🟥 25 NOVEMBRE – LA VIOLENZA CHE NON SI VEDE – STOP ALLA VIOLENZA! TUTTA!- di Cinzia Rota. Milano

🟥 25 NOVEMBRE – LA VIOLENZA CHE NON SI VEDE – STOP ALLA VIOLENZA! TUTTA!- di Cinzia Rota. Milano

In un tempo in cui la violenza viene spesso identificata con l’aggressione fisica, è fondamentale ampliare lo sguardo. Esistono forme più sottili, meno riconoscibili, ma altrettanto corrosive. Sono quelle che si insinuano nelle relazioni affettive, che agiscono sotto la soglia del rumore, che non lasciano lividi ma logorano lentamente la percezione di sé.

Il racconto che segue non parla di urla né di percosse. Parla di una dinamica relazionale in cui una donna si ritrova progressivamente svuotata, destabilizzata, manipolata. Non da un gesto eclatante, ma da una presenza ambigua, da un comportamento che si nutre della sua forza senza mai restituire nulla. Un rapporto in cui l’altro non si assume responsabilità, non dichiara, non costruisce, ma resta, osserva, assorbe.

Questa è una forma di abuso emotivo.

Una violenza che si consuma nel quotidiano, che si traveste da indecisione, da fragilità, da bisogno.

Una violenza che spesso viene giustificata, minimizzata, ignorata.

Eppure, le sue conseguenze sono profonde: perdita di autostima, senso di colpa, isolamento, confusione identitaria.

Il 25 novembre non è solo il giorno in cui si denunciano i femminicidi.

È anche il momento per riconoscere e nominare tutte le forme di sopraffazione che le donne subiscono.

È il giorno in cui si dà voce a chi ha trovato la forza di interrompere un legame tossico, di uscire da una spirale di dipendenza emotiva, di dire “basta” con consapevolezza e dignità.

Perché la violenza non è solo ciò che si vede.

È anche ciò che si insinua, che manipola, che svuota.

E combatterla significa, prima di tutto, imparare a riconoscerla.

Pannello rosso con la scritta 'GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE', accanto al volto di una donna con capelli rossi.

IL CONTO

Racconto di Cinzia Rota

Lo guardava, lei, come si guarda un quadro che non ha mai preso forma, aveva sempre volto il pensiero all’ascolto cercando sempre una luce per sollevare il cammino alle anime in bilico, così cominciò a studiarlo. Si mise in discussione, chiedendosi cosa l’avesse fatta restare così a lungo nonostante quella strana sensazione che qualcosa la stesse risucchiando.

Lui se ne stava lì, seduto sul bordo del divano, le mani intrecciate, lo sguardo basso.

Non era sparito. Non aveva avuto nemmeno quel coraggio.

Era rimasto, come sempre, a metà. Galleggiando tra un “vorrei” e un “non posso”, tra un “mi importa” e un “non so come dirtelo”.

Lei cercava di sopravvivere. “Tipico soggetto da laboratorio.” Si disse.

La vendetta sarebbe stata cosa facile, sicuramente con effetto rapido, ma non era stata concepita così… Veniva da stirpe nobile di spirito, anche se doveva pur sopravvivere.

Lo aveva avvisato più volte. Aveva usato parole chiare, silenzi eloquenti e gesti che gridavano verità.

Ma lui aveva continuato a giocare con la sua inconsistenza travestita da profondità.

Con quelle strane gelosie che faceva passare per amore, e che suo malgrado evidenziavano una malsana forma d’invidia. Si capiva da quel subdolo modo di assorbire la sua luce, senza mai accenderne una propria.

Non era un uomo cattivo. Lui era peggio: era un uomo vuoto.

Un contenitore di intenzioni mai realizzate, di sentimenti mai dichiarati, di gesti sempre lasciati a metà.

Restava lì, come un’ombra che non sa se appartiene alla luce o al buio.

E lei, per troppo tempo aveva cercato di dargli forma.

Aveva tratti narcisistici, ma non brillava. Aveva tratti evitanti, ma non fuggiva.

Stava. Stava e assorbiva.

La sua energia, le sue idee, a volte persino le sue parole che rimescolava e le faceva sue sotto forma d’ispirazione che poi dimenticava.

Lei lo lasciò fare, consapevole che non gli stavano bene. Perché non erano sue. Perché se non aveva il coraggio di essere, avrebbero perso comunque valenza.

C’era una cosa che non sopportava del tutto: la sua gelosia. E non era certo legata all’amore, piuttosto al bisogno di controllo che lo consumava, e benché gli ripetesse che succedeva solo con lei, scusandosi e promettendo invano che non sarebbe capitato mai più, era evidente che non sopportasse quanto lei fosse desiderata, vista, riconosciuta. Lo destabilizzava, mettendolo inevitabilmente di fronte alla propria paura più grande: la sua inconsistenza.

Le sue attenzioni non erano amore e la sua ammirazione non aveva niente a che vedere col rispetto. La sua era fame. Desiderava luce, riconoscimento, identità senza mai mettersi in gioco. Senza mai rischiare un rifiuto. Senza mai dire: “Ti amo.”Più volte lei cercò di spiegargli che non si può vivere rubando l’onda degli altri e che non poteva pretendere d’essere visto se restava immobile. Ma soprattutto che a nulla sarebbe servito giocare il ruolo della vittima quando si è stati carnefici silenziosi.

E alla fine disse basta per dignità, non certo senza dolore, ma con la consapevolezza che fosse la scelta migliore per entrambi.

I conti, quelli veri, non si fanno con chi ti consola.

Si fanno con la propria coscienza.

E prima o poi… tornano tutti.


Non abbiate paura di riconoscere ciò che vi fa male, anche quando non lascia segni visibili.

Non abbiate timore di dire “basta”, anche se vi hanno insegnato a sopportare.

La dignità non è negoziabile, e il rispetto non si mendica.

Ogni volta che scegliete voi stesse,

ogni volta che vi liberate da ciò che vi spegne,

state già cambiando il mondo.

E ricordate: non siete sole.

MAI!

©Cinzia Rota. Milano, 25/11/2025

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Cinzia Rota

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