Intervista a Lorenzo Zucchi: come Prigionieri del nostro destino trasforma il Giro d’Italia in un viaggio psicologico.

Intervista a Lorenzo Zucchi: come Prigionieri del nostro destino trasforma il Giro d’Italia in un viaggio psicologico.

C’è chi corre il Giro d’Italia per chilometri. E chi lo corre in testa, senza muoversi di casa. Mauro, il protagonista del romanzo di Lorenzo Zucchi, non ha una bici, ma vive un viaggio a tappe: dentro il silenzio di una città spenta, dentro le crepe della sua mente. Tre donne, desideri sfocati, realtà che si deforma.

In questa intervista, Zucchi non ci parla solo di un libro: ci porta in quel tipo di corsa in cui l’arrivo non è una vittoria, ma solo il punto in cui smetti di fingere.

Grazie per questa intervista curiosa e super stimolante.

Nel tuo romanzo, Mauro sembra vivere un percorso a tappe, pieno di salite mentali e fughe interiori. Se fosse un corridore del Giro d’Italia, che tipo di ciclista sarebbe? Uno scalatore solitario, un cronoman silenzioso o un uomo da volata finale?

Mauro rappresenta una certa fragilità maschile che ho già messo in scena nei miei libri precedenti, ma che qui è protagonista, pur mantenendo appieno tutta la sua dignità senza retorica. Lui è convinto di avere in canna il colpo per la volata finale, nascondendosi nella mischia del plotone. 

Il Giro d’Italia attraversa paesaggi spettacolari e città addormentate. Anche Mauro attraversa una città spenta durante il lockdown. Quanto conta l’ambiente urbano e la sua immobilità nella costruzione del romanzo?

In questo libro il disagio contemporaneo, ben esplicitato dalla solitudine urbana acutizzata dalla situazione di lockdown, diventa quasi un secondo personaggio alla pari di Mauro. La città nasconde le emozioni, fino a estremizzarle nel momento in cui non sarà più possibile trattenerle. E se Milano simboleggia l’esclusione, l’Hinterland del Nord Milano non può che rifletterne i dogmi anche alla lontana, anche senza crederci del tutto.

Il protagonista sembra affrontare un percorso di resistenza più che di velocità. È una metafora voluta della condizione umana moderna, che arranca tra sogni repressi e desideri irrisolti?

Mauro assurge a simbolo della solitudine relazionale emblematica per tutta la società del post COVID. Arranca, resiste, scatta, poi si ferma. E quindi di nuovo, fino all’arrivo della tappa successiva. Sdoganare una certa tipologia di desideri repressi, tipicamente ma non solo maschili, è uno degli altri temi cruciali del libro. Con i miei testi cerco di propormi sempre come una sorta di cronista dell’invisibile che racconta ciò che resta ai margini del rumore dei grandi eventi.

Le “Tre Grazie” che Mauro incontra, Emily, Flora e Christelle, possono essere interpretate come tappe decisive o deviazioni improvvise? Sono figure simboliche o rappresentano davvero momenti cruciali della sua discesa o della sua possibile risalita?

Le ragazze del libro sono personaggi simbolici, per quanto mi sia sforzato, nonostante la tecnica narrativa dell’onnisciente, di profilarle in maniera esaustiva e credibile. Lungo tutta la storia aleggia l’intuizione che ci sia qualcosa che non viene mostrato, un po’ come accade negli alberghi che ospitano il Giro a riflettori spenti. Mauro troverà nella loro frequentazione la possibilità di arrivare al traguardo di una tappa importante.

Come nel ciclismo, anche nel romanzo c’è il tema della fuga: Mauro fugge da sé stesso o cerca di inseguire una versione alternativa di sé?

In teoria cerca una versione migliore di sé, come quella che anni prima si è trascinata per ben due volte all’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Nel subconscio però sta cercando una fuga da una mediocrità che è destinata a tramandargli altre ferite sempre attuali; il fatto che lui da solo non possa arrivare a capirlo è poi il motivo per cui c’è un narratore che tiene le fila del romanzo.

Se potessi ambientare una scena del libro lungo una tappa reale del Giro, quale sarebbe? Una Milano surreale, una salita delle Dolomiti, o magari un tratto piatto e monotono della Pianura Padana?

Avrei portato il Giro d’Italia in Svizzera, come fa il libro, lungo il percorso di una tappa particolarmente solitaria di Mauro. Scelgo quindi la tappa che arriva a Nova Gorica, per immaginare un Mauro alle prese con la sua prima volta in Slovenia, per dipingere con gli occhi di un neofita tutta la meraviglia delle differenze e delle similitudini tra paesi confinanti.

Il ciclismo è anche lavoro di squadra, ma Mauro è un uomo profondamente solo. Questa solitudine è una condanna, una scelta, o un modo per ascoltare meglio il caos dentro di sé?

Mauro si circonda di amici che ritiene imprescindibili, senza capire che la loro compagnia è solo un riempimento collettivo di molte solitudini simili. La scelta di Mauro è quella dell’isolamento all’interno della propria famiglia, a rappresentare un fenomeno abbastanza diffuso della società contemporanea, che non sempre purtroppo è propedeutico ad ascoltare il proprio caos interiore.

Nel Giro esiste la “maglia nera”, simbolo dell’ultimo in classifica, spesso amato quanto il vincitore. Mauro indosserebbe quella maglia? E cosa significa per te “arrivare in fondo”?

Devo concedermi di non rispondere, perché lo spoiler è in agguato. Quanto ad arrivare in fondo, nella mia idea devo ancora percorrere molte gare di ciclismo prima di appendere gli scarpini alla prossima metafora.

Elisa Rubini

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