La poesia come atto di libertà assoluta – Tomaž Šalamun e la voce che non teme confini. Recensione di Alessandria today
di Pier Carlo Lava
Tra i poeti europei del secondo Novecento, Tomaž Šalamun occupa un posto unico. La sua parola è al tempo stesso gioco e ribellione, visione e dissacrazione. Quando lo si legge, si ha la sensazione che ogni verso nasca per rompere un vincolo, per scompaginare la logica del mondo e restituire alla poesia il suo potere originario: quello di nominare la realtà senza sottostare alle sue regole.
Personalmente ho sempre ammirato in Šalamun il coraggio di spingersi “oltre il cancello” del linguaggio, per usare una metafora cara al nostro tempo. Nei suoi testi, l’ironia e la trascendenza si intrecciano in modo vertiginoso. È un autore che insegna come la libertà creativa sia un atto politico e spirituale insieme. Ogni sua poesia ci ricorda che scrivere non è mai un gesto innocente, ma un modo di affermare la propria presenza nel mondo.
Poesia – “La mela”
(traduzione italiana da “The Selected Poems”)
Mi hanno detto di mordere la mela.
L’ho fatto, e dentro ho trovato il mare.
Le onde parlavano una lingua che non conoscevo,
ma sapevo che mi apparteneva.
Poi è arrivato un vento da est,
ha spazzato via le navi e le paure,
e mi sono ritrovato bambino,
con un seme tra le dita.
L’ho piantato nella sabbia,
e la sabbia ha sorriso.
Da allora non ho più avuto fame.
Analisi e interpretazione
Questa poesia, nella sua apparente semplicità simbolica, racchiude tutto l’universo poetico di Tomaž Šalamun: il mito e l’infanzia, l’atto di conoscenza che è anche disobbedienza, la ricerca di una lingua primordiale. Il gesto di mordere la mela — simbolo biblico di curiosità e peccato — diventa un rito di nascita e di scoperta. Non c’è colpa, ma desiderio di vita.
L’immagine del mare che “parla una lingua sconosciuta ma familiare” evoca la condizione dell’uomo contemporaneo: estraneo e al tempo stesso parte integrante dell’universo. La poesia diventa il luogo dove riconciliarsi con ciò che è ignoto.
Šalamun, poeta sloveno tradotto in oltre venti lingue, è stato una delle voci più potenti della poesia europea postmoderna. Nato nel 1941 e scomparso nel 2014, ha attraversato dittature, avanguardie e rivoluzioni culturali senza mai perdere il suo spirito anarchico. Nei suoi versi non c’è dogma, ma un continuo slancio vitale verso l’assoluto.
La sua scrittura, apparentemente spontanea, è in realtà un equilibrio delicato tra gioco e rivelazione. Non cerca la chiarezza, ma l’esperienza. Il lettore è chiamato a entrare nel testo come in un labirinto: non per trovare l’uscita, ma per perdersi consapevolmente.
In “La mela” si avverte la cifra più intima di Šalamun: la fede nella rinascita attraverso il linguaggio, il ritorno a un’innocenza che non è fuga, ma conquista. È una poesia che non si limita a descrivere, ma a generare mondo — come se ogni parola fosse una nuova creazione.
Leggere Šalamun oggi significa riscoprire la forza liberatoria della poesia. In tempi di linguaggi uniformati e messaggi rapidi, la sua voce invita alla lentezza, al rischio, al mistero. È una poesia che ci costringe a pensare e a sentire, senza compromessi.
Ogni volta che torniamo ai suoi versi, ci accorgiamo che la poesia può ancora essere un gesto di rivoluzione gentile — un atto d’amore verso la complessità dell’essere umano.
Geo: Lubiana – Roma, nel respiro universale della poesia.
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