Turchia ed Iran, 2025-2026

Turchia ed Iran, 2025-2026

Nel contesto dell’instabilità iraniana tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, la postura della Turchia non può essere compresa né come semplice neutralità, né come allineamento automatico con Teheran o con l’Occidente. Essa riflette piuttosto una strategia di stabilizzazione selettiva, condizionata da interessi securitari immediati, da ambizioni regionali di medio periodo e da vincoli giuridico-finanziari esterni, in particolare quelli derivanti dal caso Halkbank. L’insieme delle mosse turche – durante l’attacco israeliano del giugno 2025, nella fase di riacutizzazione delle sanzioni e nel pieno dei moti iraniani – mostra una linea coerente: evitare il collasso dell’Iran come Stato funzionante, senza rafforzarne la capacità strategica; contenere l’escalation militare, senza legittimare la teocrazia; mantenere canali operativi con Teheran, riducendo al minimo l’esposizione legale e finanziaria verso il sistema statunitense.

1. Sicurezza regionale e dossier curdo: perché Ankara non vuole un Iran che collassi

Il primo pilastro della postura turca è securitario. L’Iran instabile rappresenta per Ankara un rischio sistemico, soprattutto lungo il confine orientale e nel corridoio curdo. La priorità turca nel 2025–2026 resta la chiusura definitiva del ciclo insurrezionale curdo, dopo la dichiarazione di dissoluzione del PKK nel maggio 2025. In questo contesto, un indebolimento eccessivo dell’apparato iraniano avrebbe potuto creare spazi operativi per il PJAK e per reti transfrontaliere residue, con effetti diretti sulla sicurezza turca.

È in questa chiave che va letta la cooperazione securitaria tattica tra Ankara e Teheran nel 2025, inclusa la condivisione di intelligence sui movimenti di milizie curde durante e dopo la fase di tensione militare regionale. La Turchia non ha sostenuto i moti iraniani né ha incoraggiato dinamiche di destabilizzazione, ma ha contribuito a impedire che l’instabilità degenerasse in frammentazione territoriale. Questo comportamento non implica solidarietà ideologica con la Repubblica Islamica, bensì una valutazione realistica: un Iran debole ma governabile è preferibile a un Iran imploso, perché quest’ultimo esporterebbe insicurezza, flussi migratori e militanza armata.

2. L’attacco israeliano del giugno 2025: opposizione alla guerra, non difesa dell’Iran

La reazione turca all’attacco israeliano contro obiettivi iraniani nel giugno 2025 è un secondo indicatore chiave. Ankara ha condannato pubblicamente l’operazione, definendola una violazione del diritto internazionale e un fattore di rischio sistemico per la regione. Le dichiarazioni ufficiali del governo turco e del Presidente Recep Tayyip Erdoğan hanno insistito su due punti costanti: il rifiuto dell’escalation militare e la necessità di una soluzione diplomatica sul dossier nucleare.

Questa posizione non equivale a una difesa politica dell’Iran. La Turchia non ha legittimato il programma nucleare iraniano né ha messo in discussione il principio di non proliferazione. Ha piuttosto contestato il mezzo militare come strumento di gestione del problema, ritenendolo destabilizzante e controproducente. In altre parole, Ankara ha separato nettamente contenimento strategico e collasso violento: il primo è accettabile, il secondo è pericoloso. Questo spiega anche i contatti diplomatici mantenuti sia con Teheran sia con Washington durante e dopo l’attacco, inclusi colloqui con l’amministrazione guidata da Donald Trump.

3. Il caso Halkbank: vincolo strutturale della postura turca verso l’Iran

Il terzo pilastro, spesso trascurato nelle letture geopolitiche, è il vincolo giudiziario e finanziario rappresentato dal caso Halkbank. Questo caso è centrale per comprendere perché la Turchia, pur mantenendo rapporti con l’Iran, abbia progressivamente ridotto l’esposizione a operazioni potenzialmente sanzionabili.

I fatti essenziali sono i seguenti: Halkbank, banca statale turca, è accusata negli Stati Uniti di aver partecipato a uno schema di elusione delle sanzioni contro l’Iran, che avrebbe consentito il trasferimento e la conversione di fondi iraniani soggetti a restrizioni, attraverso società di comodo, documentazione fittizia e transazioni mascherate come commercio lecito. Secondo ricostruzioni giornalistiche e atti giudiziari, lo schema avrebbe coinvolto flussi per decine di miliardi di dollari, con almeno una parte transitata nel sistema finanziario statunitense. Dal punto di vista procedurale, il passaggio decisivo è avvenuto tra il 2023 e il 2025. Nell’aprile 2023, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che Halkbank non gode automaticamente di immunità sovrana ai sensi del Foreign Sovereign Immunities Act. Nell’ottobre 2024, la Corte d’Appello del Second Circuit ha escluso anche l’immunità di common law per attività di natura commerciale. Il 6 ottobre 2025, la Corte Suprema ha rifiutato di esaminare un ulteriore ricorso di Halkbank, consentendo la prosecuzione del procedimento penale a New York.

Questo esito ha un impatto diretto sulla politica estera turca. Un eventuale processo o una sanzione pecuniaria rilevante – le stime di mercato oscillano tra uno e due miliardi di dollari, sulla base di casi comparabili – rappresenterebbe un costo significativo per il sistema bancario turco. Non è un caso che, nell’autunno 2025, Ankara abbia recepito formalmente il regime di sanzioni ONU riattivato contro l’Iran, congelando beni di individui ed entità collegate al programma nucleare iraniano. Si tratta di una mossa di compliance formale, volta a dimostrare allineamento alle risoluzioni internazionali e a ridurre l’esposizione legale, senza però rompere i canali politici con Teheran.

In questo senso, il caso Halkbank agisce come vincolo strutturale: limita la capacità della Turchia di fungere da hub finanziario informale per l’Iran e spinge Ankara a una maggiore prudenza operativa, pur senza trasformarla in un attore apertamente ostile a Teheran.

4. I moti iraniani 2025–2026 e la lettura turca dell’Islam politico

Nel pieno delle proteste iraniane del 2025–2026, la Turchia ha mantenuto un profilo pubblico estremamente cauto. Non vi sono state dichiarazioni di sostegno ai manifestanti, né condanne esplicite della repressione. La narrativa ufficiale turca ha insistito sul principio di non ingerenza e sulla necessità di stabilità regionale.

Questa prudenza non è neutrale. La leadership turca è consapevole che i moti iraniani non sono soltanto economici, ma riflettono una crisi di legittimazione dell’Islam politico come infrastruttura statuale totalizzante. Per un paese governato da oltre vent’anni da un partito di matrice islamica, il caso iraniano rappresenta un laboratorio negativo: mostra che, quando il patto economico e sociale si rompe, la religione non basta a garantire obbedienza, e può anzi diventare un fattore di polarizzazione. Ankara evita di dirlo apertamente, ma ne trae conseguenze operative: contenere l’instabilità altrui, evitare precedenti di legittimazione della protesta, e preservare il proprio modello come distinto dalla teocrazia sciita iraniana.

Messe insieme, queste dimensioni delineano una postura coerente. La Turchia:

  • non sostiene la destabilizzazione dell’Iran, perché ne subirebbe i costi securitari;
  • non difende la teocrazia iraniana come modello, perché ne osserva i limiti strutturali;
  • si oppone all’escalation militare esterna, perché produce disordine sistemico;
  • accetta il contenimento sanzionatorio, perché vincolata da fattori legali e finanziari;
  • capitalizza silenziosamente sull’indebolimento strategico di Teheran, ampliando il proprio spazio regionale.

In questo senso, Ankara agisce come stabilizzatore per necessità e competitore per strategia. È una posizione intermedia, non ideologica, plasmata da interessi concreti e da vincoli reali. Ed è precisamente questa postura – né pro-iraniana, né anti-iraniana, ma strutturalmente condizionata – che rende la Turchia un attore chiave nel contesto dei moti iraniani del 2025–2026.

Bibliografia

  • Arnold & Porter (2024) The Second Circuit Rules Halkbank Lacks Sovereign Immunity from Criminal Prosecution Under the Common Law. Washington, DC.
  • Financial Times (2025) Turkey’s Halkbank faces criminal charges after US Supreme Court rejects appeal. London.
  • Gumrukcu, T. (2025) Turkey warns US strikes on Iran raise risk of wider conflict. Reuters.
  • Hafezi, P. (2025) Iran intensifies internal crackdown after regional escalation. Reuters.
  • Reuters (2025) U.S. Supreme Court rejects challenge by Turkey’s Halkbank to prosecution. London.
  • Reuters (2025) Turkey floated Halkbank settlement idea during US talks. London.
  • Yetkin, M. (2025) Turkey shared PKK/PJAK intelligence with Iran during regional escalation. Yetkin Report.
  • IAI (2025) Iran, sanctions and regional security after the 2025 crisis. Istituto Affari Internazionali.
  • AGSIW (2025) Turkey, Iran and the nuclear dilemma. Arab Gulf States Institute in Washington.

A conclusione, va precisato che l’autore di questo articolo ha recentemente dato alle stampe il volume The Becoming of the Iranian Revolution and the New Geopolitics of Islam, un lavoro interamente dedicato all’Iran, alla costruzione della sua teocrazia come architettura di potere e al suo divenire storico e politico. Nel l’Iran non viene analizzato come anomalia contingente, ma come laboratorio avanzato di trasformazione dell’Islam in infrastruttura statuale, capace di tradurre il sacro in sovranità, apparati e coercizione, e al tempo stesso esposto, proprio per questo, a una progressiva erosione della sua capacità totalizzante. Gli eventi osservabili tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 si collocano pienamente all’interno delle traiettorie già ricostruite nel libro: la crisi del monopolio simbolico del sacro, la dissincronia crescente tra legittimità e capacità coercitiva, la trasformazione della velayat-e faqih da promessa di governo della legge a dispositivo di sopravvivenza del sistema, e il passaggio verso una stabilità fondata sempre meno sul significato condiviso e sempre più sull’amministrazione della forza. In questo senso, ciò che oggi accade in Iran non va letto come evento eccezionale, ma come conferma empirica di un processo analizzato dall’autore ex ante: il divenire di una teocrazia che continua a reggere come apparato, ma che fatica sempre più a reggere come orizzonte morale.

Il libro “The Becoming of the Iranian Revolution and the New Geopolitics of Islam: How the Iranian Revolution Changed the Face of Social and Political Islam and Why That Islam is Changing Everywhere” di Marco Palombi  e’  disponibile qui https://amzn.eu/d/5uSTss3

Marco Palombi

economista, appartenente alla scuola economica liberale francese, specializzato in economia di guerra e negoziazioni complesse, e' giudice della Corte Internazionale di Mediazione ed Arbitraggio di Ginevra, ed un senior top manager e consulente strategico e politico, con una esperienza sviluppata in 30 anni di attività in quattro continenti, sia nel settore istituzionale (affari internazionali, finanza, difesa) che nel settore privato.

Le tue riflessioni arricchiranno la nostra comunità su Alessandria today e italianewsmedia.com e offriranno nuove prospettive. Non vediamo l'ora di leggere i tuoi pensieri! Lascia un commento e condividi la tua esperienza. Grazie per il tuo contributo!. Pier Carlo Lava

Scopri di più da Alessandria Today Italia News Media

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere