di quello richiesto dalla sola legge civile, ispirandosi all’esempio di Cristo.”

        Credendo a diavoli e ad angeli, proibendo la libertà sessuale consapevole, praticando patriarcato e obbedendo alla politica filo-USA (e filo-sionista) della WTS, come il suo amico Introvigne, nemico giurato del femminismo e dell’ateismo, segretario di Alleanza Cattolica, formazione ultraconservatrice e gemellata politicamente con il gruppo brasiliano Tradizione Famiglia Patria, fautrice degli squadroni della morte all’epoca del regime militare di quel paese, non mi sembra proprio un granchè di “standard etico più elevato” (e i casini sorti con la trasmissione Zona Bianca in termini di “immagine pubblica” e la fuga dei capi CCTdG dal pubblico dibattito mi sembrano che siano lì a dimsotrarlo. Comunque il cristiano TdG non si attiene alla legge dello Stato italiano se antepone la teocrazia nelle relazioni familiari, quando queste “disobbediscono” alle norme del Governing Body della WTS (che lei e i suoi correligionari chiamano ovviamente “volontà divina universale e atemporale”)., come ad esempio il potere del marito.

        Comunque. La contestazione sociale e politica dentro il fenomeno TdG è solo iniziata. E’ in arretrato rispetto alle chiese mainstream. Perché il reclutamento di questa confessione è avvenut cercando gente “sempliciotta” o traumatizzata da fatti nefasti della vita. I “contestatori” sono ancora acerbi e attorniati nel loro imaginario di vita dalle figurine dei racconti biblici . Ma la diga si è aperta. Il mondo TdG avrà sempre più difficoltà nel rapportarsi con il mondo reale. Ha bisogno di sciogliere le catene della testa americana. E ‘dialettica storica.
        Saluti

        Elena Molinari

  23. Angelo Serafino

    Noto, dalle sue risposte alquanto evasive che gli argomenti che ho sollevato le hanno creato un certo imbarazzo. Non mi sorprende.
    Sul “capofamiglia”. Non è che in Italia “questo termine sia oggi meno comune o usato con più cautela”, come dice lei, il fatto è, al di là dell’uso colloquiale che se ne fa, che la legislazione vigente lo ha destituito di ogni fondamento legale. La cosa è ben diversa! E lei ha capito perfettamente il problema che ho sollevato e, pertanto, ha dovuto togliere dall’imbarazzo pubblico la dottrina familiare patriarcale che viene predicata/applicata dal Governing Body della Watchtower Society of New York (WTS), che i testimoni di Geova considerano il canale umano del Dio biblico, canale dal quale dipende tutta la fede dei TdG. Ma torniamo all’abolizione legale del “capofamiglia” nel diritto familiare italiano. Tale abolizione significa parità di potere tra i coniugi, mentre sappiamo che il Governing Body della WTS proclama la sudditanza della moglie e la priorità del marito nel potere gestionale familiare. I capi della WTS di fatto cercano di imporre un ordinamento civile, familiare, di propria emanazione rispetto a quello dello Stato, nelle parti dove questo non gli aggrada ideologicamente. Di fatto è una lotta politico-ideologica, visto che riguarda la legislazione, che i capi WTS portano avanti. Non a caso lei non mi ha risposto se i TdG applicano la normativa familiare dello Stato italiano o quella della teocrazia che insegna il Governing Body della WTS, agendo così, come una sorta di Stato nello Stato italiano. E non sto parlando degli USA o della Svizzera (“scappa all’estero” per non rispondere sig Angelo?).
    Seconda cosa. L’esercizio dell’attività politica. Anche qui, caro sig. Angelo, non faccia lo gnorri. Lei ha capito perfettamente quello che volevo intendere. Cosa c’entra l’astensionismo elettorale? La sua reazione è stata piuttosto scomposta! Lo ripeto non a lei, che ha glissato la domanda con un qualunquismo infantile perchè l’ha capita perfettamente, ma a beneficio dei più. Sostanzialmente la mia osservazione è questa: una ragazza o un ragazzo, figli di TdG, dico, ancora viventi in casa con i genitori, se vogliono votare o farsi eleggere, se vogliono, più in generale, attivarsi in politica, subirebbero repressioni di qualche tipo in famiglia?
    Non occorre che mi risponda il sig. Serafino, può farlo qualsiasi altra persona testimone di Geova. Anzi, mi rivolgo, se ce ne sono che leggono, a quei figli di TdG che si sono ritrovati, volendolo fare, impossibilitati a dedicarsi all’esercizio di voto (anche nelle elezioni scolastiche) o a partecipare ad eventi e movimenti politici, perché ricattati (o minacciati) in varia forma dall’applicazione dell’ordinamento confessionale TdG in tal caso anteposto al diritto costituzionale italiano.

    1. Cara Signora Molinari,
      Forse bastava intendere al volo ‘capofamiglia’ come ‘i genitori’ per evitare un dibattito non necessario. Vengo dagli anni ’50, quando nel mio caso i capifamiglia erano i miei genitori, cattolici ed essenzialmente amorevoli. Il termine è rimasto nel mio linguaggio e, vi assicuro, lo si trova ancora oggi in certi moduli da compilare. Comunque, togliere l’etichetta “capofamiglia” non trasforma un genitore tirannico in un santo.

      cara signora Molinari Lei pensa davvero che questi concetti vengano dall’America, come sta sostenendo?
      Le cito alcuni passi biblici:
      (1 Corinti 11:3) Voglio però che sappiate che il capo di ogni uomo è il Cristo, il capo della donna è l’uomo e il capo del Cristo è Dio.
      (Efesini 5:21-25) Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. 22 Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore, 23 perché il marito è capo della moglie proprio come il Cristo è capo della congregazione, essendo il salvatore di questo corpo. 24 E come la congregazione è sottomessa al Cristo, così anche le mogli devono esserlo ai mariti in ogni cosa. 25 Mariti, continuate ad amare le vostre mogli, come il Cristo ha amato la congregazione e si è consegnato per lei.

      Sta quindi affermando che chi vive secondo questi principi biblici sta, di fatto, perpetuando quel ‘patriarcato’ che lei condanna?

      In merito alla politica, la nostra posizione come Testimoni di Geova è di neutralità. Qualora un membro desideri candidarsi, è libero di farlo, a condizione però di lasciare l’organizzazione. È una situazione che si è già verificata, ad esempio con un mio amico in passato, e nessuno tenterà di ostacolare tale scelta personale.

      Cara signora Molinari I Testimoni di Geova non fanno nemmeno servizio militare, in nessun paese. Io stesso non l’ho fatto. Forse faticherà a capire questa nostra posizione di neutralità. Ma stia tranquilla: se un giorno scoppiasse una guerra e arrivasse una bomba, non saremmo stati noi. Forse sarebbe stata causata da persone che seguono altre vie, magari aderenti ad altre religioni.

      Le sue domande meritano risposte più approfondite di quelle che potrei darle io in questa piattaforma. Potrebbe trovarle recandosi presso uno stand informativo allestito dai Testimoni di Geova. Questi stand sono presenti in molte località e lì troverà Testimoni di Geova preparati a disposizione.

      cordialità

  24. I Testimoni di Geova, nel loro comunicato, esprimono “preoccupazione per l’impatto che una simile esposizione mediatica possa avere sui propri membri”, sottolineando che molti di loro hanno già subito episodi di esclusione, mobbing o diffamazione in contesti lavorativi e sociali.

    Una preoccupazione comprensibile. Nessuno dovrebbe subire emarginazione o trattamenti ingiusti per la propria fede religiosa.

    Ma c’è un problema enorme, una contraddizione che grida vendetta.

    Perché la stessa organizzazione che condanna l’emarginazione quando subita dai propri membri, applica esattamente lo stesso meccanismo di esclusione, mobbing e isolamento sociale… verso coloro che decidono di lasciarla.

    E questo non è un sospetto, non è un’accusa vaga, non è una polemica. È un fatto accertato da una corte d’appello, nero su bianco nella sentenza norvegese del 14 marzo 2025.

    Leggiamo:

    “L’esclusione è generalmente molto pesante sul piano psicologico, e per i bambini il carico è particolarmente grave. Se viene effettuata, comporta gravi violazioni dell’integrità, isolamento e forti disagi psicologici, che costituiscono violenza psicologica. […] La prassi dell’esclusione costituisce anche controllo sociale negativo nei confronti dei minori.” (p. 8)

    E ancora:

    “Non c’è dubbio – e non è nemmeno contestato – che un’uscita dalla congregazione possa avere conseguenze molto gravi per chi si ritira, soprattutto riguardo ai rapporti con altri TdG, inclusi i familiari stretti. Questo può essere vissuto come molto pesante da molti […] e creare problemi alla salute e al benessere.” (pp. 20-21)

    🎯 Quindi sì: l’isolamento, l’ostracismo, la rottura dei rapporti familiari, il crollo psicologico e il danno alla salute mentale non sono soltanto esperienze raccontate dagli ex membri — sono confermate da una sentenza di secondo grado, emessa da una Corte nazionale europea.

    E allora la domanda è inevitabile:
    🔍 Perché ci si indigna quando è un Testimone di Geova a essere discriminato, ma si accetta — anzi, si giustifica — lo stesso identico comportamento quando è inflitto a chi decide di uscire?

    📌 O l’isolamento è sbagliato sempre.
    📌 O si è solo indignati quando fa comodo.

    I sentimenti, le lacrime, la sofferenza, valgono meno solo perché provengono da un “ex”?

    1. Caro amico, il suo discorso non fa una piega, (se fosse vero)ma quelle sono le accuse che la Corte d’appello norvegese ha giudicato infondate, annullando all’unanimità la relativa sentenza.”
      Durante il processo di appello, un collegio di tre giudici ha esaminato attentamente le nostre pratiche religiose e gli insegnamenti basati sulla Bibbia. In aperta contraddizione con le affermazioni dello Stato, la Corte d’appello ha stabilito che limitare i contatti con un trasgressore impenitente che è stato rimosso dalla congregazione non costituisce una violazione dei suoi diritti. Nelle situazioni in cui un minore battezzato impenitente viene rimosso dalla congregazione, la corte ha stabilito che “non costituisce violenza psicologica”.

      La corte ha concluso che “i Testimoni di Geova sono stati pienamente scagionati in quanto le decisioni di negare le sovvenzioni e la registrazione sono invalide”.

      https://tinyurl.com/53pvbjuj

    2. Caro amico, il suo discorso non fa una piega,(se fossero vere) ma quelle sono state le accuse che la Corte d’appello norvegese ha giudicato infondate, annullando poi all’unanimità la relativa sentenza.

      dal nostro sito ufficiale:
      “Durante il processo di appello, un collegio di tre giudici ha esaminato attentamente le nostre pratiche religiose e gli insegnamenti basati sulla Bibbia. In aperta contraddizione con le affermazioni dello Stato, la Corte d’appello ha stabilito che limitare i contatti con un trasgressore impenitente che è stato rimosso dalla congregazione non costituisce una violazione dei suoi diritti. Nelle situazioni in cui un minore battezzato impenitente viene rimosso dalla congregazione, la corte ha stabilito che “non costituisce violenza psicologica”.

      La corte ha concluso che “i Testimoni di Geova sono stati pienamente scagionati in quanto le decisioni di negare le sovvenzioni e la registrazione sono invalide”.
      https://tinyurl.com/53pvbjuj

      Cè molta disinformazione su di noi creata dai nostri oppositori ….non credete a niente di quello che vi dicono .

      buona sera

    3. Caro amico, il suo discorso non fa una piega,(se fosse vero) ma queste sono le accuse che la Corte d’appello norvegese ha giudicato infondate, annullando all’unanimità la relativa sentenza.”

      dal nostro sito:

      Durante il processo di appello, un collegio di tre giudici ha esaminato attentamente le nostre pratiche religiose e gli insegnamenti basati sulla Bibbia. In aperta contraddizione con le affermazioni dello Stato, la Corte d’appello ha stabilito che limitare i contatti con un trasgressore impenitente che è stato rimosso dalla congregazione non costituisce una violazione dei suoi diritti. Nelle situazioni in cui un minore battezzato impenitente viene rimosso dalla congregazione, la corte ha stabilito che “non costituisce violenza psicologica”.

      buona sera

      1. Caro sig. Serafino,
        la ringrazio per la sua risposta. È importante confrontarsi su questi temi, anche se si hanno opinioni diverse.
        Lei afferma che la Corte d’Appello norvegese ha “annullato” la sentenza precedente, giudicando infondate le accuse contro i Testimoni di Geova. Tuttavia, questo è solo parzialmente vero, e invito lei e chi ci legge a prendersi il tempo di leggere personalmente la sentenza (14 marzo 2025 – Borgarting Lagmannsrett), per farsi un’idea autonoma di quanto dichiarato non solo nella conclusione legale, ma anche nella motivazione dettagliata della Corte.
        La Corte ha effettivamente annullato i provvedimenti dello Stato per motivi giuridici (difetto di prova formale sufficiente), ma nel testo dichiara apertamente che l’esclusione sociale fa parte della prassi ufficiale dell’organizzazione e non è una scelta soggettiva (p. 18): “Non c’è dubbio, e non è contestato, che la prassi dell’isolamento sociale sia parte integrante dell’identità dei TdG.”; le conseguenze psicologiche dell’uscita dalla congregazione sono molto gravi, anche verso familiari stretti: “Questo può essere vissuto come molto pesante […] e creare problemi alla salute e al benessere.” (pp. 20–21); i rapporti familiari con chi è stato escluso devono essere ridotti al minimo, salvo casi strettamente necessari: “I membri leali non devono cercare scuse per mantenere rapporti con un parente escluso che non vive in casa.” (p. 17).
        Quindi no, la Corte non ha smentito la descrizione dell’ostracismo o delle sue conseguenze. Ha semplicemente stabilito che, in base alla legge norvegese attuale, queste prassi non bastano da sole per giustificare la revoca dello status di religione registrata. Ma il quadro etico e sociale che emerge è chiaro. E’ inquietante.
        Per questo la invito sinceramente a leggere lei stesso la sentenza. Non per cercare colpe, ma per comprendere a fondo la portata di ciò che viene praticato, e l’impatto che ha su chi ne esce.
        Perché, come dice anche il Vangelo, “la verità vi renderà liberi” (Giovanni 8:32) — ma solo se siamo disposti a guardarla anche quando non ci piace.
        Con rispetto.

  25. Angelo Serafino

    Capofamiglia?????? Guardi che è dal 1975 che la legge italiana ha abrogato il “capofamiglia” (Legge 19 maggio 1975, n. 151). Lei in quale Stato vive? Oppure i testimoni di Geova vivono come uno Stato nello Stato applicando un diritto familiare diverso da quello in vigore in Italia, un ordinamento occultato alle istituzioni dove viene applicato ancora il patriarcato del capofamiglia come negli ambienti integralisti? E gli “amorevoli consigli” per “cambiare stili di vita” in modo da “proteggere gli altri membri della famiglia”, cioè familiari testimoni di Geova, si applicano anche a ragazze/i figli che vogliono esercitare il diritto di voto (attivo e anche passivo) e attivarsi politicamente?

    1. Signora Elena Molinari
      “Lei mi critica per l’uso di ‘capofamiglia’. Sebbene in Italia questo termine sia oggi meno comune o usato con più cautela, può ancora mantenere significati specifici in determinati contesti. Inoltre, il video a cui mi riferivo è americano, non italiano: ciò che non è attuale o diffuso qui può esserlo altrove.
      Il termine può indicare chi ha la responsabilità principale della famiglia (gestione o reddito), indipendentemente dal sesso. Negli USA, ad esempio, si usa ‘Head of Household’.
      Anche se storicamente aveva connotazioni patriarcali, oggi il significato può essere neutro o interpretato in modo paritario, come accade anche in Svizzera, dove il termine è ancora presente nel codice civile.
      Non vedo cosa c’entri il voto (o la politica). Se lei vuole protestare dovrebbe rivolgersi alla maggioranza degli elettori italiani, visto che in Italia il ‘partito’ numero uno sarebbe proprio quello degli astenuti.
      la saluto cordialmente

  26. Per decenni hanno riempito pagine delle loro pubblicazioni e video dove han parlato di altre religioni senza preoccuparsi di avere un contradditorio.
    Pur essendo informati di questi servizi televisivi hanno deciso di rifiutare di partecipare e si lamentano della mancanza del contraddittorio (??). Parlano di essere minoranza religiosa e di “pieno rispetto della legalità e della libertà altrui”, eppure sono i primi a non concedere libertà ai propri adepti attraverso controlli sistematici. Screditano ed incitano all’odio nei confronti dei fuoriusciti della Congregazione etichettandoli come apostati e bugiardi a prescindere dalle argomentazioni (che sarebbe la minoranza della minoranza se vogliam esser puntigliosi, quindi sarebbero i più deboli). La Torre di Guardia di maggio 2025, non una pubblicazione vecchia (come se le cose scritte nel passato non avessero più importanza, tipo quando riferivano di non poter ammazzare gli apostati solo perchè non vivono in una nazione teocratica – w54 15/1 pp. 62-63), ribadisce il concetto di evitare di stare in compagnia di chi non vuol più essere un TdG.

    Quindi, di cosa stiamo parlando? A me sembra semplicemente che stanno raccogliendo il frutto delle loro azioni.

    1. Buongiorno Marco, sicuramente non possono pensare di essere gli unici a non avere degli scheletri nell’armadio. Per esempio vedo poco trasparenze nelle contribuzioni, basta leggere questo articolo per rendersene conto. Mi farebbe piacere che il sig.Angelo Serafino potesse esprimere la sua opinione sulla parte della circolare rivolta alla congregazione e la parte rivolta ai soli anziani. È onesto dire alla congregazione che i prestiti gli saranno annullati per poi specificare, nella parte destinata ai soli anziani, che la cifra da inviare alla filiale ogni mese come contribuzione deve essere «COME MINIMO pari a quanto viene inviato attualmente ogni mese per restituire il prestito»?

  27. Incitamento all’odio. Ed è proprio ciò che è accaduto: martedì scorso è stata fatta esplodere una bomba carta davanti alla Sala del Regno dei Testimoni di Geova a Roma, esattamente quella dove una “giornalista” si è introdotta sotto mentite spoglie per carpire immagini di nascosto (come se le nostre riunioni non fossero aperte al pubblico e tutte le informazioni su di noi e ciò in cui crediamo non fossero facilmente reperibili sul sito http://www.Jw.Org)

    1. È lo stesso dio Geova che vi sta disciplinando. Sono decenni che producete video discriminatori come quello trasmesso al congresso di Roma estate 2016 in cui facevate vedere una figlia ex testimone di Geova prima buttata fuori di casa e poi che telefonava alla madre per sentirla…. E la madre che doveva essere leale all’organizzazione di geova e non doveva parlare alla figlia. Vili e vigliacchi allo stesso tempo perché negate che non sia vero che fate ciò ad istigare i vostri adepti a emarginare gli ex. Ora fate le vittime. Abbiamo la nausea della vostra ipocrisia di falsi buonisti.

      1. Signora Francesca Spada Il video che sta manipolando per metterci in cattiva luce, quasi inducendo all’odio, mostra una donna, ex Testimone di Geova, che viveva ancora con la sua famiglia. Fin qui nulla di strano, se non fosse che la donna conduceva una vita promiscua, in contrasto con gli standard familiari. Il capofamiglia, con amorevoli rimproveri, le ha fatto presente che, se voleva continuare a vivere sotto lo stesso tetto, avrebbe dovuto cambiare stile di vita, questo per proteggere anche gli altri membri della famiglia. La ragazza, di sua spontanea volontà, ha deciso di andarsene. Quando ha telefonato alla madre e questa non ha risposto, si trattava di una forma di disciplina familiare. Ciò che lei Signora Francesca omette è che la storia ha avuto un lieto fine, con una riconciliazione sia con la famiglia che con la congregazione dei Testimoni di Geova. Lei signora Francesca Spada è stata vittima della disinformazione mediatica orchestrata da una sparuta minoranza di nostri oppositori.” la saluto cordialmente

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