“In una clessidra” di Gonzalo Millán: il tempo come ferita e memoria dell’amore. Recensione di Alessandria today
Ci sono poesie che riescono a racchiudere in pochi versi l’intera esperienza del tempo umano: la perdita, la memoria, la persistenza del sentimento oltre il suo stesso declino. “In una clessidra”, breve ma densissima lirica di Gonzalo Millán, trasforma un’immagine quotidiana — la sabbia che scende — in una potente metafora dell’amore e del tempo, dove ciò che cade non scompare, ma continua a dire qualcosa nella sua stessa fine.
Pier Carlo Lava

In una clessidra
Seduto tra gradinate colme e silenziose
scorgo, tra la sabbia che scivola nell’imbuto,
il pallido, smarrito profilo del tuo volto.
Sul fondo, gli oratori del tempo perduto
ripetono soltanto vecchi comandi,
vuoti, come echi d’una giovinezza che non ritorna.
E tu — unico fra i granelli opachi —
mi dici ancora qualcosa nella caduta,
una parola che pesa come luce,
una voce che resiste,
mentre il tempo lentamente ti inghiotte.
Il tempo e la memoria come materia poetica
Millán, poeta della sottrazione e dell’essenzialità, concentra qui la tensione di tutta la sua opera: il passare del tempo, la perdita e la resistenza della voce umana. L’immagine della clessidra è simbolo di una duplice condanna: quella del corpo che scivola verso la fine e quella della parola che tenta, invano, di fermare la sabbia.
Ma in questa condanna si nasconde anche la salvezza: nella poesia, ciò che cade non muore del tutto, ma continua a esistere nel ricordo, nella parola che sopravvive alla caduta.
Temi e stile
L’atmosfera è rarefatta, quasi sospesa. Il poeta osserva dall’alto — “seduto tra gradinate colme e silenziose” — come un testimone del tempo che passa, incapace di intervenire ma consapevole del suo potere di ricordare.
La lingua è sobria e precisa, ma ogni immagine ha un peso simbolico: la sabbia è la vita che scorre, il volto perduto è l’amore che si dissolve, e la voce che resiste nella caduta è la poesia stessa.
Paragoni letterari
Nel suo tono elegiaco e contemplativo, “In una clessidra” evoca la dolente precisione di Jorge Luis Borges, quando il tempo diventa labirinto, e la musicalità sospesa di Pablo Neruda, che trasforma la memoria in canto.
La compostezza emotiva e la tensione filosofica rimandano anche alla poesia di Cesare Pavese, dove ogni oggetto quotidiano si carica di destino, e alla mistica laica di Rainer Maria Rilke, per cui ogni perdita è una trasformazione in luce.
Sul piano visivo, la scena potrebbe appartenere a un quadro di Giorgio de Chirico: un uomo solo, un oggetto semplice, e intorno il tempo che tace.
Biografia essenziale
Gonzalo Millán (1947–2006), poeta e narratore cileno, visse intensamente le ferite della sua epoca. Costretto all’esilio dopo il golpe del 1973, visse in Canada e in Europa, dove scrisse alcuni dei testi più intensi della poesia latinoamericana del secondo Novecento. Le sue opere, da Relación personal a La ciudad, fondono esperienza storica e visione metafisica, in una lingua limpida, morale e priva di orpelli.
Conclusione
“In una clessidra” è una poesia sul tempo che passa e sull’amore che non si spegne. In pochi versi, Gonzalo Millán ci consegna la verità più semplice e più dura: tutto scorre, ma ciò che è amato continua a parlare nella caduta.
È un testo che riflette la forza discreta della memoria, quella che non si impone ma resiste — come una parola che pesa più della sabbia, come un volto che, pur svanendo, resta inciso nel vetro del tempo.
Geo: Alessandria – Italia
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